23 marzo 2019

Furti di libri a Roma nel 1678

La cronaca di questi anni riferisce che la Germania ha restituito all'Italia oltre cinquecento volumi storici che erano stati comprati da una casa d'aste a Monaco dopo essere stati trasportati illegalmente dall'Italia. I libri, fra i quali spiccano edizioni originali di Galileo Galilei e Copernico, erano stati trafugati dal direttore della Biblioteca dei Girolamini di Napoli, Marino Massimo De Caro, con l'aiuto di una organizzazione criminale. 
Le 'cinquecentine', ossia i libri stampati fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo hanno un valore stimato fra i due e i tre milioni di euro.
Così in presenza di furti di libri rari e preziosi si pensa subito a  bibliofili di alto rango, a collezionisti facoltosi, che, desiderosi di ampliare la  loro collezione, sono disponibili a ricomprarli al mercato nero. 

FURTI A ROMA. Anche nella Roma delle epoche passate si può trovare traccia di questo reato, indubbiamente piuttosto raro in quanto riguarda una categoria di oggetti - i libri appunto-  che allora interessavano una minoranza di persone, cioè i pochi privilegiati che sapevano leggere..... 
Una conferma a quanto appena detto è nei documenti antichi del Tribunale criminale del governatore di Roma conservati nell'Archivio di Stato di Roma.

DENUNCE DI FURTI. Chi voleva denunciare un furto si doveva recare presso l'ufficio di questo tribunale e fare una regolare denuncia, che veniva registrata in appositi registri,  redatti in modo cronologico .  
Con la lettura di questi registri si apre un interessante panorama sugli oggetti che attiravano di più l'attenzione dei ladri nella Roma del Seicento
Vediamo così che i furti riguardavano perlopiù beni di prima necessità e facilmente rivendibili sul mercato o cose utili rubate per utilizzo personale: armi, stoviglie, animali, alberi,  vestiario (ferraioli cioè mantelli in particolare), lenzuoli, generi alimentari, valigie, pagherò del banco di S. Spirito, utensili, ferro, ma anche oggetti preziosi come  monete, medaglie, gioielli, armi etc. 
Da notare poi che si tratta quasi sempre di furti di modeste quantità di oggetti : ad es. un cucchiaio d'argento, un cavallo, etc. 
Molto raramente compaiono libri, mentre è già più diffuso il furto di quadri, sicuramente più richiesti dal mercato nero.
ASR, Verbale di  denuncia di furto di libri
Proprio in un registro del tribunale criminale del governatore di Roma (serie Denunce di furto anni 1604-1809) è registrata una denuncia fatta in seguito ad un furto di volumi antichi.
Infatti il  4 febbraio 1678 il custode della biblioteca della Sapienza  Carlo De Murris denuncia di essersi accorto che dalla libraria della Sapienza mancano una certa quantità di libri.
Al momento della denuncia, il custode non può dire il numero né la qualità di libri mancanti,  perché deve ancora controllare sull’inventario. Assicura però che dopo aver compiuto questa operazione, darà una distinta dei libri che mancano…(la ricerca su questo documento successivo è in corso e appena possibile se ne darà notizia.) 
La denuncia continua con la dichiarazione che uno del libri rubati è stato già ritrovato presso il libraro Gio. Capranica, che da parte sua aveva provveduto (non sappiamo se spontaneamente) a riconsegnarlo all’ufficio della Biblioteca. 
Si tratta di un volume in folio dello scrittore spagnolo Lucio Flavio Destro (V secolo d.c.) , autore del “Chronicon Omnimodae Historiae”, scritto nel 430 d.C. e dedicato a S. Gerolamo. Nella denuncia non viene citato il titolo.

26 febbraio 2019

Leone XII avvia la ricostruzione dopo l'incendio della Basilica di San Paolo


Nella notte fra il 15 e il 16 luglio 1823 un incendio distrusse la basilica di San Paolo, mandando in fumo quattordici secoli di storia. La chiesa era infatti sorta per volere di Costantino sulla tomba di S. Paolo di Tarso, ed era stata consacrata in tempi lontani, il 18 novembre 324.

LE CRONACHE DEL TEMPO. Come fonte per l'incendio e la successiva ricostruzione della chiesa abbiamo  la “Collezione degli articoli pubblicati del diario di Roma relativi alla nuova fabbrica della basilica di San Paolo” (Rev. Cam. Apost., 1845), una sorta di bollettino in cui vengono riportate tutte le cronache relative alla basilica, dal luglio 1823 al mese di dicembre del 1845. 

L'INCENDIO. Si comincia il giorno seguente l’incendio, mercoledì 16 luglio, quando in un primo articolo viene semplicemente data notizia dell’incidente, attribuendo l'evento all'imperizia di due stagnari che stavano riparando il tetto. Le notizie continuano seguendo questa linea. In sostanza non interessava scoprire se la causa dell'incendio fosse dolosa o altra, ma piuttosto ci si accontentò di una spiegazione rassicurante. Venne tirata in ballo anche una punizione divina. Insomma il popolo credette che stava per finire lo Stato pontificio, tanta era l'importanza che per la cristianità rivestiva la santa basilica.
La cavalleria del corpo dei pompieri arrivò con troppo ritardo e i pochi spettatori, compreso i preti del monastero (tutti tratti in salvo) e i contadini del circondario, videro pezzo per pezzo crollare la basilica, senza poter far nulla.
Nell'ultimo articolo del 1823 si ricorda la visita del neo eletto papa Leone XII, successore di Pio VII (Luigi Chiaramonti), che era morto il 20 agosto in seguito ad una caduta che complicò le già critiche condizioni di salute. Proprio quest’ultimo pontefice si era formato nell’ordine benedettino dell’abbazia di San Paolo ma non poté occuparsi della sua amata basilica e, forse, di quella sciagurata tragedia non ne venne mai informato.



RICOSTRUZIONE DELLA BASILICA. Dopo un incendio così rovinoso, doveva seguire la costruzione di un edificio che, per dimensione, è secondo solo a San Pietro, e i cui lavori di ristrutturazione terminarono solo nel 1928, alla vigilia dei Patti Lateranensi.
La distruzione della basilica di via Ostiense risvegliò un vero e proprio interesse storico, archeologico e urbanistico.  Si inserirono nel dibattito relativo alla sua ricostruzione  molti studiosi, come Carlo Fèa, archeologo e collezionista d'arte, e lo scrittore francese Stendhal, che colsero l’occasione per ripercorrere la storia del vecchio monastero e, soprattutto, si inserirono nel dibattito sulla sua imminente riedificazione.

LEONE XII E L'AVVIO DEI LAVORI. La ricostruzione di questa basilica vide  impegnato il neo-papa Leone XII (Annibale della Genga, 1823-1829). 
Anzi costituì la più grande opera avviata dal pontefice marchigiano. Solo avviata perchè per la sua conclusione ci sarebbero voluti oltre cento anni!!

Si trattò infatti dell'ultima grande impresa pubblica della Roma papale e coinvolse tre diversi pontificati - Leone XII (1823-1829), Gregorio XVI (18311846) e Pio IX (1846-1878) - in un’impresa straordinaria obbligata dall’emergenza.
Fu Leone XII ad iniziare tale impresa, annunciando, nel corso dell'anno santo del 1825, il programma di ricostruzione con una serie di provvedimenti legislativi che stabilirono le modalità finanziarie, amministrative e architettoniche della nuova opera. 
Per partecipare concretamente al finanziamento di un'opera che riguardava l'intera cristianità  (enciclica del 25 gennaio 1825) venne chiamata a collaborare anche l'Europa cattolica, in quanto dalla fine del Settecento lo Stato pontificio era fortemente impoverito.
Il papa istituì anche una Commissione speciale (26 marzo 1825), guidata dal segretario di Stato, per decidere sull’andamento del cantiere, sulla scelta degli architetti e sulla ortodossia dei progetti che, con la consulenza dell’Accademia di San Luca, che dovevano attenersi alle raccomandazioni del Chirografo papale (18 settembre 1825). 

LAVORO PER GLI INDIGENTI. La nuova basilica avrebbe inoltre costituito un'occasione d'oro per far lavorare i tanti indigenti, che in quel periodo si riversavano dalla campagna in città.  Dopo il periodo francese, infatti si era registrato un aumento della popolazione, accompagnato però da un generale povertà delle masse che vivevano nella campagne. La carestia degli anni 1816-17 in Europa aveva complicatola situazione!
Questi massa di nullatenenti per sfamasi si riversavano tutti a Roma, costituendo un pericolo anche per l'ordine pubblico. Problema molto sentito dai pontefici.
Anche Leone XII non fu da meno. Appena eletto si occupò di  carceri, di ospedali, di ricoveri  con visite e provvedimenti ad hoc.
E la ricostruzione della basilica poteva essere un'occasione per risolvere questi problemi! Il papa accolse così il suggerimento di occupare queste braccia di lavoro nei primi lavori generici e più pesanti di demolizione, di facchinaggio e di trasporto di materiali. Si proseguì poi con viabilità, canalizzazione delle acque, demolizione delle parti pericolanti, trasporto dei materiali sulle strade e lungo il Tevere
Il cantiere era periferico, vicino al Tevere e ciò permetteva un maggiore controllo su questa massa di indigenti e anche sui forzati impiegati. 

LE FONTI E LA BIBLIOGRAFIA.
Le carte d’archivio documentano soprattutto attraverso le cifre della contabilità i dettagli della gestione della manodopera. Cfr, ASRm, Commissione speciale deputata per la riedificazione della Basilica di S. PaoloASRm, Presidenza delle strade, Lavori stradali in Agro romano e ComarcaASRm, Computisteria generale della Reverenda Camera Apostolica, Archivio posizioni.
Per la bibliografia Cfr. Collezione degli articoli pubblicati del diario di Roma relativi alla nuova fabbrica della basilica di San Paolo” (Rev. Cam. Apost., 1845)
Carlo Fèa inAneddoti sulla basilica Ostiense di San Paolo” (1825), 
CFR: 1823. L'incendio della Basilica di San Paolo. Leone XII e l'avvio della ricostruzione, a cura di I. Fiumi Sermattei, num. mon. "Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche", anno XVI, n. 128, luglio 2013, pp. 41-78.
Cfr. M.Calzolari, Leone XII e la ricostruzione della basilica di San Paolo fuori le mura sta in : Il pontificato di Leone XII Restaurazione e riforme nel governo della Chiesa e dello Stato, Atti del convegno, Genga, 1 ottobre 2011, pp-86-106.

16 febbraio 2019

Carlo Marchionni, architetto, disegnatore e caricaturista


Nelle epoche in cui non c'era ancora la fotografia e comunque si sentiva il desiderio di ritrarre e ritrarsi, l'architetto Carlo Marchionni immortala se stesso e alcune maestranze nell'atto di lavorare..
Marchionni (Roma,1702- Roma, 1786), è stato un architetto,  scultore, ingegnere e esperto disegnatore di caricature, di figure di genere e di paesaggi pur non essendosi mai esercitato nella pittura. (Per la biografia completa clicca qui).
Dopo varie collaborazioni e lavori a Roma e fuori, Marchionni alla fine del 1751 cominciò a lavorare per l'amministrazione pontificia nel ruolo di architetto dell'Acqua Paola, carica detenuta ancora nel 1785.
Nel 1757 assunse anche la carica di architetto generale della Camera apostolica e del Palazzo apostolico, e contemporaneamente di revisore della basilica di S. Pietro, nomina che gli sarà riconfermata nel 1771, dall'economo F. Caffarelli fino al 1773, quando, dopo la morte del grande archiotetto  Luigi Vanvitelli, sarà eletto architetto sovrastante, carica che manterrà per tutta la vita. 

Marchionni morì a Roma il 28 luglio 1786 e il mese successivo, secondo le disposizioni testamentarie fu sepolto sotto il pavimento del coro della chiesa di Gesù e Maria con una lapide sulla quale è ancora leggibile l'iscrizione.
DISEGNI NELL'ARCHIVIO DI STATO DI ROMA. Nell'archivio della Presidenza degli acquedotti urbani, conservato presso l'Archivio di Stato di Roma, sono stati ritrovati alcuni disegni, recentemente oggetto di una pubblicazione. 
Si tratta di pregevoli disegni, che hanno come soggetto architetti e maestranze intenti al lavoro in un cantiere aperto nel centro di Roma, attribuiti solo recentemente alla mano di questo architetto del '700 romano, che per la loro straordinaria grazia nel rendere questi piccoli ritratti di uomini del Settecento erano stati già valorizzati e pubblicati seppur anonimi.
Nell'articolo "Carlo Marchionni. Ingegnere della sacra Congregazione delle acque" l'autrice Simonetta Ceccarelli ne ricostruisce infatti l'abilità tecnica da consumato disegnatore, nonché le tecniche utilizzate.
Proprio in alcuni di questi disegni Marchionni rappresenta se stesso in elegante abito settecentesco, nell'atto di mostrare ad altre autorità alcune tubature, la cui verifica era stata a lui affidate dal Presidente degli acquedotti urbani.
I disegni sono inseriti in una perizia fatta per una vertenza fra il Tribunale delle acque e i padri gesuiti, sorta in relazione alla costruzione delle fondamenta del palazzo romano del Collegio Germanico, situato fra piazza di S. Apollinare e piazza S. Agostino .
Gli esperti erano nomi importanti nella Roma dell'epoca: l'architetto Luigi Vanvitelli, di cui Carlo Marchionni era aiuto, per il tribunale e Ferdinando Fuga, architetto per i padri gesuiti. La data della perizia è 1750-1751.


LE CARICATURE. Accanto a questa attività, Marchionni si dedicò anche alla caricatura, realizzando per suo divertimento un’ampia serie di divertenti studi caricaturali dedicati a personaggi d’ogni ambiente sociale del suo tempo: gentiluomini ed ‘offiziali’, prelati e personaggi di Curia, artisti suoi colleghi incontrati
all’Accademia di San Luca, quali l’architetto Barigioni, i pittori Benefial, Batoni e Monosilio, senza dimenticare servi, mendicanti, gobbi ed appartenenti alla più bassa categoria sociale, che ci offrono nel loro insieme uno spaccato interessantissimo della società romana del Settecento. Se le strade di Roma, fornirono il materiale umano più interessante all’occhio curioso dell’architetto, la sua vena satirica lo accompagnò anche nei suoi viaggi di lavoro..

Tre di questi tomi sono nel Museo di Roma a Palazzo Braschi: insieme agli analoghi volumi, oggi conservati nella Biblioteca Palatina di Parma, nella Biblioteca Apostolica Vaticana, nel Département des Arts Graphiques del Louvre di Parigi. Essi costituiscono il documento della produzione di caricature, davvero non secondaria, del più noto architetto attivo a Roma nel Settecento
BIBLIOGRAFIA. Cfr. Simonetta Ceccarelli, "Carlo Marchionni. Ingegnere della sacra Congregazione delle acque"  in Architetti e ingegneri a confronto, III. Immagine di Roma fra Clemente XIII e Pio VII, a cura di Elisa Debenedetti, 2008 Bonsignori editore.Cfr.Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, Carlo Marchionni, caricaturista, Campisano Ed, Roma 2105 .Questo libro i offre il catalogo completo delle ben 294 caricature conservate nei tre volumi del Museo di Roma. 

LE CARTE D'ARCHIVIO.Testamento e inventario dei beni sono in Arch. di Stato di Roma, Trenta notai capitolini, Uff. 19, Notaio C. Palombini, vedi anche l'archivio della Presidenza degli acquedotti urbani.

1 febbraio 2019

Ancora altre tasse per abbellire Roma: arriva Carlo V nel 1536

 
Ritratto di Carlo V
Siamo nel gennaio 1536. Roma si prepara a ricevere la visita del potentissimo Carlo V d’Asburgo,  imperatore del sacro Romano impero.
Egli in effetti arriva a Roma nell'aprile del 1536, con lo scopo ben preciso di conoscere e cercare di farsi alleato il nuovo pontefice Paolo III (Alessandro Farnese, 1534 - 1549). 
La città deve essere resa più bella per accogliere con tutti gli onori questo grande personaggio.


TENSIONI FRA IMPERATORE E RE DI FRANCIA. Non va dimenticato che quelli erano anni di forti tensioni fra l'imperatore Carlo V e Francesco I di Francia, e di forti contrasti religiosi fra protestanti e cattolici. Questi conflitti avevano investito in pieno il pontificato di Clemente VII (1523-34), della famiglia de’Medici, che muore nel 1534. 
Alleato con i francesi contro  Carlo V, in lotta a Roma con la potente famiglia dei Colonna, Clemente VII però aveva dovuto subire il rafforzamento del potere imperiale su tutta la penisola italiana.
E, dulcis in fundo,  nel 1527, proprio durante il suo pontificato era avvenuto un fatto gravissimo per la città: il  sacco di Roma.

26 gennaio 2019

1526, Descriptio Urbis - il primo censimento della popolazione di Roma


Nel 1526, pochi mesi prima del terribile episodio passato alla storia come Sacco di Roma, avvenuto il 6 maggio 1527,  fu compilato un documento importantissimo e raro per conoscere Roma e i suoi abitanti un censimento, redatto sotto il pontificato di Clemente VII (1523-1534), che probabilemnte aveva scopi fiscali.

IL CENSIMENTO DEL 1526. La Descriptio Urbis o censimento della popolazione di Roma è un documento fondamentale per la storia di Roma all’inizio dell’evo moderno. 
Raro perchè è il primo documento, dall’antichità, che offre un panorama complessivo della popolazione romana, redatto un anno prima dell’arrivo dei lanzichenecchi di Carlo V, che la metteranno a ferro e fuoco.
Il manoscritto offre preziose informazioni  sui singoli individui,  sui lavori che assicuravano ai romani i mezzi di sostentamento, sulla suddivisione degli abitanti nei vari rioni, sul luogo di nascita degli immigrati che costituivano una larga parte della popolazione. 
Va sempre considerato poi, quando parliamo della città sede del papato,  che oltre ai suoi abitanti, Roma aveva, ieri come oggi, sempre attirato una moltitudine di gente straniera e non. 
E Roma, poco prima di questo tragico avvenimento (1527), raggiungeva le 55.000 unità, prevalentemente composti da colonie provenienti da varie città italiane, a maggioranza fiorentina.
L'improvviso affollamento causato dalle decine di migliaia di lanzichenecchi aggravò pesantemente la situazione igienica, favorendo oltre misura il diffondersi di malattie contagiose che decimarono tanto la popolazione, quanto gli occupanti.
Alla fine di quell'anno tremendo, la cittadinanza di Roma fu ridotta quasi alla metà dalle circa 20.000 morti causate dalle violenze o dalle malattie.
STORIA DEL MANOSCRITTO. La "Descriptio Urbis o Censimento della popolazione di Roma avanti il sacco borbonicorisalente ai sec. XVIII-XIX  fu pubblicato  da Domenico Gnoli (1), Roma 1894, in "Archivio della Società Romana di Storia Patria", XVII, pp. 375-520. 
Il manoscritto è conservato oggi presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma, e contiene  descrizione e notizie  di mano di Aldo Gnoli, da cui è stato acquistato nel 1944.
Aldo Gnoli fu studioso di cose romane per eredità familiare, in quanto nipote del celebre Domenico Gnoli, fu anzitutto attento studioso del Belli e poeta egli stesso. Si dedicò poi alla cura dei lavori lasciati incompiuti o inediti dal nonno. 
 
LETTERATI E ERUDITI A ROMA NELL'OTTOCENTO. Questi particolari ci riportano al clima di erudizione della Roma dell'Ottocento. 
Il censimento lo conoscevano in pochi, anche perchè pochissime erano le copie  in circolazione. 
Nell'Archivio della società Romana di Storia Patria, l'articolo a firma di Domenico Gnoli, (Roma1838Roma915)  poetastorico e bibliotecario italiano, cui si deve la pubblicazione del censimento (1), riferisce addirittura l'esistenza di solo due copie. 
E una di queste era presso un archivista, in servizio all'epoca presso l'Archivio di Stato di Roma.
Si trattava di Costantino Corvisieri (Roma1822 – Roma11 dicembre 1898), storico, archeologo, erudito e cultore di studi romani oltrechè capo sezione e poi  primo archivista proprio nell'Archivio Stato di Roma, in servizio dal  1871 al 1898.
Ma non solo! Corvisieri è stato uno dei fondatori, nonché primo presidente della Società romana di storia patria, fondata il 5 dicembre 1876 in casa del barone Pietro Ercole Visconti da un gruppo di studiosi, spinti a questa fondazione dal desiderio di scrivere una nuova storia di Roma, nella quale la visione “municipale” avesse il predominio sulla visione “pontificia”, che fino a quel momento era stata predominante. La prima riunione dei soci fondatori si tenne proprio a casa di Costantino Corvisieri, che in quell’occasione fu eletto presidente. Tra il 1877 e il 1878 uscì il primo numero  dell’«Archivio della Società Romana di storia patria». 
Intanto, due anni dopo nel 1878 fu eletto pontefice Leone XIII, che ben presto aprì agli studiosi di tutto il mondo gli Archivi Vaticani.
La Società all’inizio non ebbe una sede: le riunioni si tennero prima a casa del Presidente, poi, per concessione del principe Chigi, presso la Biblioteca Chigiana, quindi in alcuni locali presso San Carlo in via Quattro Fontane 94 (oggi via Depretis) ed infine il ministro Guido Baccelli assegnò alla Società l’uso di tre stanze annesse alla Biblioteca Vallicelliana
La cura della conservazione e dell’incremento della Vallicelliana fu dallo stesso ministro affidata nel 1883 alla Società, al cui presidente fu concessa l’alta direzione della Biblioteca.

BIOGRAFIA DI COSTANTINO CORVISIERI, ARCHIVISTA PRESSO L'ARCHIVIO DI STATO DI ROMA. Figlio di Alessandro e di Flavia Nardini, Corvisieri era nato a Roma il 19 febbraio 1824 dove morì l’11 novembre 1898. Oltre agli studi in Filosofia, Diritto civile e Canonico, era anche Paleografo e corrispondente storico.
Il 12 novembre 1870, dopo la caduta dello Stato pontificio, Corvisieri fu delegato agli Archivi governativi di Roma per farne la relazione e curarne la conservazione a Roma. 
Il 25 marzo 1871 fu delegato al trasporto e all'ordinamento temporaneo di detti Archivi a Roma. 
Dal 30 dicembre 1871 rivestì il ruolo di capo sezione nell'Archivio di Stato di Roma, e dal 23 dicembre 1875 archivista di II classe. 
Poi il 24 marzo 1881, fu nominato primo archivista di I classe e il 22 novembre 1896 collocato in disponibilità per riduzione di ruolo 
Fu anche cavaliere della Corona d’Italia Consigliere della R. Società Romana di Storia Patria.
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(1) Cgf. D. Gnoli, Description Urbis o censimento della popolazione di Roma avanti il sacco borbonico, sta in 4, in "Archivio della Società Romana di Storia Patria", XVII, Roma 189, pp. 375-520. 

20 gennaio 2019

Assistenza ai vecchi nella Roma papalina

Nei secoli passati in giro per Roma c'era una vera e propria corte dei miracoli, costituita da accattoni e invalidi, che andavano vagando senza controllo costituendo un grave problema per l'ordine pubblico.  
Mendicanti, invalidi veri o finti, e di tutte le età,  si aggiravano in strade, piazze, vicoli, accanto a chiese e a palazzi nobiliari, ombre fisse accanto anche alle Porte cittadine. 
Ce lo raccontano i Bandi emanati dal Cardinal Vicario in primis  per identificare, sotto il portico di S. Maria in Trastevere, tutti gli accattoni e i provvedimenti emanati contro questa piaga sociale.

INIZIATIVE PER CONTRASTARE ACCATTONAGGIO. Così a partire dalla fine del Cinquecento  due papi in particolare agirono per contrastare il dilagare dell’accattonaggio, e non solo per motivi afferenti alla carità cristiana.
Il modo migliore per entrambi sarebbe stato quello di rinchiudere questa fetta della popolazione pericolosa, incontrollabile, oziosa e spesso bugiarda in istituzioni create ad hoc. Qui avrebbero avuto cure, vitto e alloggio, e punizioni in caso di ribellione, in cambio di qualche lavoro. In tal modo si sarebbero potute controllare e prevenire le loro malefatte. 

SISTO V E L'OSPEDALE DEI MENDICANTI. Il primo fu il grande Sisto V che nel 1597, acquistate alcune case nei pressi di Ponte Sisto, sulla riva sinistra del Tevere, commise all' architetto Domenico Fontana di restaurarle di sana pianta, adattandole ad Ospizio capace di ricoverare 400 vecchi ed invalidi, con dormitori, officine, ospedale interno, farmacia, assegnando rendite atte a coprirne i costi.  

LA FAMIGLIA ODESCALCHI E L'ASSISTENZA. A fine seicento un monsignore della ricca famiglia Odescalchi varò l'iniziativa di un primo ospizio a Ripa Grande dove si assistevano gli invalidi, i fanciulli e le zitelle. Qui i fanciulli venivano avviati al lavoro.

PAPA INNOCENZO XII E L'0SPIZIO DI SAN MICHELE A RIPA. A seguire Innocenzo XII nel 1693 decise di riorganizzare l'assistenza pubblica di Roma, cominciando con il raccogliere in un'unica istituzione e in un unico luogo prima l'infanzia abbandonata, poi progettando di concentrarvi anche le altre categorie di poveri assistiti, che erano all'epoca  collocati a Ponte Sisto e al Palazzo lateranense.
Decise così di finanziare l'Ospizio apostolico dei poveri invalidi, prima situato in san Giovanni in Laterano, poi spostato nell'ampio comprensorio del S. Michele a ripa. A questo istituto veniva demandato il compito di ricoverare i fanciulli indigenti, per fargli imparare la dottrina cristiana, la lettura e la scrittura e a fare di conto, e poi venivano avviati alla pratica di qualche mestiere
Ospizio di
San Michele a Ripa
Ma non solo.
Nel 1708 papa Clemente XI affidò a Carlo Fontana l'ampliamento dell'edificio per accogliere i vecchi dell'Ospizio dei Mendicanti (quello aperto da Sisto V) e la costruzione di un carcere minorile, per correggere gli adolescenti traviati.   
Qui avrebbero avuto cure, vitto e alloggio, e punizioni in caso di ribellione, in cambio di qualche lavoro. In tal modo si sarebbero potute controllare e prevenire le loro malefatte. 
Con l'apertura di questi istituti si volevano recludere questa fetta della popolazione pericolosa, incontrollabile, oziosa e spesso bugiarda in istituzioni create ad hoc,  costringendoli a lavorare e centralizzare anche le risorse economiche parcellizzate tra i diversi soggetti che a Roma in modo disorganico già si occupavano del problema.
In entrambi i casi però non si può parlare di successo.

ASSISTENZA PRIMA A MENDICANTI POI AI VECCHI. In particolare nella storia dell'Ospizio apostolico è possibile rintracciare un'interessante trasformazione, quando smise di essere un luogo di segregazione per accattoni, mendicanti recalcitranti a farsi recludere e a lavorare e si trasformò in un istituto di assistenza per giovani e vecchi dei due sessi.
Soprattutto l'assistenza alla vecchiaia nelle epoche passate si presta a molte riflessioni.  
A. Morbelli (1854-1919)
Innanzitutto anche a Roma, dal Seicento all'Ottocento, per parlare di vecchiaia si dovevano comunque considerare chi arrivava a settantanni.
In quelle epoche dove l'aspettativa di vita era molto più bassa, in pochi raggiungevano questo traguardo,  in quanto si moriva molto più giovani.

Già nei primi del Settecento, quando furono emanati i Bandi per regolare le domande di ammissione all'Ospizio si ritrova traccia di un cambiamento epocale nell'assistenza pubblica romana.
Si insisteva molto sull'assistenza  ai vecchi, alle vecchie e agli storpi, oltre che ai ragazzi e alle ragazze, dimendicandosi dei mendicanti, su cui invece si era insistito al momento della fondazione dell'Ospizio, ad imitazione del S.Sisto.

NON C'ERA IL WELFARE. Un motivo ovviamente c'era. Consideriamo che 
la precarietà, la mancanza di garanzie assistenziali e pensionistiche incideva duramente sulla qualità della vita sopratutto da vecchi, quando cioè non si poteva più lavorare per sopravvivere. 
E proprio esaminando le domande di ricovero che pervenivano al grande istituto romano del San Michele, è possibile rintracciare storie concrete di persone invecchiate e impoverite, però con alle spalle situazioni lavorative e sociali diverse.
In sostanza non si trattava  di veri e propri poveri, ma di persone che lo erano diventate. Uomini e donne che in origine avevano situazioni non particolarmente disagiate, ma che per via dell'età, di malattie, di incidenti, di affari andati male, di cattiva amministrazione dei propri beni, di doti svanite nel nulla per necessità o per dolo, avevano finito per trovarsi in una condizione di bisogno e spesso di vera e propria indigenza.
A. Morbelli (1854-1919)
Vecchie calzette
L'istituto così era arrivato a preferire questo tipo di "poveri" in quanto potevano contribuire a pagare il loro mantenimento grazie ai beni residui, o a quelli che potevano ottenere da qualche benefattore o ex datore di lavoro, oppure regalare all'Istituto oggetti di vario tipo (mobili, quadri, oro etc) frutto della vita lavorativa precedente.

Gli UOMINI. Gli uomini passavano una vita faticosa, fatta di cambi di attività, passaggi da una mansione all'altra, spesso le più disparate,  
coni periodi di inattività più o meno lunghi, in cui dovevano dar fondo agli esigui risparmi, e man mano che si andava avanti negli anni in molti si trovavano costretti a chiedere assistenza allo Stato.
Non ce la facevano a tirare avanti non potendo svolgere alcun tipo di mestiere.

LE VEDOVE. Per le donne c'era invece il problema della vedovanza: perdendo il marito perdevano anche il sostentamento, non potevano pagare più una pigione, quindi erano senza un tetto e spesso anche i figli maschi negavano il loro aiuto. 
Quindi per loro e tanti altri la soluzione era quella di tentare di entrare nell'Ospizio.
Non si trattava però, come dire,  di nullatenenti ma di uomini e donne che comunque nella maggior parte dei casi aveva dei beni da far valere per entrare nell'Ospizio del san Michele.

RACCOMANDAZIONI PER ENTRARE E STARE BENE. Anche qui c'era, come al solito, bisogno della raccomandazione, che permetteva di godere di stanza singola, propri mobili, mangiare non nel refettorio comune etc. 
Era necessario il pagamento di una somma per entrare, almeno 30 scudi ma i "ricchi"-poveri per farsi ricoverare erano spesso disposti a dare somme superiori.
Si evitava così il sistema dell'estrazione casuale dei nomi dal bussolotto, perchè il numero dei richiedenti era sempre elevato.
Dudreville Leonardo 1885 - 1975
vedove di guerra

LATI PERVERSI NELL'ASSISTENZA.  L'internamento dei vecchi in questa struttura mostrava poi dei lati veramente perversi. Facendo leva sul sentimento della riconoscenza si interrogavano, in entrata, i vecchi con scrupolosa attenzione ai loro beni sia immobili, perche una volta morti sarebbero passati all'istituzione sia gli oggetti, mobili, ori, vestiario.
Insomma a tutto veniva dato un valore anche ai cenci che portavano addosso. Tutto veniva poi venduto in caso di morte.
Per non parlare dei furti che i vecchi subivano da personale interno o da altri vecchi delle poche cose, che era lecito tenere accanto a sè.

LA DIFFICILE CONVIVENZA. La differenza sociale fra vecchi che si poteva riscontrare all'interno dell'Ospizio rendeva molto dura la convivenza: abitudini diverse, sporcizia, dormitori, mangiare in sale comuni..provocavano spesso liti, lamentele etc.
Come girone dell'inferno.
Alcuni, potendo infatti se ne andavano.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La documentazione relativa agli argomenti trattati è nell'archivio dell'Ospizio di S. Michele (1525-1898) 
per la bibliografia interessante volume è Il welfare prima del Welfare di Angela Groppi.