20 febbraio 2017

Ori e argenti fusi per pagare il riscatto di Roma a Napoleone (1796/97) -1

L. Valadier, Cartegloria in argento
sec XVIII
Chi non giudicherebbe una pazzia portare a fondere un prezioso gioiello in oro o in argento? Eppure è accaduto. 
Roma era celebre per la grande diffusione di oggetti in argento e oro, sacri e profani, provenienti da famose botteghe. 
E il livello qualitativo raggiunto dall’arte orafa nel sei-settecento era altissimo.
Gli stessi orafi lavoravano per il Papa, per i ricchi cardinali, per le famiglie nobili, per  le chiese, i luoghi pii e per i grandi mecenati non solo italiani ma anche stranieri. 
collezionisti di questi preziosi oggetti sanno che il 19 febbraio 1797 è stato un giorno di lutto per i capolavori dell'arte orafa accumulati per secoli nello Stato pontificio. 
In questa data si impose una tragica requisizione di preziosi oggetti in oro e in argento alfine di pagare un tributo imposto da Napoleone Bonaparte.

IL TRATTATO DI TOLENTINO. La firma, in quella data fatale, del trattato di Tolentino fra Napoleone e il cardinale Mattei, rappresentante di Pio VI,   rappresenta un durissimo colpo inferto al patrimonio storico-artistico dello Stato pontificio, che vantava una grande tradizione (1). 
Si era arrivati a questo punto in quanto, il papa, dopo un primo accordo con i francesi, aveva chiesto aiuto all'Austria, facendo irritare Napoleone

Le cronache del tempo raccontano della fretta, di trattative molto tese, di stizze, di ripicche (etc..) che portarono Napoleone ad imporre un accordo penosissimo per l'enorme patrimonio storico-artistico italiano.
La Santa Sede dovette accettare le pesanti imposizioni di Bonaparte che riguardavano la consegna, quale bottino di guerra, di un numero straordinario di opere e oggetti d’arte. Ma non solo. In seguito a quanto stabilito con l’articolo 12, il papa doveva racimolare in un tempo brevissimo in denaro contante, in diamanti e altro valore, la vistosa somma di 15 milioni di lire tornesi di Francia. 
REQUISIZIONE DI TUTTI GLI OGGETTI PREZIOSI. A causa dell’aggravarsi della situazione economico-politica a Roma e nello Stato pontificio, in conseguenza del conflitto con le armate francesi condotte da Napoleone e dalle dure condizioni imposte dal trattato di Tolentino,  Pio VI (1775- 1799) prese la drammatica decisione di requisire tutti i preziosi in possesso dei romani e degli abitanti delle altre province dello Stato pontificio. La richiesta era rivolta sia ai privati che alle istituzioni religiose.
Firma del trattato
 di Tolentino
Il motivo di tale esproprio era dettato dalla necessità di avere metallo prezioso disponibile subito, pronto per essere fuso e quindi accrescere la coniazione di monete.

CONSEGNA ALLA ZECCA DI TUTTI GLI OGGETTI PER ESSERE FUSI. Tutti gli oggetti requisiti (in oro, argento e pietre preziose) dovevano essere consegnati alla Zecca di Roma per essere fusi. Immaginiamo il valore del prezioso patrimonio esposto nelle chiese o in mano alle famiglie nobili. 

Privati cittadini, chiese , luoghi  pii  di Roma e dello Stato dovevano presentare le assegne (2) che erano  dichiarazioni sottoscritte, che attestavano il possesso dei preziosi fatte all’amministrazione finanziaria. 
Queste dichiarazioni dovevano essere consegnate ad un notaio segretario e cancelliere della Camera apostolica, funzionario incaricati per l’appunto di attestarne il ricevimento e conservarle in archivioSi trattava  in sostanza di una autocertificazione.
Come imposto dal provvedimento  i cittadini onesti, i preposti alle chiese e comunità religiose...avrebbero dovuto denunciare ogni oggetto in loro possesso per poi essere fuso...
In alcuni casi si trattava di un unico cucchiaio d'argento, o del pomo di un bastone. Altre volte le dichiarazioni erano ovviamente più cospicue..
In un secondo momento, visto la scarsità di oggetti dichiarati, si aggiunse anche la requisizione di gioie (vedi articolo successivo).
Possiamo solo immaginare  il malcontento  di ricchi, meno ricchi e anche di religiosi (etc). Ma le dichiarazioni  corrispondevano a quanto effettivamente posseduto ? Non lo sapremo mai!!
Possiamo solo fare delle ipotesi..
Come conseguenza si scatenò, e ne parlemo in un altro articolo, un commercio clandestino, un mercato nero che  fa la fortuna di alcuni personaggi, commercianti e piccoli imprenditori già attivi a Roma e nello Stato.
MODALITA' DELLA REQUISIZIONE. I proprietari degli ori e argenti requisiti erano in piena libertà di esigerne il valore in cedole, o di formarne un investimento fruttifero con  la Camera apostolica in ragione del 5% ad anno o d’impiegarlo nell’acquisto di terreni a tenore della notificazione del 20 giugno 1796 . 
Avrebbero visto qualcosa come si dice  a Roma : a babbo morto!
La requisizione colpiva anche quelli del mestiere: orefici, argentieri, rigattieri per la merce in oro ed argento esistente presso di loro, con la clausola che la requisizione avrebbe interessato solo la metà del loro capitale in oggetti lavorati, e sarebbe stato aumentando il valore riconosciuto a questi ultimi aggiungendoci la manifattura, se nuovi.
Non sfuggivano inoltre alla requisizione le gioie impegnate nel Monte di pietà, e veniva anche rivolto un invito ai particolari possessori di gioie a portarle volontariamente al Monte di pietà, dove queste sarebbero state pagate il prezzo a stima.
Vedi anche altro articolo [...]

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. Grazie ai documenti conservati presso l'Archivio di Stato di Roma si possono seguire, attraverso il susseguirsi delle norme emanate, la procedura di esecuzione e di regolamentazione delle varie fasi, con cui si sarebbe concretizzata prima l'operazione di denuncia, e poi la consegna e stima  degli oggetti preziosi. Tutti gli aspetti della requisizione di oro, argento e gioie è nel fondo Collezione delle Assegne.
Inoltre utilissimi per ricostruire le vari fase dell'operazione è la collezione Bandi ed editti, sempre in ASR.
Vedi anche M. Morena, La requisizione di oggetti preziosi nello Stato pontificio in seguito al trattato di Tolentino (1797), in Ideologie e patrimonio storico-culturale nell’età rivoluzionaria e napoleonica. A proposito del trattato di Tolentino. Atti del convegno, Tolentino, 18-21 settembre 1997, Roma 2000, pp. XII, 648 (Saggi, 55)

Immagini: Firma del Trattato di Tolentino.A sinistra, il cardinale Alessandro Mattei, affiancato da Lorenzo Caleppi  (Tolentino, Palazzo Bezzi-Parisan) .
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1) In quel periodo è tutto un susseguirsi di avvenimenti. Il card. Mattei, plenipotenziario del papa Pio VI  scrive al Segretario di Stato: «Roma è salva, e salva la religione, ad onta di grandissimi sacrifici che si sono fatti».
2) Il sistema delle assegne era molto utilizzato e si poteva riferire all'accertamento di un qualsivoglia bene - in questo caso si trattava di oggetti preziosi-  ma potevano essere richieste anche per altre tipologie di beni posseduti (es. dalle proprietà immobiliari alle once d’acqua).
Per saperne di più> ASR, Collezione delle assegne e la collezione Bandi







  

10 febbraio 2017

Botteghe, spacci e fabbriche di carte da gioco a Roma (1814-17)


 Parte posteriore di una
 carta da gioco 
ottocentesca
La presenza nei rioni romani di un cospicuo numero di spacci e fabbriche di carte può sorprendere, ma è solo la conseguenza della passione per giochi di carte. Nel mondo dell’artigianato romano un posto a parte era quello costituito proprio dalla manifattura di carte da gioco (1). Non solo, a Roma artigiani e commercianti vivevano grazie alla produzione e vendita di beni di consumo o oggetti artistici, e questo tipo di attività era da collegarsi ai consumi caratteristici  della città capitale dello Stato e sede del vicario di Cristo. 

AUMENTO DEI CONSUMI E DELLA POPOLAZIONE ROMANA. In quanto centro della cristianità, la città andava soggetta in occasione dei giubilei, delle frequenti feste religiose, nonchè di altri eventi (ad es. le visite al papa di personaggi famosi, di sovrani, ambasciatori di altre corti etc.) ad un aumento consistente della sua popolazione, che aveva come ripercussione un incremento dei consumi in genere. Consumi che a loro volta variavano nel tempo anche in conseguenza di carestie e pestilenze che avevano come conseguenza la riduzione o aumento della popolazione.

GIOCARE A CARTE. Giocare a carte quindi per i ceti nobili e i benestanti era un passatempo frequente e di moda, poichè si aveva l’abitudine di impiegare parte del tempo libero giocando a carte nelle lussuose dimore, in occasione di feste e balli, di scampagnate oppure nei caffè, e nei bigliardi .
Massima diffusione dei giochi di carte si ritrova anche  fra i ceti popolari. Altri e altrettanto numerosi erano i luoghi utilizzati per giocare: le piazze, i mercati, in prossimità di chiese e fontane, oppure nelle osterie, nelle locande, nei giochi lisci (2).

1 febbraio 2017

Viaggi in terre lontane: la Cina nel secolo XVI e l'Atlante di Michele Ruggieri


Oggi una delle occupazioni che più attraggono l'umanità è viaggiare, anche a causa della facilità con ci si può spostare in tutte le direzioni possibili. Però, anche nelle epoche passate nonostante i molteplici ostacoli e le difficoltà che si dovevano affrontare per intraprendere qualsiasi tipo di viaggio, il desiderio di conoscere luoghi e culture diverse ha sempre spinto l’uomo a tentare di raggiungere terre lontane.
Uno di questi pionieri dei viaggi-avventura, è stato sicuramente il gesuita Michele Ruggieri (Spinazzola, 1543 – Salerno, 11 maggio 1607), che nel secolo XVI raggiunse e visse in Cina per quasi dieci.

MICHELE RUGGIERI MISSIONARIO IN CINA. Ruggieri è stato missionario e primo cultore europeo della lingua e della geografia della Cina.
Originario di Spinazzola in Puglia, studiò diritto civile ed ecclesiastico a Napoli. Per breve tempo al servizio di Filippo li di Spagna, nel 1572 si fece gesuita.
 
E nel contatto fra europei e cinesi, sviluppatosi proprio in quel secolo, un ruolo di particolare rilievo fu svolto proprio dai gesuiti. 
Partito come missionario nel 1578 da Roma, dopo un imbarco su una nave portoghese giunse prima a Lisbona e dopo 7 lunghi mesi arrivò a Goa, dove si fermò per nove mesi. La richiesta di un missionario per la Cina cambiò i suoi programmi e così nel 1581 giunse a Macao. 
Qui affrontò per primo lo studio della lingua dei mandarini e con l'aiuto di un catecumeno imparò un gran numero di ideogrammi. Autore di un Catechismo che presentava i fondamenti del cristianesimo ai cinesi, attraverso i viaggi nei territori dell’impero cinese,  cercò di creare un atlante completo – che ancora oggi fornisce interessanti spunti di riflessione e di informazioni inedite per l’epoca - per illustrare questo nuovo mondo, i costumi, la lingua e la religione del popolo e del Regno di Wanli.
ASR, Atlante della Cina di Michele Ruggeri
Mentre Ruggieri progettava di partire e raggiungere Pechino,  nel 1588, a causa della difficile situazione della missione, gli fu ordinato di ritornare a Roma per portare una supplica al papa. 
Non potendo più tornare in Oriente, padre Michele trascorse gli ultimi anni della sua vita nel compilare l'Atlante della Cina. I suoi studi  testimoniano uno dei suoi primi incontri tra le due più importanti civiltà del mondo, quelle dell’Oriente e dell’Occidente.

20 gennaio 2017

I Francesi e i cimiteri. Come cambiano le regole per seppellire i morti a Roma.

ASR- Congregazione de Buon governo 
(particolare)

Seguendo una tradizione che ha origini medioevali, per i cattolici la massima aspirazione, una volta morti, era quella di riposare all’interno delle chiese, e i luoghi più ricercati erano proprio quelli adiacenti alle reliquie o comunque agli altari dove si celebrava messa. 
Questi spazi, ovviamente, erano appannaggio dei più ricchi e potenti. 
E così a Roma anche la morte era collegata allo status sociale del defunto. E girando per le tante chiese di Roma è ancora possibile vedere, e in tanti casi anche ammirare, vari tipi di tombe: lastre tombali poste sul pavimento o sulle pareti, veri e propri monumenti funerari, alcuni sistemati in cappelle di famiglie nobili, antichi sarcofagi (etc)...
Ai poveri veniva riservato un altro trattamento: i loro cadaveri erano relegati sotto il chiostro in larghe e profonde fosse comuni senza bara, semplicemente cuciti nei loro sudari. E quando queste fosse erano troppo piene, venivano chiuse e gli scheletri spostati  nelle gallerie dei chiostri, nei solai della chiesa, o sotto i fianchi delle volte e anche contro muri e pilastri.


IL PARROCO GESTIVA FUNERALI E TUMULAZIONE. I funerali e la tumulazione dei cadaveri all’interno delle chiese era gestito dai parroci, fino al XIX secolo.
Chiesa di Santa Maria del popolo
Sontuosa tomba
della principessa di Piombino
(M.Eleonora 
Boncompagni 
Ludovisi)
Nel corso dei secoli tale operazione era diventata un vero e proprio introito per le parrocchie, tanto che la celebrazione di un funerale al di fuori della parrocchia doveva essere seriamente motivata da parte degli eredi e era fonte di un indennizzo. Accanto ai parroci erano sorte delle confraternite laicali impegnate in varie opere di assistenza sociale, che davano anche sepoltura solenne ai cadaveri dei propri Associati. Addirittura nel secolo XVI era sorta  La compagnia della morte, che aveva come primo primo scopo statutario, di seppellire i cadaveri dei poveri, in special modo di quelli abbandonati nelle campagne.
PROBLEMI DI IGIENE. Nel XIX secolo l'idea che le sepolture in chiesa fossero pericolose per l'igiene pubblica era divenuta di dominio comune. Infatti alla luce delle nuove conoscenze mediche e igieniche, in vari Paesi, si era da tempo provveduto alla creazione di cimiteri lontani dalle città, in cui solitamente si usava seppellire a sterro (ossia in terra), metodo di sepoltura ritenuto più salubre e sicuro.

LA COSTRUZIONE DI NUOVI CIMITERI. Nel 1809 i francesi occupano Roma, che viene così annessa all'impero francese. Immediatamente, con decreto imperiale il 17 maggio 1809,a Roma è istituita da Napoleone una Consulta straordinaria per gli Stati romani che operò dal 1° giugno 1809 al 31 dicembre 1810, data dell'ultima seduta. 
Fu un governo provvisorio incaricato di prendere possesso in nome dell'imperatore dei territori già pontifici e di provvedere alla loro riorganizzazione.
Va detto che in generale l'attività della Consulta straordinaria per gli Stati romani  è stata particolarmente efficace, con numerosi decreti emanati, nell'introdurre parecchie riforme amministrative, giuridiche e sociali di Roma e dello Stato pontificio. 
Il problema di dove seppellire i morti era già stato affrontato nel territorio francese. E di conseguenza l’editto di Saint Cloud (1804) - che imponeva che le tumulazioni avvenissero fuori dal centro abitato e (soprattutto) che le lapidi dei “cittadini” fossero tutte identiche - era stato esteso all’Italia, allora sotto il dominio napoleonico: un provvedimento che aveva dato avvio ad accesi dibattiti tra gli intellettuali del tempo, come Ugo Foscolo che nel 1806 scrisse I sepolcri, un carme ispirato proprio a questa questione.
Beato Angelico,
 Sepoltura dei
santi Cosma e Damiano
In applicazione dell'editto di Saint-Cloud si prevedeva il divieto in tutti gli stati francesi dell’inumazione nelle chiese e nei centri urbani e anche nei territori ex-pontifici si sarebbe dovuta avviare una riforma nel settore dei cimiteri.
Così nel 1809, la Consulta straordinaria pone tra i lavori più urgenti da intraprendere quelli relativi alla costruzione di cimiteri fuori le mura della città, allo scopo di tutelare la popolazione, che ormai si aggirava intorno alle 134.000 unità, dai pericoli derivanti dal dilagare di eventuali epidemie 

Con decreto del 19 luglio 1809, la Consulta proibisce le  sepolture  all’interno delle chiese, perchè estremamente nocive per la salute degli abitanti.  Infine ordina che per l’avvenire le tumulazioni venissero realizzate in «cimiterj situati fuori il recinto della città di Roma».
Lo stesso  decreto affidava a due famosi architetti Giuseppe Camporese e Raffaele Stern l’incarico di presentare, di concerto col medico dottor Domenico Morichini, un rapporto indicando i terreni  più adattati a formare dei cimiteri fuori delle mura della città di Roma con stima dei costi relativi.

Gustave Courbet. Funerale a 
Ornans.
1849-1850.
Museo d'OrsayParigi.

CIMITERI DEL VERANO E PINETO SACCHETTI. Il Piano fu effettivamente presentato e approvato nel novembre 1809 e prevedeva due cimiteri: uno presso la chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, (da realizzarsi sulle antiche catacombe di Santa Ciriaca), l’altro al Pigneto Sacchetti, (posto nella Valle dell’Inferno, tra Monte Mario e Villa Sacchetti).Quest'ultimo 
fu però definitivamente sospeso nel 1814, in quanto non trovò l'approvazione della pubblica opinione (forse a causa del nome Valle dell' Inferno !!!). Diverso il caso del Verano,  perchè nel 1811  iniziano i lavori per la realizzazione del primo nucleo, progettato da Giuseppe Valadier, che vengono interrotti nel periodo della restaurazione (1814), quando prevale nuovamente l’uso di seppellire i defunti all’interno delle chiese. 
Riprendono negli anni Trenta, sotto il pontificato di Gregorio XVI (1831-1846), quando per volere del cardinal vicario Carlo Odescalchi vengono redatte le nuove normative cimiteriali. Nel 1837 un nuovo impulso ai lavori si rende necessario a causa di un’epidemia di colera asiatico, che imperversa sulla città provocando oltre 13.000 morti.


Cimitero del Verano
entrata principale
 (particolare)
CONCLUSIONI. Però nonostante la restaurazione del governo pontificio 1814, questa, ed altre, importanti riforme non potevano essere cancellate. Ovviamente il percorso fu tutto in salita a causa di parecchie controversie di natura politica e sociale, tanto che la situazione si bloccò solo  solo con l’intervento di Pio IX(1846-1870)deciso a imprimere un volto nuovo e più moderno alla città, attraverso la realizzazione di grandiose opere pubbliche e la riorganizzazione dell’amministrazione comunale,

LE FONTI E LA BIBLIOGRAFIA. I decreti della Consulta straordinaria per gli Stati romani sono conservati presso l'Archivio di Stato di Roma. Per completare questa  complessa vicenda, la ricerca si deve ampliare con  altri fondi archivistici, quali la Congregazione del buon governo, il Ministero dell'Interno, la Sacra Consulta e la Congregazione di Sanità. Inoltre è necessario consultare le carte  dell' ARCHIVIO DEL COMUNE MODERNO PREUNITARIO (1848-1870) conservato presso l' Archivio storico capitolino. 
Per saperne di più:  La modernizzazione della morte a Roma
dall’epoca napoleonica al 1870 di Paola Carla Marroni, sta in Dimensioni e problemi della ricerca storica, a. 1998, 2.

13 gennaio 2017

Nettezza urbana nella Roma pontificia

Nei secoli passati la produzione di rifiuti urbani era nettamente minore e di altra tipologia. Comunque il problema già esisteva..e le testimonianze scritte, giunte fino a noi, riferiscono di città sporche e maleodoranti. 
Roma non era - e non è- diversa ! 
Oggi questo problema rappresenta una vera e propria emergenzaCarta, plastica, imballaggi, rifiuti organici e oggetti di tutti tipi costituiscono una difficile questione da affrontare, collegata al consumismo e allo spreco di risorse che accompagna la vita moderna.

I PONTEFICI E IL PROBLEMA DELLA MONDEZZA. Fin dai tempi antichi, i pontefici, tramite magistrature create ad hocebbero presto ben chiaro che si doveva intervenire per evitare situazioni di degrado e di pericolosìtà, che il disordine in questo aspetto della vita cittadina provocava.
Immaginiamoci una città in cui gli scarti domestici si eliminavano gettandoli dalle finestre, e figuriamoci le strade piene di sterco di animali e immondizia di ogni genere. 
Case, stalle, porcili si affacciavano in passato sulle stesse strade, sugli stessi vicoli; mancavano fognature e acqua corrente, solo pozzi e solo dal '500 il ripristino degli antichi acquedotti e la costruzione delle fontane pubbliche a Roma garantirono l’approvvigionamento d’acqua per alcune necessità del vivere giornaliero.
Un primo cenno a questo problema si trova già negli Statuti di Roma (vedi Liber Statutorum Urbis), antica raccolta organica delle norme legislative e consuetudinarie del Comune, redatti nel 1363 all'epoca in cui Roma si era organizzata appunto in un libero "comune di popolo". 
In alcuni capitoli si proibiva infatti di gettare immondezze, o parti di animali, e altri rifiuti sulle pubbliche vie, e anche di far vagare animali per la città per non  deturpare il decoro della città e avvelenare l'aria..
Maiali spazzini in epoca mediovale


Lo scarso senso civico dei romani era stato già accertato nel '400 ai tempi del papa Martino V (1417- 1431) che, nella  costituzione, «Etsi de cunctarum» menzionava, tra i motivi che lo avevano spinto ad emanarla, gli abusi gravi e ripetuti, commessi in particolare da alcune categorie di commercianti quali i macellai, i pelapiedi (chi lavorava le zampe del maiale), considerati per la tipologia di scarti che producevano, i più pericolosi per il degrado urbano. 
E così  man mano che si procede nel tempo, a Roma il problema della pulizia delle strade e piazze dai rifiuti che si accumulavano disordinatamente, comincia a diventare una faccenda seria e lo sarà per tanti secoli. 
Frattanto cresceva e si manifestava da parte delle autorità preposte una cura più attenta per la sanità pubblica e l'igiene, che, almeno stando ad alcune disposizioni, e nonostante le multe stabilite, ben poco erano percepite come problemi dal popolo romano. 

I MAESTRI DELLE STRADE SI OCCUPAVANO ANCHE DI IMMONDIZIA DAL XIV SECOLO. E così tutte queste problematiche della vita cittadina sono affidate ai maestri delle strade, che dovevano controllare maniera più diretta gli eventuali abusi commessi dai romani...
Sono loro che si dovranno occupare, fra l'altro, di controllare che si rispettino le norme  emanate per regolamentare lo smaltimento dei rifiuti. 
I Magistri inizialmente, dal 1363 (vedi il citato Liber Statutorum Urbis), hanno solo una sorta di potere di sovrintendenza e stimolo per le questioni relative ai rifiuti, poi dal '400, grazie agli statuti emanati ad hoci loro compiti si chiariscono. 
Essi dovevano far scopare e pulire le strade e portare le immondizie al fiume in immondezzari distanti dai luoghi abitati (Cap. XXIII) e  era data loro facoltà di infliggere multe ai contravventori, specie ai «facientibus sciaquatores in viis pubblicis et contra proicientes immunditias» (chi buttava acque sporche nelle vie e contro chi gettava  immondizia etc). 

Per trovare un  esplicito riferimento al problema della nettezza urbana di Roma si deve leggere l'antico statuto dei Maestri delle strade del 1452, dove, senza giri di parole, si elencano alcuni divieti precisi, in 6 diversi capitoli.  Stabbio,  letame,  bestie morte,  e mondezza  era infatti pericolosamente gettata nelle strade di Roma. E in un antico registro della Presidenza delle strade risalente al 1467 sono numerose le multe comminate per inottemperanza alle norme di nettezza urbana.

Un vero e proprio spaccato del modo di vivere quotidiano dei cittadini romani e delle loro abitudini «igieniche» risulta dalla lettura dei bandi e notificazioni delle autorità via via preposte a questo settore. 
Queste ultime non si stancarono mai di porre nuovi divieti o di confermarne gli antichi per reprimere l'uso dei cittadini di gettare acque sporche nelle vie, o di far circolare liberamente per la città suini e bovini o, in specie, di lasciare immondizie nei più disparati angoli di Roma: ancora oggi nel centro storico della città si possono vedere le targhe marmoree fatte affiggere in vari luoghi per ricordare in maniera duratura la proibizione di "fare mondezzaro".
Quel che è certo  che, dalla fine del '500 in poi, venivano  regolarmente emanati bandi ed editti (ripetuti nei secoli XVII e XVIII) dal cardinal Camerlengo e controfirmati dai Maestri delle strade  che ci riportano ad una Roma dove soprattutto le categorie degli artigiani e commercianti contribuiva a insozzare, insieme all'incuria  del popolo 
LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. Fondamentale per seguire l'evolversi della magistratura dei Maestri di strada è l'archivio della Presidenza delle strade, conservato presso l'Archivio di Stato di Roma, e la collezione di Bandi della Biblioteca dell'Archivio di Stato di Roma.
Per la bibliografia vedi C. Scaccia Scarafoni; L'antico statuto dei "magistri stratarum..(1927), O.Verdi, Maestri di edifici e di strade a Roma nel secolo XV: Fonti e problemi (Roma nel Rinascimento - 1997)(continua).

22 dicembre 2016

Da Stoccolma a Roma. La regina Cristina di Svezia/1


Roma, 19 aprile 1689 presso lo studio del notaio del Tribunale dell’Auditor Camerae  Laurentius Bellus, si apre un importante testamento : è quello della defunta regina Cristina di Svezia (1626 – 1689),  che nomina suo erede universale il cardinale Decio Azzolini, importante personaggio della Curia romana e suo amico e confidente.  

TESTAMENTO DI CRISTINA DI SVEZIA.Oggi questo  importante documento, insieme al volume che contiene il corposo inventario dei beni delle regina, è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.
Ma andiamo con ordine. Cristina  è stata protagonista di una delle più inconsuete vicende della storia europea. Figlia del protestante re Gustavo Adolfo II di Svezia regna sulla fredda e lontana Svezia fino al 1654. 
Quando, improvvisamente, la sua inaspettata conversione al cattolicesimo, l’abdicazione al trono e il trasferimento a Roma sconvolgono il corso della storia.
 
L'ARRIVO A ROMA DOPO LA CONVERSIONE. Cristina di Svezia giunge a Roma il 20 dicembre 1655. E' accompagnata dalla fama di donna di straordinaria cultura e carattere deciso. Le cronache raccontano della sua insofferenza per le rigide regole del protestantesimo  e della sua segreta conversione cattolicesimo.
Conosce l’effetto destabilizzante del suo gesto, le gravi conseguenze cui va incontro e i pericoli a cui si espone.  Perciò prima di fare il gran passo, grazie ad alcuni fidati diplomatici,  sonda le possibilità di appoggio e di futura protezione: a Roma presso Innocenzo X (1644-1655), a Parigi  presso il re Sole Luigi XIV, e a Madrid dal re Filippo IV.  
La cavalcata
di Cristina
 di Svezia 
in Roma 
Le risposte sono piuttosto deludenti. Infine sceglie Roma. E il papa detta la condizione essenziale per l’ingresso della regina nel Cattolicesimo: deve far una pubblica e definitiva abiura della religione protestante
A quel punto Cristina decide di uscire allo scoperto e fa i primo passo per la realizzazione del suo disegno: l’abdicazione al trono.

IL VIAGGIO DI CRISTINA FINO A ROMA. Dalla lontana e gelida Svezia, attraversando l'Europa del nord arriva, dopo varie tappe, nei territori pontifici per recarsi a Roma dal neo eletto Alessandro VII (1655-1667).
Cristina, lo testimoniano le carte d'archivio, passa per Forlì, Cesena, Rimini, Cattolica, Ravenna, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona, Macerata, Tolentino e Camerino, Ferrara, Bologna, Terni , Spoleto, Foligno, Viterbo, Gallese, Caprarola, Bracciano, e infine Roma.



CRISTINA ENTRA DA PORTA DEL POPOLO. E’ un successo per Cristina, ma soprattutto per il pontefice e per il cattolicesimo. Perciò  l'ingresso in Roma da Porta del popolo della Regina convertita  deve esseretrionfale.  
Ed è Alessandro VII a decretare grandissimi festeggiamenti per l’arrivo di Cristina, nella sua nuova veste di regina cattolica, nella città papale. Infatti tre giorni dopo l’entrata in sordina, il 23 dicembre vi fu l’ingresso trionfale, con un grande corteo che attraversò tutta la città, con la Porta del Popolo per l’occasione, completata e decorata da GianLorenzo Bernini con i simboli araldici del papa e di Cristina..

E’ il  23 dicembre 1655: l'evento è ricordato nell'iscrizione "FELICI FAVSTOQ(ue) INGRESSVI ANNO DOM MDCLV", su Porta del popolo.   

Porta del popolo,
lato interno 
(G.Vasi)
PREPARATIVI PER OSPITARE LA REGINA CRISTINA. A Roma è lo stesso papa Alessandro VII che ospita Cristina prima nel palazzo Vaticano. Per ricevere un personaggio così importante e simbolico come la regina svedese si mette in moto tutto un microcosmo di facchini e carrettieri  per spostare matarazzi, sedie, letti, tavole, buffetti (buffet), bicchieri (etc) da un palazzo ad un altro per allestire le stanze della Regina. 
C'è poi il problema dell'organizzare dei pasti all'altezza della Regina. Così si deve predisporre la fornitura e trasporto di alimenti di ogni genere: carne, strutto, frutta e ortaggi, pizzicheria, polli, capretti, confetterie, uova...


Inoltre, come in occasione di altre visite, l’accoglienza di personaggi famosi comportava per l’amministrazione pontificia spesso un notevole costo sia per la predisposizione di apparati di accoglienza, ma anche per l’ abbellimento delle città.

CRISTINA A ROMA. Stabilitasi a Roma,  ormai divenuta cattolica, è accolta con tutti gli onori dal nuovo pontefice e dalla Curia e soggiorna appena arrivata in Vaticano e poi in Palazzo Farnese. 
Il Palazzo fu interamente addobbato con un apparato per la facciata che ne trasformò l’aspetto, con una ricca decorazione barocca disegnata da Carlo Rainaldi, architetto del duca Rainuccio.
festa per
Cristina di Svezia
(cortile di Palazzo Barberini)
Successivamente la Regina Acquista un palazzo alla Lungara palazzo Corsini attualmente sede dell’accademia del Lincei - per farne la sua dimora fissa. Qui raccoglie una  ricca e preziosa biblioteca, una galleria di quadri e statue e un archivio dei suoi documenti. Nella  residenza si circonda di un cenacolo di dotti e di artisti, di letterati e scienziati.

LE CARTE D'ARCHIVIO. I viaggi della Regina Cristina nello Stato pontificio trovano vari riscontri nei documenti dell’ Archivio di Stato di Roma.  Parecchie carte contabili infatti rendicontano le spese fatte dall'amministrazione pontificia per ricevere la regina e il suo seguito, negli spostamenti fatti  a Roma  e nello Stato pontificio negli anni 1655-56. Alcune di queste spese contabilizzate riguardano tutte le necessità che gli spostamenti  e l'ospitalità di un personaggio così importante richiedeva: vitto, , alloggio per la regina e la corte al seguito, mezzi di trasporto, mantenimento dei cavalli, cioè stallatico e biada.
ASR, Firma autografa della
 Regina Cristina
 in calce al testamento
Non solo! In questi "aridi" elenchi è riflesso tutto il fervore di attività legate all'accoglienza  dovuta alla Regina nei sue visite.
Molti aspetti della vita romana di Cristina sono già stati studiati, anche grazie  a quella ricchissima fonte di notizie che sono i protocolli dei notai che rogavano a Roma in quel periodo, a disposizione presso lo stesso archivio romano. 
Alla  morte della regina Cristina la sua biblioteca privata e i documenti del suo archivio sono andati in eredità all’Archivio segreto vaticano e la Biblioteca Apostolica vaticana. E inoltre fra i cosidetti Documenti della Storia l'Archivio vaticano conserva l'importante atto di abdicazione di Cristina al trono svedese.

[continua]