9 ottobre 2019

Bandi, editti, notificazioni...

Di grande interesse per conoscere molti aspetti della vita dei sudditi pontifici sono i bandi, gli editti, le notificazioni emanati a Roma dal papa e dalle magistrature della amministrazione pontificia. Gli argomenti trattati infatti sono moltissimi e molto vari. 
Questo materiale aveva un intento normativo, nasceva infatti con lo scopo di regolare ogni aspetto della vita di tutti i cittadini o di particolari categorie (notai, ebrei, banditi, prostitute, tribunali, monasteri ed altri), mediante divieti, tasse, privilegi, concessioni, giubilei, indulgenze etc.
Si tratta quindi di una fonte privilegiata per lo studio della storia e politica ecclesiastica e delle attribuzioni, poteri e attività dei diversi organi della Curia Romana, sia per la ricostruzione delle condizioni socio-economiche della città di Roma e, più in generale, dello Stato Pontificio. I provvedimenti emanati dalle istituzioni pontificie (camerlengo, tesoriere, governatore di Roma, cardinale vicario, presidenti delle strade, delle ripe, della grascia, dell' annona ed altri)  dovevano contrastare e riportare ordine in una città caotica, dove si intrecciavano storie di illegalità, con abusi collegati anche alle pessime abitudini del popolo romano. 

BANDI. Il Bando (ma anche editto, ordine, proclama, bolla, breve, decreto, notificazione, avviso, ordinanza, etc.), identifica un documento, per lo più in un unico foglio ma anche in forma di fascicolo, che notifica decisioni di carattere amministrativo-giuridico emesse dall’autorità politico-territoriale o decisioni di carattere religioso ad opera della diocesi o di varie autorità ecclesiastiche. 
A partire dal secolo XV questi documenti diventarono pubblicazioni stampate destinate all’affissione sulla pubblica via, o a varia pubblica diffusione, sia per fini normativi che informativi.

L’origine dei bandi va ricercata in età comunale, con “le prime redazioni di consuetudini e leggi, spesso nella forma di giuramenti prestati dal podestà o da altri ufficiali al Comune in ordine al rispetto di consuetudini e all’ottemperanza di norme sancite dal consiglio cittadino, oppure nella forma di ‘bandi’ (banna) emanati dal podestà in materia criminale e di polizia urbana”. 1)
Col diffondersi dell’uso della stampa nel XVI secolo inizia il loro massimo sviluppo.
Dei bandi venivano fatte più copie, fino a 1.000 per i casi più importanti; poi erano esposti a Roma per vari giorni in quelle definiti  “loci soliti”.  Poi erano conservati negli archivi delle autorità emananti.
CARATTERE SOLENNE. Questi documenti, trattando di disposizioni normative, dovevano formalmente avere un carattere solenne ed essere di chiaro impatto visivo anche per chi non sapeva leggere. Pertanto nella loro struttura formale ricordano i documenti di cancelleria e presentano uno schema divisibile in tre parti (che corrisponde in diplomatica al ‘protocollo’, ‘testo’, ‘escatocollo’).
La prima parte corrisponde a quella in testa al documento e riporta, a grandi caratteri per un maggior impatto grafico, l’autorità responsabile del documento (talvolta rappresentata unicamente dagli stemmi), le invocazioni, il titolo e, in alcuni casi, la data di emanazione. 
La seconda parte è relativa al testo vero e proprio, stampato in caratteri più piccoli, con le disposizioni normative da seguire, le sanzioni in caso di mancato adempimento e spesso, in calce, la data di emanazione. 
La terza parte, infine, comprende i nomi dei sottoscrittori (autorità emananti, segretario, notaio), talvolta la data di affissione e le note tipografiche. 

Sembrerebbe poi esserci una distinzione fra questi tipi di documenti.
Gli editti erano ordinanze emanate da un’autorità, e avevano quindi il valore di una legge
I bandi invece erano  annunci d'interesse pubblico,  comunicazioni di una notizia di notevole importanza pubblica, letto spesso dal banditore per le vie della città.
La Notificazione era l’atto con cui una pubblica autorità portava a conoscenza della cittadinanza o di singoli cittadini una situazione, una deliberazione, una dichiarazione di volontà, e il mezzo stesso con cui la comunicazione veniva eseguita (affisso murale, lettera ufficiale, ecc.).

ANALFABETISMO DIFFUSO. Queste normative dovevano formalmente avere un carattere solenne ed essere di chiaro impatto visivo anche per chi non sapeva leggere
Cioè per la maggior parte della popolazione, che era analfabeta.
Tenendo conto di questa situazione, dovevano avere una duplice valenza: quella normativa, che intendeva regolare la vita dei cittadini in ogni suo aspetto (dalla salute alla pubblica sicurezza, ai mercati, alle strade, alla giustizia) e quella più propriamente simbolico-visiva, caratterizzata dal risalto grafico dato agli stemmi, per evidenziare e manifestare a tutti, anche agli analfabeti, il potere e il controllo esercitati dall’autorità pubblica

La STAMPERIA. Nel XVII secolo la diffusione dei bandi raggiunge il suo apice e la stampa viene commissionata a tipografi autorizzati. Tutti questi "fogli sciolti" erano stampati infatti nella Stamperia della Reverenda Camera Apostolica, la Tipografia fondata a Roma nel 1589 da Sisto V, che ne affidò la direzione a Paolo Blado; il padre di Paolo, Antonio, aveva già avuto il titolo di stampatore camerale, con relativi privilegi, prima dell'istituzione della Stamperia. Poi questa venne fusa con la Stamperia Apostolica Vaticana nel 1609, e infine tornò ad essere una tipografia autonoma nel 1717.
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LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA.
Vedi: Inventario n. 107 – Collezione dei Bandi  con relativa bibliografia (cerca su Google)
A. PRATESI, Genesi e forme del documento medievale. Roma, Jouvence, 1979, pp. 67-79

29 settembre 2019

Assistenza ai vecchi nella Roma papalina

Nei secoli passati in giro per Roma c'era una vera e propria corte dei miracoli, costituita da accattoni e invalidi, che andavano vagando senza controllo costituendo un grave problema per l'ordine pubblico.  
Mendicanti, invalidi veri o finti, e di tutte le età,  si aggiravano in strade, piazze, vicoli, accanto a chiese e a palazzi nobiliari, ombre fisse accanto anche alle Porte cittadine. 
Ce lo raccontano i Bandi emanati dal Cardinal Vicario in primis  per identificare, sotto il portico di S. Maria in Trastevere, tutti gli accattoni e i provvedimenti emanati contro questa piaga sociale.

INIZIATIVE PER CONTRASTARE ACCATTONAGGIO. Così a partire dalla fine del Cinquecento  due papi in particolare agirono per contrastare il dilagare dell’accattonaggio, e non solo per motivi afferenti alla carità cristiana.
Il modo migliore per entrambi sarebbe stato quello di rinchiudere questa fetta della popolazione pericolosa, incontrollabile, oziosa e spesso bugiarda in istituzioni create ad hoc. Qui avrebbero avuto cure, vitto e alloggio, e punizioni in caso di ribellione, in cambio di qualche lavoro. In tal modo si sarebbero potute controllare e prevenire le loro malefatte. 

SISTO V E L'OSPEDALE DEI MENDICANTI. Il primo fu il grande Sisto V che nel 1597, acquistate alcune case nei pressi di Ponte Sisto, sulla riva sinistra del Tevere, commise all' architetto Domenico Fontana di restaurarle di sana pianta, adattandole ad Ospizio capace di ricoverare 400 vecchi ed invalidi, con dormitori, officine, ospedale interno, farmacia, assegnando rendite atte a coprirne i costi.  

LA FAMIGLIA ODESCALCHI E L'ASSISTENZA. A fine seicento un monsignore della ricca famiglia Odescalchi varò l'iniziativa di un primo ospizio a Ripa Grande dove si assistevano gli invalidi, i fanciulli e le zitelle. Qui i fanciulli venivano avviati al lavoro.

PAPA INNOCENZO XII E L'0SPIZIO DI SAN MICHELE A RIPA. A seguire Innocenzo XII nel 1693 decise di riorganizzare l'assistenza pubblica di Roma, cominciando con il raccogliere in un'unica istituzione e in un unico luogo prima l'infanzia abbandonata, poi progettando di concentrarvi anche le altre categorie di poveri assistiti, che erano all'epoca  collocati a Ponte Sisto e al Palazzo lateranense.
Decise così di finanziare l'Ospizio apostolico dei poveri invalidi, prima situato in san Giovanni in Laterano, poi spostato nell'ampio comprensorio del S. Michele a ripa. A questo istituto veniva demandato il compito di ricoverare i fanciulli indigenti, per fargli imparare la dottrina cristiana, la lettura e la scrittura e a fare di conto, e poi venivano avviati alla pratica di qualche mestiere
Ospizio di
San Michele a Ripa
Ma non solo.
Nel 1708 papa Clemente XI affidò a Carlo Fontana l'ampliamento dell'edificio per accogliere i vecchi dell'Ospizio dei Mendicanti (quello aperto da Sisto V) e la costruzione di un carcere minorile, per correggere gli adolescenti traviati.   
Qui avrebbero avuto cure, vitto e alloggio, e punizioni in caso di ribellione, in cambio di qualche lavoro. In tal modo si sarebbero potute controllare e prevenire le loro malefatte. 
Con l'apertura di questi istituti si volevano recludere questa fetta della popolazione pericolosa, incontrollabile, oziosa e spesso bugiarda in istituzioni create ad hoc,  costringendoli a lavorare e centralizzare anche le risorse economiche parcellizzate tra i diversi soggetti che a Roma in modo disorganico già si occupavano del problema.
In entrambi i casi però non si può parlare di successo.

ASSISTENZA PRIMA A MENDICANTI POI AI VECCHI. In particolare nella storia dell'Ospizio apostolico è possibile rintracciare un'interessante trasformazione, quando smise di essere un luogo di segregazione per accattoni, mendicanti recalcitranti a farsi recludere e a lavorare e si trasformò in un istituto di assistenza per giovani e vecchi dei due sessi.
Soprattutto l'assistenza alla vecchiaia nelle epoche passate si presta a molte riflessioni.  
A. Morbelli (1854-1919)
Innanzitutto anche a Roma, dal Seicento all'Ottocento, per parlare di vecchiaia si dovevano comunque considerare chi arrivava a settantanni.
In quelle epoche dove l'aspettativa di vita era molto più bassa, in pochi raggiungevano questo traguardo,  in quanto si moriva molto più giovani.

Già nei primi del Settecento, quando furono emanati i Bandi per regolare le domande di ammissione all'Ospizio si ritrova traccia di un cambiamento epocale nell'assistenza pubblica romana.
Si insisteva molto sull'assistenza  ai vecchi, alle vecchie e agli storpi, oltre che ai ragazzi e alle ragazze, dimendicandosi dei mendicanti, su cui invece si era insistito al momento della fondazione dell'Ospizio, ad imitazione del S.Sisto.

NON C'ERA IL WELFARE. Un motivo ovviamente c'era. Consideriamo che 
la precarietà, la mancanza di garanzie assistenziali e pensionistiche incideva duramente sulla qualità della vita sopratutto da vecchi, quando cioè non si poteva più lavorare per sopravvivere. 
E proprio esaminando le domande di ricovero che pervenivano al grande istituto romano del San Michele, è possibile rintracciare storie concrete di persone invecchiate e impoverite, però con alle spalle situazioni lavorative e sociali diverse.
In sostanza non si trattava  di veri e propri poveri, ma di persone che lo erano diventate. Uomini e donne che in origine avevano situazioni non particolarmente disagiate, ma che per via dell'età, di malattie, di incidenti, di affari andati male, di cattiva amministrazione dei propri beni, di doti svanite nel nulla per necessità o per dolo, avevano finito per trovarsi in una condizione di bisogno e spesso di vera e propria indigenza.
A. Morbelli (1854-1919)
Vecchie calzette
L'istituto così era arrivato a preferire questo tipo di "poveri" in quanto potevano contribuire a pagare il loro mantenimento grazie ai beni residui, o a quelli che potevano ottenere da qualche benefattore o ex datore di lavoro, oppure regalare all'Istituto oggetti di vario tipo (mobili, quadri, oro etc) frutto della vita lavorativa precedente.

Gli UOMINI. Gli uomini passavano una vita faticosa, fatta di cambi di attività, passaggi da una mansione all'altra, spesso le più disparate,  
coni periodi di inattività più o meno lunghi, in cui dovevano dar fondo agli esigui risparmi, e man mano che si andava avanti negli anni in molti si trovavano costretti a chiedere assistenza allo Stato.
Non ce la facevano a tirare avanti non potendo svolgere alcun tipo di mestiere.

LE VEDOVE. Per le donne c'era invece il problema della vedovanza: perdendo il marito perdevano anche il sostentamento, non potevano pagare più una pigione, quindi erano senza un tetto e spesso anche i figli maschi negavano il loro aiuto. 
Quindi per loro e tanti altri la soluzione era quella di tentare di entrare nell'Ospizio.
Non si trattava però, come dire,  di nullatenenti ma di uomini e donne che comunque nella maggior parte dei casi aveva dei beni da far valere per entrare nell'Ospizio del san Michele.

RACCOMANDAZIONI PER ENTRARE E STARE BENE. Anche qui c'era, come al solito, bisogno della raccomandazione, che permetteva di godere di stanza singola, propri mobili, mangiare non nel refettorio comune etc. 
Era necessario il pagamento di una somma per entrare, almeno 30 scudi ma i "ricchi"-poveri per farsi ricoverare erano spesso disposti a dare somme superiori.
Si evitava così il sistema dell'estrazione casuale dei nomi dal bussolotto, perchè il numero dei richiedenti era sempre elevato.
Dudreville Leonardo 1885 - 1975
vedove di guerra

LATI PERVERSI NELL'ASSISTENZA.  L'internamento dei vecchi in questa struttura mostrava poi dei lati veramente perversi. Facendo leva sul sentimento della riconoscenza si interrogavano, in entrata, i vecchi con scrupolosa attenzione ai loro beni sia immobili, perche una volta morti sarebbero passati all'istituzione sia gli oggetti, mobili, ori, vestiario.
Insomma a tutto veniva dato un valore anche ai cenci che portavano addosso. Tutto veniva poi venduto in caso di morte.
Per non parlare dei furti che i vecchi subivano da personale interno o da altri vecchi delle poche cose, che era lecito tenere accanto a sè.

LA DIFFICILE CONVIVENZA. La differenza sociale fra vecchi che si poteva riscontrare all'interno dell'Ospizio rendeva molto dura la convivenza: abitudini diverse, sporcizia, dormitori, mangiare in sale comuni..provocavano spesso liti, lamentele etc.
Come girone dell'inferno.
Alcuni, potendo infatti se ne andavano.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La documentazione relativa agli argomenti trattati è nell'archivio dell'Ospizio di S. Michele (1525-1898) 
per la bibliografia interessante volume è Il welfare prima del Welfare di Angela Groppi.

3 settembre 2019

Quando il papa Leone XII rispose in rima...


(1) Non è un caso raro che alcune carte d’archivio rimangano per secoli relegate nel buio degli scaffali dove sono conservate, sfuggendo spesso anche al più attento studioso. Così nell’archivio della Computisteria pontificia, conservata presso l’Archivio di Stato di Roma alcuni documenti aggiungono particolari relativi alla sfera privata di Leone XII, pontefice dal 1823 al 1829.


Annibale della Genga si trovò a fare il papa in un momento storico delicatissimo, quello della restaurazione postnapoleonica. Questo pontificato così centrale nella storia della Chiesa è già stato oggetto di importanti ricerche, che ne hanno evidenziato molteplici aspetti, a iniziare da quello economico, a quello più prettamente religioso, senza dimenticare quello artistico, e quello del governo dello Stato pontificio. 
Accanto a tanta grandezza, il tema qui affrontato racconta invece di povertà, di vecchiaia, di emarginazione, ma anche di generosità, e di devozione ad alcuni valori cristiani fondamentali.

SUPPLICHE AL PAPA. L’episodio di cui si vuole parlare accade nel 1828 e ha come protagonista Leone XII e un vecchio parroco del territorio marchigiano.
A Roma per qualsiasi affare per il quale non si volesse o potesse seguire il normale iter burocratico amministrativo si poteva rivolgere una supplica alla clemenza del Pontefice, chiamata “rescritto”, allo scopo di ottenere una risposta scritta di suo pugno, favorevole all’istanza presentata
Inoltre al Sovrano si poteva ricorrere contro provvedimenti emanati dall'autorità laica o religiosa che il ricorrente riteneva lesivi dei propri diritti o delle proprie aspettative.

Il Pontefice esaminava il caso e di suo pugno, o dando opportune istruzioni al Segretario dei Memoriali, definiva il ricorso e il più delle volte lo rinviava all'autorità competente per l'esecuzione.
In un mondo segnato dalla precarietà, dalla mancanza di garanzie assistenziali, specie in vecchiaia quando non si poteva più lavorare, in tanti si rivolgevano direttamente al Papa con lunghi elenchi di disgrazie, malattie, lutti per ottenere la sua benevolenza.
Nel 1828 a Papa Leone XII arriva, fra le tante, una supplica scritta in poesia. La firma è di un sacerdote nativo di Fabriano: Giuseppe Albacini, di anni 85.
Albacini era stato parroco di Pierosara, frazione di Genga in provincia di Ancona e nei registri parrocchiali, conservati nella chiesa di S. Sebastiano Martire, risulta che dal 1803 al 1820 tutti gli atti della parrocchia sono firmati da Lui.


Pierosara
Oppresso da problemi di salute e però capace ancora di comporre in rima, il parroco si rivolge al papa esponendo tutti i suoi guai: la vecchiaia, la cecità, la solitudine e l'estrema povertà. In passato per far del bene ai suoi fedeli, ha speso tutti i pochi averi e ormai vecchio e invalido osserva con rammarico di non poter contare sulla solidarietà di nessuno :
“L’uomo canuto oggi così si tratta / da questa ingrata sconoscente umana schiatta”.

IN SOGNO APPARE LA MADRE DEL PAPA. Dopo questa triste premessa, entriamo nella parte più importante della supplica: il sogno in cui gli appare Aloisia cioè Maria Luisa Periberti, discendente dal Paradiso, madre di Leone XII. Riconoscente al parroco per avere pregato per Lei nella messa celebrata subito dopo la sua morte, la nobildonna, anch’essa originaria di Fabriano, ha parole di orgoglio verso quel figlio diventato papa ( “…Gesù Cristo lo volle in sua terrena Sede / salda per sempre a mantener la fede…”) e verso la chiesa di Frasassi, ideata e fortemente voluta da Annibale Della Genga quando era ancora cardinale e finita di costruire nel 1827, dedicata proprio alla Madonna Madre di Dio, erroneamente attribuita all'architetto Giuseppe Valadier.
santuario Madonna di
Frasassi
RICHIESTA DI SUSSIDIO AL PAPA. Infine la Madre del Papa, consiglia il parroco di rivolgersi a suo nome alla grande misericordia di Leone XII per finire con dignità quel poco che gli resta da vivere.
Albacini segue il consiglio e scrive al Papa perché gli conceda un sussidio.
La reazione di Leone XII nel leggere una supplica così speciale, rispetto alle tante altre usuali che riceveva, non ci è dato conoscere. Ma il ricordo e l'intercessione della madre, di cui ne venerava la memoria, dovettero colpire il papa e produrre l'effetto sperato.
E così Leone XII di suo pugno scrive un rescritto, che nell’ultima frase è anch’esso in rima, e concede un sussidio al parroco: Si vera sunt esposita, / provveda il nostro tesoriere e all'oratore / faccia una assegnazione che gli conceda / modo di ben campare nell'ultime ore. / In breve, per cena pranzo e dejner/ gli passi ciascun giorno giuli tre. [...]
LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La documentazione citata è in ASR, Computisteria generale della RCA, 1477-1870, div.VII, b.481, fasc. 188.
Su Genga e sul ponticato di Leone XII è in atto un progetto pluriennale di ricerca che dal 2012 ha portato alla pubblicazione da parte dell’Assemblea
Legislativa della Regione Marche di ben sei volumi.
Citiamo fra gli altri: Il conclave del 1823 e l’elezione di Leone XII , a cura di Ilaria Fiumi Sermattei e Roberto Regoli (2016), e Antico, conservazione e restauro a Roma nell’età di Leone XII , a cura di Ilaria Fiumi Sermattei,
Roberto Regoli e Maria Piera Sette (2017).
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(1) Questo articolo è stato pubblicato nel settimanale "L'Azione" del 21/10/2017 pag, 22, clicca qui [...]

29 luglio 2019

Fontana di Trevi, uno sguardo ai documenti contabili.

 

ASR,Catasto urbano
 particolare di Fontana di Trevi
Sembrava che dopo la morte dei grandi architetti, attivi  fra '500 e '600, cioè Giacomo della Porta (1532-1602),  Carlo Maderno (1556-1629),  Girolamo Rainaldi (1570-1655), e sopratutto Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) non si  potesse  più pensare alla costruzione delle grandiose fontane romane, quando quasi inaspettatamente, nel 1733, l'architetto Niccolò Salvi, romano, nato nel 1699 e morto nel 1761, autore di modeste opere, (quali la ricostruzione della chiesa di Santa Maria in gradi di Viterbo, il Ciborio de' Benedettini di Montecassino, gli altari di San Pantaleo, di San Niccolò in San Lorenzo in Damaso e di Sant'Eustachio), per  commissione di Clemente XII, ideò il sontuoso prospetto dell' acqua Vergine detta di Trevi.

LE FATTURE PER I LAVORI DI FONTANA DI TREVI. E tutti i lavori (.. eseguiti dai chiavari, muratori, facchini, trasportatori delle pietre, stagnari, muratori, fontanieri, scalpellini, intagliatori, falegnami, vetrai, imbiancatori etcfatti per la costruzione della monumentale fontana di Trevi sono ben documentati nelle carte conservate dall'ufficio di Computisteria dell'archivio  della Presidenza degli acquedotti urbani, conservato presso l'Archivio di Stato di Roma. 
Banco di Napoli,
esempio di filza

Tutti questi conti e fatture (1) (che vanno dal 10 settembre 1728 al 14 febbraio 1753) contengono il dettaglio dei tantissimi lavori eseguiti per la costruzione di questa monumentale fontana dalle maestranze, che formavano il cantiere della fontana settecentesca più importante di Roma presentate all'amministrazione pontificia, presentati per essere pagati per le attività svolte.
L'amministrazione degli acquedotti, a cui spettava il pagamento delle spese fatte per le fontane di Roma,  conservava questo tipo di documenti (le cosìdette pezze d'appoggio) per mantenere  memoria dei pagamenti fatti.

Infatti tutti quelli che avevano ricevuto l'incarico di eseguire i vari lavori necessari per l'esecuzione di questa grandiosa opera dovevano presentare all'amministrazione pontificia le i conti  e le  fatture per essere poi pagati.

Quindi sebbene si tratti di scritture contabili, spesso freddi elenchi dei lavori eseguiti, dal più umile chiavaro al più elevato architetto e scultore, con il relativo costo in scudi, sono comunque carte preziose!! 

Perchè vengono descritti e consegnati alla storia della fontana più famosa del mondo il dettaglio dei lavori fatti, e a seguire la descrizione dei materiali impiegati.
I conti sono tutti tarati dall'architetto Nicola Salvi responsabile dell'esecuzione del progetto di Fontana di Trevi.

I MANDATI DI PAGAMENTO. Va inoltre tenuto presente che l'atto successivo al controllo dei conti e fatture  era il mandato di pagamento emesso dall'amministrazione e con cui  il creditore poteva presentarsi di solito al Monte di pietà di Roma, che svolgeva il compito di banca centrale dello Stato, per farsi pagare..

Quindi anche la lettura dei mandati di pagamento permette di ricavare interessanti particolari: dal nome intestatari dei mandati, alle somme da liquidare e alle causali del pagamento.

Per intestatari dei mandati si intendono sia i nomi delle maestranze (chiavari, muratori, facchini, trasportatori delle pietre, stagnari, muratori , fontanieri, scalpellini, intagliatori, falegnami, vetrai, imbiancatori etc), ma anche per gli artisti (vedi lo scultore Benaglia) a favore dei quali il mandato si spediva.
Insomma ci si trova così di fronte ad un mondo sommerso di artigiani e artisti che, come in un affresco corale, contribuirono al perfezionamento di una grandiosa opera d'arte,  diventata uno dei simboli della città eterna. 

La lettura di tutti questi conti, spesso assai minuziosi, permette di vivificare il notevole lavoro occorso e dimostrare la buona organizzazione delle diverse fasi e tipologia di lavori richiesti per portare a termine il progetto di Nicola Salvi.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. L'Archivio di Stato di Roma conserva tali conti nell'archivio Presidenza degli acquedotti urbani
Questo post è una sintesi di un articolo dal titolo "Le fonti per l'Ornato di Fontana di Trevi" di Marina Morena pubblicato in "Fontana di Trevi. La storia, il restauro" a cura di Luisa Cardilli, Ed. Carte segrete, 1991.
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(1) Nel linguaggio archivistico si tratta di tre filze, intendendosi con questo termine un fascio di scritture cucite  e coperte da una cartapecora o cartone fermato con lacci.