19 giugno 2020

Viaggiare nello Stato pontificio. Quanta povertà e disoccupazione...

Archivio di Stato
di Roma
Siamo nel 1775.  Il pontefice  e i suoi ministri sono in riunione... si parla e si discute sui temi all'ordine del giorno. E' urgente esaminare le notizie della nuova situazione creata dalle riforme avviate nel resto d’Europa e anche in alcuni Stati italiani. 
Nello Stato pontificio c'era infatti stato solo qualche modesto tentativo per i molti ostacoli che qui minavano il difficile cammino delle riforme.
E così alla fine dell'udienza la decisione è presa da Pio VI (1775-1799) - il papa nativo di Cesena  - appena eletto. 
Egli decreta un viaggio-ispezione che avrebbe portato mons. Guglielmo Pallotta, Tesoriere generale della Reverenda Camera apostolica, e il suo seguito da Roma in su, fino alle province settentrionali.
Papa Braschi  era un conoscitore delle finanze pontificie, in quanto precedentemente, nel 1766, (durante il pontificato di Clemente XIII, 1758-1769),), aveva rivestito la importante carica di Tesoriere della Reverenda Camera apostolica, cioè il Ministro delle finanze.


SCOPI DEL VIAGGIO. Scopo di questo viaggio-ispezione è dunque quello di avere informazioni precise sui  possedimenti statali (tenute, fortezze, magazzini etc.), sulla situazione delle attività manifatturiere e commerciali nelle province.
Il papa  è interessato anche a conoscere le modalità di esazione dei dazi e delle gabelle di transito interne.
Pio VI voleva che persone di sua fiducia, con precise direttive, verificassero e completassero le informazioni, già in parte in suo possesso. Queste ultime provenivano da alcuni amministratori locali, o da precedente relazioni,: da persone di cui il papa forse poco si fidava.  Di qui la necessità di un nuovo viaggio -ispezione. 
E così i risultati di queste osservazioni sono tutte in una Relazione del viaggio...per lo stato ecclesiastico conservata nell’Archivio di Stato di Roma nella fondo Camerale II.

13 giugno 2020

Bandi, editti, notificazioni...

Di grande interesse per conoscere molti aspetti della vita dei sudditi pontifici sono i bandi, gli editti, le notificazioni emanati a Roma dal papa e dalle magistrature della amministrazione pontificia. Gli argomenti trattati infatti sono moltissimi e molto vari. 
Questo materiale aveva un intento normativo, nasceva infatti con lo scopo di regolare ogni aspetto della vita di tutti i cittadini o di particolari categorie (notai, ebrei, banditi, prostitute, tribunali, monasteri ed altri), mediante divieti, tasse, privilegi, concessioni, giubilei, indulgenze etc.
Si tratta quindi di una fonte privilegiata per lo studio della storia e politica ecclesiastica e delle attribuzioni, poteri e attività dei diversi organi della Curia Romana, sia per la ricostruzione delle condizioni socio-economiche della città di Roma e, più in generale, dello Stato Pontificio. I provvedimenti emanati dalle istituzioni pontificie (camerlengo, tesoriere, governatore di Roma, cardinale vicario, presidenti delle strade, delle ripe, della grascia, dell' annona ed altri)  dovevano contrastare e riportare ordine in una città caotica, dove si intrecciavano storie di illegalità, con abusi collegati anche alle pessime abitudini del popolo romano. 

BANDI. Il Bando (ma anche editto, ordine, proclama, bolla, breve, decreto, notificazione, avviso, ordinanza, etc.), identifica un documento, per lo più in un unico foglio ma anche in forma di fascicolo, che notifica decisioni di carattere amministrativo-giuridico emesse dall’autorità politico-territoriale o decisioni di carattere religioso ad opera della diocesi o di varie autorità ecclesiastiche. 
A partire dal secolo XV questi documenti diventarono pubblicazioni stampate destinate all’affissione sulla pubblica via, o a varia pubblica diffusione, sia per fini normativi che informativi.

L’origine dei bandi va ricercata in età comunale, con “le prime redazioni di consuetudini e leggi, spesso nella forma di giuramenti prestati dal podestà o da altri ufficiali al Comune in ordine al rispetto di consuetudini e all’ottemperanza di norme sancite dal consiglio cittadino, oppure nella forma di ‘bandi’ (banna) emanati dal podestà in materia criminale e di polizia urbana”. 1)
Col diffondersi dell’uso della stampa nel XVI secolo inizia il loro massimo sviluppo.
Dei bandi venivano fatte più copie, fino a 1.000 per i casi più importanti; poi erano esposti a Roma per vari giorni in quelle definiti  “loci soliti”.  Poi erano conservati negli archivi delle autorità emananti.

CARATTERE SOLENNE. Questi documenti, trattando di disposizioni normative, dovevano formalmente avere un carattere solenne ed essere di chiaro impatto visivo anche per chi non sapeva leggere. Pertanto nella loro struttura formale ricordano i documenti di cancelleria e presentano uno schema divisibile in tre parti (che corrisponde in diplomatica al ‘protocollo’, ‘testo’, ‘escatocollo’).
La prima parte corrisponde a quella in testa al documento e riporta, a grandi caratteri per un maggior impatto grafico, l’autorità responsabile del documento (talvolta rappresentata unicamente dagli stemmi), le invocazioni, il titolo e, in alcuni casi, la data di emanazione. 
La seconda parte è relativa al testo vero e proprio, stampato in caratteri più piccoli, con le disposizioni normative da seguire, le sanzioni in caso di mancato adempimento e spesso, in calce, la data di emanazione. 
La terza parte, infine, comprende i nomi dei sottoscrittori (autorità emananti, segretario, notaio), talvolta la data di affissione e le note tipografiche. 

Sembrerebbe poi esserci una distinzione fra questi tipi di documenti.
Gli editti erano ordinanze emanate da un’autorità, e avevano quindi il valore di una legge
I bandi invece erano  annunci d'interesse pubblico,  comunicazioni di una notizia di notevole importanza pubblica, letto spesso dal banditore per le vie della città.
La Notificazione era l’atto con cui una pubblica autorità portava a conoscenza della cittadinanza o di singoli cittadini una situazione, una deliberazione, una dichiarazione di volontà, e il mezzo stesso con cui la comunicazione veniva eseguita (affisso murale, lettera ufficiale, ecc.).

ANALFABETISMO DIFFUSO. Queste normative dovevano formalmente avere un carattere solenne ed essere di chiaro impatto visivo anche per chi non sapeva leggere
Cioè per la maggior parte della popolazione, che era analfabeta.
Tenendo conto di questa situazione, dovevano avere una duplice valenza: quella normativa, che intendeva regolare la vita dei cittadini in ogni suo aspetto (dalla salute alla pubblica sicurezza, ai mercati, alle strade, alla giustizia) e quella più propriamente simbolico-visiva, caratterizzata dal risalto grafico dato agli stemmi, per evidenziare e manifestare a tutti, anche agli analfabeti, il potere e il controllo esercitati dall’autorità pubblica

LA STAMPERIA. Nel XVII secolo la diffusione dei bandi raggiunge il suo apice e la stampa viene commissionata a tipografi autorizzati. 
Tutti questi "fogli sciolti" erano stampati infatti nella Stamperia della Reverenda Camera Apostolica, la Tipografia fondata a Roma nel 1589 da Sisto V, che ne affidò la direzione a Paolo Blado; il padre di Paolo, Antonio, aveva già avuto il titolo di stampatore camerale, con relativi privilegi, prima dell'istituzione della Stamperia. Poi questa venne fusa con la Stamperia Apostolica Vaticana nel 1609, e infine tornò ad essere una tipografia autonoma nel 1717.
-----------------
LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA.
Vedi: Inventario n. 107 – Collezione dei Bandi  con relativa bibliografia (cerca su Google)
A. PRATESI, Genesi e forme del documento medievale. Roma, Jouvence, 1979, pp. 67-79.

3 giugno 2020

I souvenir raccontavano la Roma del passato. I "biscuit" di Giovanni Volpato.

souvenir
Vicino ai più famosi monumenti del centro storico di Roma, sostano un gran numero di bancarelle che espongono come souvenir statuette in gesso riproducenti le opere d’arte maggiormente significative  della città: il Colosseo, la Basilica di San Pietro, la Fontana di Trevi, la Fontana dei Fiumi, la Colonna Traiana…. 
Sebbene oggi siano considerate di cattivo gusto, fra i turisti invece il loro successo è sempre garantito. 

I SOUVENIR DEL PASSATO. Questo tipo di oggetti non nascono però in tempi recenti, ma hanno origini piuttosto antiche, e sono legati ai tanti stranieri che per vari motivi (religiosi, culturali, commerciali..) arrivavano a Roma anche nel passato.  Dalla fine del '600, Roma è anche la meta preferita dei rampolli delle classi aristocratiche e borghesi europee, in viaggio per fare il famoso Grand tour . A questi, dal '700  si aggiungono gli artisti, i letterati, gli studiosi e i collezionisti internazionali, tutti richiamati nell'Urbe in gran quantità, poichè il ritorno all’antico nelle arti aveva assunto proporzioni tali da battezzare l'intera epoca come neoclassica.

Manifattura di Giovanni Volpato (Roma, 1785-1803)
Galata morente, 1786-1789 biscuit, Collezione privata 
E a causa della massiccia presenza degli inglesi, Piazza di spagna era chiamata quartiere degli inglesi. Qui infatti risiedevano la maggior parte dei turisti e si affollavano le principali botteghe di abili artisti e artigiani implicati nell’industria dell’antico e dei souvenir.

PORCELLANE IN BISCUIT. La passione per l’antico nel ‘700 divenne vera e propria maniaSi comincia così a produrre  un nuovo genere di souvenir pregiati, prettamente scultorei, legati alla ceramica: il cosiddetto biscuit che, con il suo colore bianco, ben si presta ad imitare il candore dei marmi classici. Nelle residenze nobiliari e borghesi di tutta Europa si diffondono copie di capolavori celebri, non solo di monumenti accessibili, ma anche di statue conservate in collezioni private (Borghese, Medici, Farnese).

14 aprile 2020

Lo Schedario Garampi e l'Archivio Segreto Vaticano

G. Garampi
Oggi appare quasi impossibile poter redigere, senza gli strumenti tecnologici attuali,  un monumentale Schedario come quello fatto nel '700 da Giuseppe Garampi (Rimini, 1725 - Roma 1792), che fu Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio di Castel S. Angelo dal 1751 al 1772.
Questo schedario, a distanza di secoli, è ancora oggi lo strumento, fra i diversi indici ed inventari , che rendono effettivamente reperibile e consultabile il materiale custodito nell’Archivio Segreto Vaticano. 

IMPORTANTISSIMO STRUMENTO. Frutto della iniziativa di G. Garampi, lo Schedario, disponibile alla consultazione presso la Sala di studio intitolata a Leone XIII dell'Archivio Vaticano, costituisce quindi ancor oggi l’unico Indice Generale per nomi e per materie della documentazione presente nell’Archivio Segreto Vaticano fin quasi a tutto il XVIII secolo. 
Il Garampi con i suoi collaboratori setacciò l'intero archivio, annotando diligentemente tutto. Voleva scrivere l'Orbis Christianus, la prima e unica opera "totale" sulla cristianità, che non vide mai la luce. 

Quel che il Garampi riuscì a fare fu costruire un gigantesco indice, in un'unica copia, che oggi è la mappa per muoversi nell'archivio. 
Però il grande schedario fu raccolto e organizzato dal Garampi in funzione della realizzazione di tre opere

  • un bollario che illustrasse i provvedimenti dei papi per tutto il mondo cattolico, a partire dalla metà del secolo V in poi; 
  • una trattazione storica  sopra tutti gli uffici e cariche della Sede apostolica
  • una storia di tutte le diocesi, da intitolarsi Orbis christianus. 
ORGANIZZAZIONE DELLE SCHEDE. Le schede, redatte ai tempi di Garampi, avevano lo scopo di censire e segnalare tutta la documentazione utile a quel fine, custodita nell'Archivio vaticano. 
Dopo la morte del Garampi, avvenuta nel 1792, il progetto fu abbandonato. Si cominciò però ad ipotizzare che le schede potessero essere un prezioso strumento per le indagini, se si fosse riusciti a metterle a disposizione dei ricercatori. 
D'altro canto era anche necessario porre rimedio ad un impiego talora imprudente delle schede, come era avvenuto da parte del personale dell'Archivio: molte infatti si trovavano disseminate nei locali di deposito, talvolta ancora inserite tra i fogli dei registri e dei volumi manoscritti, presso il documento che, tramite loro, era stato possibile individuare. 
A ciò si aggiunga che nel 1810 Napoleone aveva ordinato il trasferimento a Parigi dell'Archivio segreto. E lì ci rimase 4 anni.
Un numero impressionante di schede cartacee, oltre 800.000, furono fissate  e incollate su grandi fogli, poi riuniti e rilegati a formare i grossi, caratteristici volumi odierni. 

LO SCHEDARIO. La conoscenza dello Schedario Garampi rappresenta una introduzione all'Archivio per gli studiosi che per la prima volta vi entrano in contatto. La sua consultazione è in fondo una necessaria fatica propedeutica alla comprensione della complicata articolazione e dei problemi non sempre facili rappresentata dai tanti fondi scandagliati dagli archivisti autori delle schede diretti da Garampi. 
Ci troviamo di fronte quindi a un complesso di Indici la cui consultazione è indispensabile a quanti frequentano questo Archivio. Si tratta  inoltre di uno strumento di ricerca molto consultato da chi si occupa della storia del basso medioevo e dell'età moderna. 
I volumi sono 125, suddivisi nelle seguenti dieci sezioni:
1. Papi
2. Cardinali
3. Offici
4. Chiese di Roma
5. Vescovi
6. Abati
7. Benefici
8. Miscellanea I

9. Miscellanea II10. Cronologico.

ORGANIZZAZIONE DELLO SCHEDARIO. 
Il grande Schedario Garampi si presenta quindi soprattutto come un indice o repertorio alfabetico, da utilizzare con somma pazienza e particolare precisione.  Apparve tuttavia subito evidente che la difficoltà di decifrazione delle schede Garampi era grave, forse insuperabile; ci sarebbe voluta una chiave di lettura di facile impiego anche da parte di un semplice studioso.
Fu un oratoriano francese, Louis Guérard, il primo ad assumersi il compito di fornire in proposito una guida sufficientemente ampia, assai utile agli studiosi del primo quarto di questo secolo. 
Pubblicato prima nel 1901, (L. Guérard, Petite introduction aux Inventaires des Archives du Vatican, Roma-Paris 1901) , il lavoro è dedicato agli indici dell’Archivio Vaticano, e riserva largo spazio e interessanti annotazioni allo Schedario Garampi
Il Guérard si è certamente giovato delle indicazioni e informazioni ottenute dagli stessi archivisti, ai quali peraltro il suo lavoro fu di stimolo ad approntare qualcosa di simile. Fu così pubblicato il volume Sussidi per la consultazione dell'Archivio Vaticano.. di G. Gualdo (a cura di) venticinque anni dopo, che riprende infatti a volte le stesse espressioni ed osservazioni che si leggono nel saggio del Guérard.

25 marzo 2020

Assistenza ai vecchi nella Roma papalina

Nei secoli passati in giro per Roma c'era una vera e propria corte dei miracoli, costituita da accattoni e invalidi, che andavano vagando senza controllo costituendo un grave problema per l'ordine pubblico.  
Mendicanti, invalidi veri o finti, e di tutte le età,  si aggiravano in strade, piazze, vicoli, accanto a chiese e a palazzi nobiliari, ombre fisse accanto anche alle Porte cittadine. 
Ce lo raccontano i Bandi emanati dal Cardinal Vicario in primis  per identificare, sotto il portico di S. Maria in Trastevere, tutti gli accattoni e i provvedimenti emanati contro questa piaga sociale.

INIZIATIVE PER CONTRASTARE ACCATTONAGGIO. Così a partire dalla fine del Cinquecento  due papi in particolare agirono per contrastare il dilagare dell’accattonaggio, e non solo per motivi afferenti alla carità cristiana.
Il modo migliore per entrambi sarebbe stato quello di rinchiudere questa fetta della popolazione pericolosa, incontrollabile, oziosa e spesso bugiarda in istituzioni create ad hoc. Qui avrebbero avuto cure, vitto e alloggio, e punizioni in caso di ribellione, in cambio di qualche lavoro. In tal modo si sarebbero potute controllare e prevenire le loro malefatte. 

SISTO V E L'OSPEDALE DEI MENDICANTI. Il primo fu il grande Sisto V che nel 1597, acquistate alcune case nei pressi di Ponte Sisto, sulla riva sinistra del Tevere, commise all' architetto Domenico Fontana di restaurarle di sana pianta, adattandole ad Ospizio capace di ricoverare 400 vecchi ed invalidi, con dormitori, officine, ospedale interno, farmacia, assegnando rendite atte a coprirne i costi.  

LA FAMIGLIA ODESCALCHI E L'ASSISTENZA. A fine seicento un monsignore della ricca famiglia Odescalchi varò l'iniziativa di un primo ospizio a Ripa Grande dove si assistevano gli invalidi, i fanciulli e le zitelle. Qui i fanciulli venivano avviati al lavoro.

PAPA INNOCENZO XII E L'0SPIZIO DI SAN MICHELE A RIPA. A seguire Innocenzo XII nel 1693 decise di riorganizzare l'assistenza pubblica di Roma, cominciando con il raccogliere in un'unica istituzione e in un unico luogo prima l'infanzia abbandonata, poi progettando di concentrarvi anche le altre categorie di poveri assistiti, che erano all'epoca  collocati a Ponte Sisto e al Palazzo lateranense.
Decise così di finanziare l'Ospizio apostolico dei poveri invalidi, prima situato in san Giovanni in Laterano, poi spostato nell'ampio comprensorio del S. Michele a ripa. A questo istituto veniva demandato il compito di ricoverare i fanciulli indigenti, per fargli imparare la dottrina cristiana, la lettura e la scrittura e a fare di conto, e poi venivano avviati alla pratica di qualche mestiere
Ospizio di
San Michele a Ripa
Ma non solo.
Nel 1708 papa Clemente XI affidò a Carlo Fontana l'ampliamento dell'edificio per accogliere i vecchi dell'Ospizio dei Mendicanti (quello aperto da Sisto V) e la costruzione di un carcere minorile, per correggere gli adolescenti traviati.   
Qui avrebbero avuto cure, vitto e alloggio, e punizioni in caso di ribellione, in cambio di qualche lavoro. In tal modo si sarebbero potute controllare e prevenire le loro malefatte. 
Con l'apertura di questi istituti si volevano recludere questa fetta della popolazione pericolosa, incontrollabile, oziosa e spesso bugiarda in istituzioni create ad hoc,  costringendoli a lavorare e centralizzare anche le risorse economiche parcellizzate tra i diversi soggetti che a Roma in modo disorganico già si occupavano del problema.
In entrambi i casi però non si può parlare di successo.

ASSISTENZA PRIMA A MENDICANTI POI AI VECCHI. In particolare nella storia dell'Ospizio apostolico è possibile rintracciare un'interessante trasformazione, quando smise di essere un luogo di segregazione per accattoni, mendicanti recalcitranti a farsi recludere e a lavorare e si trasformò in un istituto di assistenza per giovani e vecchi dei due sessi.
Soprattutto l'assistenza alla vecchiaia nelle epoche passate si presta a molte riflessioni.  
A. Morbelli (1854-1919)
Innanzitutto anche a Roma, dal Seicento all'Ottocento, per parlare di vecchiaia si dovevano comunque considerare chi arrivava a settantanni.
In quelle epoche dove l'aspettativa di vita era molto più bassa, in pochi raggiungevano questo traguardo,  in quanto si moriva molto più giovani.

Già nei primi del Settecento, quando furono emanati i Bandi per regolare le domande di ammissione all'Ospizio si ritrova traccia di un cambiamento epocale nell'assistenza pubblica romana.
Si insisteva molto sull'assistenza  ai vecchi, alle vecchie e agli storpi, oltre che ai ragazzi e alle ragazze, dimendicandosi dei mendicanti, su cui invece si era insistito al momento della fondazione dell'Ospizio, ad imitazione del S.Sisto.

NON C'ERA IL WELFARE. Un motivo ovviamente c'era. Consideriamo che 
la precarietà, la mancanza di garanzie assistenziali e pensionistiche incideva duramente sulla qualità della vita sopratutto da vecchi, quando cioè non si poteva più lavorare per sopravvivere. 
E proprio esaminando le domande di ricovero che pervenivano al grande istituto romano del San Michele, è possibile rintracciare storie concrete di persone invecchiate e impoverite, però con alle spalle situazioni lavorative e sociali diverse.
In sostanza non si trattava  di veri e propri poveri, ma di persone che lo erano diventate. Uomini e donne che in origine avevano situazioni non particolarmente disagiate, ma che per via dell'età, di malattie, di incidenti, di affari andati male, di cattiva amministrazione dei propri beni, di doti svanite nel nulla per necessità o per dolo, avevano finito per trovarsi in una condizione di bisogno e spesso di vera e propria indigenza.
A. Morbelli (1854-1919)
Vecchie calzette
L'istituto così era arrivato a preferire questo tipo di "poveri" in quanto potevano contribuire a pagare il loro mantenimento grazie ai beni residui, o a quelli che potevano ottenere da qualche benefattore o ex datore di lavoro, oppure regalare all'Istituto oggetti di vario tipo (mobili, quadri, oro etc) frutto della vita lavorativa precedente.

Gli UOMINI. Gli uomini passavano una vita faticosa, fatta di cambi di attività, passaggi da una mansione all'altra, spesso le più disparate,  
coni periodi di inattività più o meno lunghi, in cui dovevano dar fondo agli esigui risparmi, e man mano che si andava avanti negli anni in molti si trovavano costretti a chiedere assistenza allo Stato.
Non ce la facevano a tirare avanti non potendo svolgere alcun tipo di mestiere.

LE VEDOVE. Per le donne c'era invece il problema della vedovanza: perdendo il marito perdevano anche il sostentamento, non potevano pagare più una pigione, quindi erano senza un tetto e spesso anche i figli maschi negavano il loro aiuto. 
Quindi per loro e tanti altri la soluzione era quella di tentare di entrare nell'Ospizio.
Non si trattava però, come dire,  di nullatenenti ma di uomini e donne che comunque nella maggior parte dei casi aveva dei beni da far valere per entrare nell'Ospizio del san Michele.

A.Morbelli
tempi Lontani

RACCOMANDAZIONI PER ENTRARE E STARE BENE. Anche qui c'era, come al solito, bisogno della raccomandazione, che permetteva di godere di stanza singola, propri mobili, mangiare non nel refettorio comune etc. 
Era necessario il pagamento di una somma per entrare, almeno 30 scudi ma i "ricchi"-poveri per farsi ricoverare erano spesso disposti a dare somme superiori.
Si evitava così il sistema dell'estrazione casuale dei nomi dal bussolotto, perchè il numero dei richiedenti era sempre elevato.
LATI PERVERSI NELL'ASSISTENZA.  L'internamento dei vecchi in questa struttura mostrava poi dei lati veramente perversi. Facendo leva sul sentimento della riconoscenza si interrogavano, in entrata, i vecchi con scrupolosa attenzione ai loro beni sia immobili, perche una volta morti sarebbero passati all'istituzione sia gli oggetti, mobili, ori, vestiario.Insomma a tutto veniva dato un valore anche ai cenci che portavano addosso. Tutto veniva poi venduto in caso di morte.
Per non parlare dei furti che i vecchi subivano da personale interno o da altri vecchi delle poche cose, che era lecito tenere accanto a sè.
LA DIFFICILE CONVIVENZA. La differenza sociale fra vecchi che si poteva riscontrare all'interno dell'Ospizio rendeva molto dura la convivenza: abitudini diverse, sporcizia, dormitori, mangiare in sale comuni..provocavano spesso liti, lamentele etc.
Come girone dell'inferno.
Alcuni, potendo infatti se ne andavano.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La documentazione relativa agli argomenti trattati è nell'archivio dell'Ospizio di S. Michele (1525-1898) 
per la bibliografia interessante volume è Il welfare prima del Welfare di Angela Groppi.

10 marzo 2020

Monete antiche in archivio. Un dono del numismatico V. Capobianchi.

V. Capobianchi
Roma, 1836 – ivi, 1928
L'Archivio di Stato di Roma possedeva fino al 1983 una raccolta di monete antiche, databili dall'età romana fino al XX secolo.
L'origine di questa raccolta era dovuta ad alcuni doni fatti dal numismatico Vincenzo Capobianchi nel 1885. Egli donò 82 monete, di cui 55 d'argento e le restanti di "lega" circolanti a Roma nei secoli XI-XV. A cui aggiunse un anno dopo altre 12 monete e infine nel 1888 un altro esemplare. In tutto quindi 95 monete.
Capobianchi si premurò anche di fare una descrizione della raccolta, che avrebbe dovuto portare il suo nome. 
Lo scopo di questi doni era quello di dotare la Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica di Roma (1) di materiale didattico da utilizzare per le lezioni di numismatica, previste all'epoca nell'ordine di studi di queste scuole.
Addirittura il numismatico fu ringraziato pubblicamente con una nota pubblicata sulla gazzetta ufficiale del 18 agosto 1885.

CESSIONE DELLA RACCOLTA. Circa cento anni dopo, nel 1983, tutte le monete possedute dall'Archivio di Stato di Roma furono cedute dalla Direzione dell'Archivio al Gabinetto numismatico Romano, oggi Medagliere del Museo Romano di Palazzo Massimo. 
Fino al 1969 le notizie sulla consistenza di questo piccolo tesoro sono nebulose.  In questo anno invece fu pubblicato un catalogo descrittivo di tutte queste monete possedute dall'Archivio di Stato.

La collezione risultava incrementata217 esemplari di monete, di cui però non è possibile rintracciare le modalità, con cui le altre monete sono arrivate in Archivio. Acquisti, doni, ritrovamenti?  Le relazioni annuali stese dai direttori dell'Archivio non chiariscono nulla in merito.

CAMBIO DI ROTTA. Il trasferimento fu dovuto al cambiato clima culturale  che ha investito i beni culturali dal 1975 con la creazione del Ministero per i Beni e le attività culturali ( aggiunto anche per il Turismo)organismo destinato alla tutela e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, archeologici, storici, artistici, archivistici e librari, con la conseguente possibilità di stretta collaborazione e di massima specializzazione dei molti istituti che ne fanno parte. 
Inoltre le lezioni di numismatica negli anni 1982/83 venivano svolte da funzionari del Dipartimento Numismatico presso la Soprintendenza Archeologica di Roma, che disponeva di una buona attrezzatura didattica.

Non va poi tralasciata il pericolo di furti, che spesso riguardano proprio questi oggetti, a causa della loro dimensione ridotta. Quindi anche questa motivazione può aver contribuito alla cessione.

LE MONETE.   Il nucleo principale è formato da quelle coniate a Roma, mentre altre sono coniate in zecche di quasi tutte le regioni d'Italia. Mediocre il loro stato di conservazione e modesto il loro valore nominale. 
Si tratta di monete molto comuni, in cui spiccano alcuni denari del X e XI secolo, i provisini della Sciampagna, provenienti alla reverenda Camera Apostolica dalle Crociate, alcuni grossi e mezzi grossi del Senato romano, un grazioso fiorino di Firenze, e un bel saluto d'argento di Carlo d'Angiò e un carlino dell'antipapa Clemente VII coniato ad Avignone. Poi anche tre monete spagnole ritrovate dentro un manoscritto catalano del secolo XV. 
Le monete sono quasi tutte di rame, parecchie di mistura cioè fatte con una lega contenente più rame che argento. Sono presenti monete d'argento, e infine anche un ducato (o fiorini) d'oro.
VINCENZO CAPOBIANCHI. (Roma, 1836 – Roma, 1928)  è stato un pittore e numismatico 
italiano. Come pittore era noto per dipingere scene realistiche di stile neo-pompeianoHa anche scritto diversi testi sulle monetazioni italiane.
È morto a 92 anni a Roma all'ospedale San Giovanni Calabita, e risulta registrato nei registri di Stato Civile del 1928 che  Il Portale degli ANTENATI mette a disposizione. Si tratta dello stato civile postunitario del Tribunale di Roma (registrazioni di nascita, matrimonio, morte, cittadinanza) dal 1871 al 1929, fondo non più consultabile in originale perché andato distrutto.
LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. CFR. Morena, Marina , Monete, archivi e musei : appunti su una raccolta numismatica già dell'Archivio di Stato di Roma - In Annali della Pontificia insigne accademia di belle arti e lettere dei virtuosi al Pantheon . - 13 (2013), p. 469-474 ill.; per il Catalogo cfr. Vera Spagnuolo, Una raccolta di monete nell'archivio di stato di Roma, in Rassegna degli archivi di Stato, a. XXIX, 1969, 2,  p. 412e segg.
Vedi anche Numismatica e ricerche nell'Archivio di Stato di Roma di Marina Morena 
[clicca qui ]
-------------------
(1) Si tratta di discipline complementari che vengono stabilite annualmente, anche in base ad esigenze espresse dagli allievi.  In linea di massima, comprendono discipline quali l’Araldica, la Sfragistica, la Sigillografia, la Metrologia, la Cronologia, la Numismatica, la Codicologia, la Bibliografia e la Biblioteconomia. A queste si aggiungono discipline tecniche di tipo informatico o comunque legate alle nuove tecnologie.