12 novembre 2017

Quando il papa Leone XII rispose in rima...


(1) Non è un caso raro che alcune carte d’archivio rimangano per secoli relegate nel buio degli scaffali dove sono conservate, sfuggendo spesso anche al più attento studioso. Così nell’archivio della Computisteria pontificia, conservata presso l’Archivio di Stato di Roma alcuni documenti aggiungono particolari relativi alla sfera privata di Leone XII, pontefice dal 1823 al 1829.

Annibale della Genga
si trovò a fare il papa in un momento storico delicatissimo, quello della restaurazione postnapoleonica.
Questo pontificato così centrale nella storia della Chiesa è già stato oggetto di importanti ricerche, che ne hanno evidenziato molteplici aspetti, a iniziare da quello economico, a quello più prettamente religioso, senza dimenticare quello artistico, e quello del governo dello Stato pontificio. 
Accanto a tanta grandezza, il tema qui affrontato racconta invece di povertà, di vecchiaia, di emarginazione, ma anche di generosità, e di devozione ad alcuni valori cristiani fondamentali.

SUPPLICHE AL PAPA. L’episodio di cui si vuole parlare accade nel 1828 e ha come protagonista Leone XII e un vecchio parroco del territorio marchigiano.
A Roma per qualsiasi affare per il quale non si volesse o potesse seguire il normale iter burocratico amministrativo si poteva rivolgere una supplica alla clemenza del Pontefice, chiamata “rescritto”, allo scopo di ottenere una risposta scritta di suo pugno, favorevole all’istanza presentata
Inoltre al Sovrano si poteva ricorrere contro provvedimenti emanati dall'autorità laica o religiosa che il ricorrente riteneva lesivi dei propri diritti o delle proprie aspettative.

Il Pontefice esaminava il caso e di suo pugno, o dando opportune istruzioni al Segretario dei Memoriali, definiva il ricorso e il più delle volte lo rinviava all'autorità competente per l'esecuzione.
In un mondo segnato dalla precarietà, dalla mancanza di garanzie assistenziali, specie in vecchiaia quando non si poteva più lavorare, in tanti si rivolgevano direttamente al Papa con lunghi elenchi di disgrazie, malattie, lutti per ottenere la sua benevolenza.
Nel 1828 a Papa Leone XII arriva, fra le tante, una supplica scritta in poesia. La firma è di un sacerdote nativo di Fabriano: Giuseppe Albacini, di anni 85.
Albacini era stato parroco di Pierosara, frazione di Genga in provincia di Ancona e nei registri parrocchiali, conservati nella chiesa di S. Sebastiano Martire, risulta che dal 1803 al 1820 tutti gli atti della parrocchia sono firmati da Lui.

Pierosara
Oppresso da problemi di salute e però capace ancora di comporre in rima, il parroco si rivolge al papa esponendo tutti i suoi guai: la vecchiaia, la cecità, la solitudine e l'estrema povertà. In passato per far del bene ai suoi fedeli, ha speso tutti i pochi averi e ormai vecchio e invalido osserva con rammarico di non poter contare sulla solidarietà di nessuno :
“L’uomo canuto oggi così si tratta / da questa ingrata sconoscente umana schiatta”.

IN SOGNO APPARE LA MADRE DEL PAPA. Dopo questa triste premessa, entriamo nella parte più importante della supplica: il sogno in cui gli appare Aloisia cioè Maria Luisa Periberti, discendente dal Paradiso, madre di Leone XII. Riconoscente al parroco per avere pregato per Lei nella messa celebrata subito dopo la sua morte, la nobildonna, anch’essa originaria di Fabriano, ha parole di orgoglio verso quel figlio diventato papa ( “…Gesù Cristo lo volle in sua terrena Sede / salda per sempre a mantener la fede…”) e verso la chiesa di Frasassi, ideata e fortemente voluta da Annibale Della Genga quando era ancora cardinale e finita di costruire nel 1827, dedicata proprio alla Madonna Madre di Dio, erroneamente attribuita all'architetto Giuseppe Valadier.
santuario Madonna di
Frasassi
RICHIESTA DI SUSSIDIO AL PAPA. Infine la Madre del Papa, consiglia il parroco di rivolgersi a suo nome alla grande misericordia di Leone XII per finire con dignità quel poco che gli resta da vivere.
Albacini segue il consiglio e scrive al Papa perché gli conceda un sussidio.
La reazione di Leone XII nel leggere una supplica così speciale, rispetto alle tante altre usuali che riceveva, non ci è dato conoscere. Ma il ricordo e l'intercessione della madre, di cui ne venerava la memoria, dovettero colpire il papa e produrre l'effetto sperato.
E così Leone XII di suo pugno scrive un rescritto, che nell’ultima frase è anch’esso in rima, e concede un sussidio al parroco: Si vera sunt esposita, / provveda il nostro tesoriere e all'oratore / faccia una assegnazione che gli conceda / modo di ben campare nell'ultime ore. / In breve, per cena pranzo e dejner/ gli passi ciascun giorno giuli tre. [...]
LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La documentazione citata è in ASR, Computisteria generale della RCA, 1477-1870, div.VII, b.481, fasc. 188.
Su Genga e sul ponticato di Leone XII è in atto un progetto pluriennale di ricerca che dal 2012 ha portato alla pubblicazione da parte dell’Assemblea
Legislativa della Regione Marche di ben sei volumi.
Citiamo fra gli altri: Il conclave del 1823 e l’elezione di Leone XII , a cura di Ilaria Fiumi Sermattei e Roberto Regoli (2016), e Antico, conservazione e restauro a Roma nell’età di Leone XII , a cura di Ilaria Fiumi Sermattei,
Roberto Regoli e Maria Piera Sette (2017).
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(1) Questo articolo è stato pubblicato nel settimanale "L'Azione" del 21/10/2017 pag, 22, clicca qui [...]

9 novembre 2017

Le strade di Roma e il Catasto Alessandrino



Nell'accezione comune il catasto è un registro, nel quale si elencano e descrivono i beni immobili, cioè terreni o fabbricati. I dati registrati devono comprendere anche: l'indicazione del luogo e del confine, il nome dei loro possessori e le relative rendite, sulle quali poter calcolare  tasse e imposte. E si perchè lo scopo di ogni catasto è quello di conoscere per tassare.

CATASTO ALESSANDRINO. Se invece prendiamo in esame il catasto Alessandrino, gioiello del prestigioso   patrimonio documentario dell’Archivio di Stato di Roma, sembra piuttosto l’opera di qualche bravo pittore vedutista del 1600, anziché un documento redatto con scopi amministrativi. 
Ebbene la particolarità di questo importante catasto è costituita dalla fascino delle bellissime piante acquerellate che lo compongono, risalenti al 1660-1661, e che furono consegnate all’amministrazione pontificia, in seguito a quanto prescritto dal bando emanato il 31 gennaio 1660 per ordine di Alessandro VII Chigi Barberini e dal presidente e dai maestri delle strade.

In conseguenza  di questa disposizione tutti i proprietari dei terreni, casali, orti (etc) situati fuori dalle mura urbane di Roma dovevano consegnare documentazione attestante i loro possedimenti. 

Quattrocento bellissime piante acquerellate furono quindi consegnate all’amministrazione pontificia, indispensabili per far pagare le tasse da utilizzarsi per la riparazione e manutenzione delle strade consolari, adoperate dai possidenti per raggiungere le loro tenute. 
Via Ostiense 
ASR, Catasto Alessandrino

LE MAPPE. Le circa 400 mappe acquerellate a mano furono raccolte dalla Presidenza delle strade, nel 1660-1661, al fine di ripartire equamente le contribuzioni tra i proprietari delle tenute poste lungo il percorso delle strade consolari che partivano dalle Porte di Roma; e molte sono copie di originali più antichi. 
E dovevano servire proprio per la riparazione e manutenzione delle strade consolari.
Erano conservate rilegate in volumi suddivisi per strada, precedute da piante generali, che tracciano lo sviluppo delle singole strade consolari a partire dalle porte cittadine

STRADE CONSOLARI. Le piante generali riguardano le seg. strade:
-Pianta della strada fuori di porta Salaria e Pianciana, 
-Pianta della via "Lamentana" fuori Porta Pia verso Monte Libretti, Nerola, Poggio S. Lorenzo e Rieti, 
- Strada fuori Porta S. Lorenzo fino "al cavaliere confino di Regno"  
- Strada fuori Porta S. Giovanni verso Marino, Velletri, Sermoneta "sino alle      Case Nove"  
- Sviluppo della strada fuori Porta S. Giovanni verso Grottaferrata,  Valmontone, Montefortino, Segni, Anagni fino a Ferentino di Campagna  
- Sviluppo della strada che da Prima Porta va in Sabina e a Fiano  
- Sviluppo della strada Flaminia fuori porta del Popolo 
- Sviluppo della strada fuori di Porta del Popolo da Roma sino a Viterbo (per
caccia al cervo con cani e cacciatori
a piedi e a cavallo armati di fucili
ASR, Catasto Alessandrino
Sutri e per Ronciglione)
Sviluppo delle strade Prenestina e Casilina fuori Porta Maggiore e fuori Porta S. Giovanni  
- Sviluppo della strada che da Porta S. Pancrazio "passa per la Pisana e arriva a Maccarese" (incrocio con la strada di Porto a Ponte galera e con la strada di Civitavecchia al ponte de' Tre Denari) 
- Sviluppo della via Ostiense da Porta S. Paolo fino a Ostia e della via verso Ardea fino a S. Procula.
- Sviluppo della strada fuori Porta Angelica e Castello verso la Croce di Monte Mario fino all'incrocio con la strada proveniente da Porta del Popolo verso Viterbo, e delle strade verso Ponte Molle e altre strade "trasversali" dette Valle dell'Inferno e Balduina fino ai fossi della Sposata, Balduina e Capo a Prati  
- Sviluppo della strada fuori Porta S. Sebastiano e Latina fino a Nettuno (con diramazione verso tor di Mezzavia e Frattocchie).

CHE COSA DESCRIVONO LE MAPPE. Interessante è la ricchezza di particolari  inseriti in queste mappe, disegnati con somma maestria. 
ASR, Catasto Alessandrino- particolare
della trebbiatura
Questi dettagli riguardano prima di tutto gli edifici situati lungo il percorso delle strade consolari e nelle tenute (case, palazzi, torri, ruderi, borghi, osterie, chiese, castelli, capanni per agricoltori e per i pastori, ferriere,  fontanili, grotte e anticaglie, magazzini, capanne di pescatori, etc). 

Ci sono poi dettagli interessanti sulle attività collegate alla vita economica della Campagna romana: l' aratura, la trebbiatura, la mietitura, la sarchiatura, pascoli, la pesca, la caccia.
In alcuni  disegni conosciamo anche gli animali che popolano queste zone: capre, pecore, cinghiali, lepri, buoi, uccelli di vario tipo, pesci, cervi  e la vegetazione (boschi, arboreti, stagni, macchie, pagliai, vigne, canneto, pantano).

donna con covone
ASR, Catato Alessandrino
Altri particolari riguardano poi gli esseri umani e alcune loro attività: donne al lavoro, scene di pastorizia, viaggiatori con carrozza e portantine, caccia con fucile a volatili e a cervi,  viandanti incappucciati, pastori, cacciatoridiligenze al galoppo con passeggeri e scorta armata, contadini con fascine sul capo,  scene di agrimensori al lavoropascoli con pastori e capre, caccia con fucile e bastoni a lupi che assalgono un asino e un agnello, trasporto con asini da soma, pastori che bevono dalla borraccia.

Le 400 mappe del catasto Alessandrino, conservate presso l'Archivio di Stato di Roma sono state digitalizzate  e sono consultabili collegandosi all'indirizzo che segue...  
clicca qui >>

LE PORTE DI ROMA. Accanto alle piante delle vie consolari e delle "
vigne, canneti, horti, pediche, casali o terreni" situati fuori delle mura urbane - in quella parte del territorio dell'Agro Romano che corrisponde all'incirca all'area dell'attuale Comune di Roma - si possono trovare anche i disegni delle splendide porte di Roma.
Ecco l’elenco delle porte inserite nel catasto Alessandrino:

porta Cavalleggeri (prospetto interno e esterno)
ASR, Catasto Alessandrino
Porta del popolo
porta del Popolo (prospetto interno)
porta del Popolo (prospetto esterno)
porta Latina(interno)
porta Latina (esterno)
porta Maggiore
porta Pia verso Roma
porta Pia verso S. Agnese
porta Portese (prospetto interno e esterno)
porta Salaria e Pinciana ( prospetto interno e esterno)
porta San Giovanni di dentro e porta S.Giovanni di fuori
porta San Lorenzo (prospetto interno)
porta San Paolo ( prospetto interno e esterno)
porta San Sebastiano (prospetto esterno)
porta San Sebastiano (prospetto interno)
prospetto della Porta S.Pancrazio (esterno)
prospetto della Porta S.Pancrazio (interno)

5 ottobre 2017

Assistenza ai vecchi nella Roma papalina

Nei secoli passati in giro per Roma c'era una vera e propria corte dei miracoli, costituita da accattoni e invalidi, che andavano vagando senza controllo costituendo un grave problema per l'ordine pubblico.  
Mendicanti, invalidi veri o finti, e di tutte le età,  si aggiravano in strade, piazze, vicoli, accanto a chiese e a palazzi nobiliari, ombre fisse accanto alle anche alle Porte cittadine. 
Ce lo raccontano i Bandi emanati dal Cardinal Vicario in primis  per identificare, sotto il portico di S. Maria in Trastevere, tutti gli accattoni e i provvedimenti emanati contro questa piaga sociale.

INIZIATIVE PER CONTRASTARE ACCATTONAGGIO. Così a partire dalla fine del Cinquecento  due papi in particolare agirono per contrastare il dilagare dell’accattonaggio, e non solo per motivi afferenti alla carità cristiana.
Il modo migliore per entrambi sarebbe stato quello di rinchiudere questa fetta della popolazione pericolosa, incontrollabile, oziosa e spesso bugiarda in istituzioni create ad hoc. Qui avrebbero avuto cure, vitto e alloggio, e punizioni in caso di ribellione, in cambio di qualche lavoro. In tal modo si sarebbero potute controllare e prevenire le loro malefatte. 

SISTO V E L'OSPEDALE DEI MENDICANTI. Il primo fu il grande Sisto V che nel 1597, acquistate alcune case nei pressi di Ponte Sisto, sulla riva sinistra del Tevere, commise all' architetto Domenico Fontana di restaurarle di sana pianta, adattandole ad Ospizio capace di ricoverare 400 vecchi ed invalidi, con dormitori, officine, ospedale interno, farmacia, assegnando rendite atte a coprirne i costi.  

LA FAMIGLIA ODESCALCHI. A fine seicento un monsignore della ricca famiglia Odescalchi varò l'iniziativa di un primo ospizio a Ripa Grande dove si assistevano gli invalidi, i fanciulli e le zitelle. Qui i fanciulli venivano avviati al lavoro.

PAPA INNOCENZO XII E L0SPIZIO DI SAN MICHELE A RIPA. A seguire Innocenzo XII nel 1693 decise di riorganizzare l'assistenza pubblica di Roma, cominciando con il raccogliere in un'unica istituzione e in un unico luogo prima l'infanzia abbandonata, poi progettando di concentrarvi anche le altre categorie di poveri assistiti, che erano all'epoca  collocati a Ponte Sisto e al Palazzo lateranense.
Decise così di finanziare l'Ospizio apostolico dei poveri invalidi, prima situato in san Giovanni in Laterano, poi spostato nell'ampio comprensorio del S. Michele a ripa. A questo istituto veniva demandato il compito di ricoverare i fanciulli indigenti, per fargli imparare la dottrina cristiana, la lettura e la scrittura e a fare di conto, e poi venivano avviati alla pratica di qualche mestiere
Ospizio di
San Michele a Ripa
Ma non solo.
Nel 1708 papa Clemente XI affidò a Carlo Fontana l'ampliamento dell'edificio per accogliere i vecchi dell'Ospizio dei Mendicanti (quello aperto da Sisto V) e la costruzione di un carcere minorile, per correggere gli adolescenti traviati.   
Qui avrebbero avuto cure, vitto e alloggio, e punizioni in caso di ribellione, in cambio di qualche lavoro. In tal modo si sarebbero potute controllare e prevenire le loro malefatte. 
Con l'apertura di questi istituti si volevano recludere questa fetta della popolazione pericolosa, incontrollabile, oziosa e spesso bugiarda in istituzioni create ad hoc,  costringendoli a lavorare e centralizzare anche le risorse economiche parcellizzate tra i diversi soggetti che a Roma in modo disorganico già si occupavano del problema.
In entrambi i casi però non si può parlare di successo.

ASSISTENZA PRIMA A MENDICANTI POI AI VECCHI. In particolare nella storia dell'Ospizio apostolico è possibile rintracciare un'interessante trasformazione, quando smise di essere un luogo di segregazione per accattoni, mendicanti recalcitranti a farsi recludere e a lavorare e si trasformò in un istituto di assistenza per giovani e vecchi dei due sessi.
Soprattutto l'assistenza alla vecchiaia nelle epoche passate si presta a molte riflessioni.  
A. Morbelli (1854-1919)
Innanzitutto anche a Roma, dal Seicento all'Ottocento, per parlare di vecchiaia si dovevano comunque considerare chi arrivava a settantanni.
In quelle epoche dove l'aspettativa di vita era molto più bassa, in pochi raggiungevano questo traguardo,  in quanto si moriva molto più giovani.

Già nei primi del Settecento, quando furono emanati i Bandi per regolare le domande di ammissione all'Ospizio si ritrova traccia di un cambiamento epocale nell'assistenza pubblica romana.
Si insisteva molto sull'assistenza  ai vecchi, alle vecchie e agli storpi, oltre che ai ragazzi e alle ragazze, dimendicandosi dei mendicanti, su cui invece si era insistito al momento della fondazione dell'Ospizio, ad imitazione del S.Sisto.

NON C'ERA IL WELFARE. Un motivo ovviamente c'era. Consideriamo che 
la precarietà, la mancanza di garanzie assistenziali e pensionistiche incideva duramente sulla qualità della vita sopratutto da vecchi, quando cioè non si poteva più lavorare per sopravvivere. 
E proprio esaminando le domande di ricovero che pervenivano al grande istituto romano del San Michele, è possibile rintracciare storie concrete di persone invecchiate e impoverite, però con alle spalle situazioni lavorative e sociali diverse.
In sostanza non si trattava  di veri e propri poveri, ma di persone che lo erano diventate. Uomini e donne che in origine avevano situazioni non particolarmente disagiate, ma che per via dell'età, di malattie, di incidenti, di affari andati male, di cattiva amministrazione dei propri beni, di doti svanite nel nulla per necessità o per dolo, avevano finito per trovarsi in una condizione di bisogno e spesso di vera e propria indigenza.
A. Morbelli (1854-1919)
Vecchie calzette
L'istituto così era arrivato a preferire questo tipo di "poveri" in quanto potevano contribuire a pagare il loro mantenimento grazie ai beni residui, o a quelli che potevano ottenere da qualche benefattore o ex datore di lavoro, oppure regalare all'Istituto oggetti di vario tipo (mobili, quadri, oro etc) frutto della vita lavorativa precedente.

Gli UOMINI. Gli uomini passavano una vita faticosa, fatta di cambi di attività, passaggi da una mansione all'altra, spesso le più disparate,  
coni periodi di inattività più o meno lunghi, in cui dovevano dar fondo agli esigui risparmi, e man mano che si andava avanti negli anni in molti si trovavano costretti a chiedere assistenza allo Stato.
Non ce la facevano a tirare avanti non potendo svolgere alcun tipo di mestiere.

LE VEDOVE. Per le donne c'era invece il problema della vedovanza: perdendo il marito perdevano anche il sostentamento, non potevano pagare più una pigione, quindi erano senza un tetto e spesso anche i figli maschi negavano il loro aiuto. 
Quindi per loro e tanti altri la soluzione era quella di tentare di entrare nell'Ospizio.
Non si trattava però, come dire,  di nullatenenti ma di uomini e donne che comunque nella maggior parte dei casi aveva dei beni da far valere per entrare nell'Ospizio del san Michele.

RACCOMANDAZIONI PER ENTRARE E STARE BENE. Anche qui c'era, come al solito, bisogno della raccomandazione, che permetteva di godere di stanza singola, propri mobili, mangiare non nel refettorio comune etc. 
Era necessario il pagamento di una somma per entrare, almeno 30 scudi ma i "ricchi"-poveri per farsi ricoverare erano spesso disposti a dare somme superiori.
Si evitava così il sistema dell'estrazione casuale dei nomi dal bussolotto, perchè il numero dei richiedenti era sempre elevato.
Dudreville Leonardo 1885 - 1975
vedove di guerra

LATI PERVERSI NELL'ASSISTENZA.  L'internamento dei vecchi in questa struttura mostrava poi dei lati veramente perversi. Facendo leva sul sentimento della riconoscenza si interrogavano, in entrata, i vecchi con scrupolosa attenzione ai loro beni sia immobili, perche una volta morti sarebbero passati all'istituzione sia gli oggetti, mobili, ori, vestiario.
Insomma a tutto veniva dato un valore anche ai cenci che portavano addosso. Tutto veniva poi venduto in caso di morte.
Per non parlare dei furti che i vecchi subivano da personale interno o da altri vecchi delle poche cose, che era lecito tenere accanto a sè.

LA DIFFICILE CONVIVENZA. La differenza sociale fra vecchi che si poteva riscontrare all'interno dell'Ospizio rendeva molto dura la convivenza: abitudini diverse, sporcizia, dormitori, mangiare in sale comuni..provocavano spesso liti, lamentele etc.
Come girone dell'inferno.
Alcuni, potendo infatti se ne andavano.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La documentazione relativa agli argomenti trattati è nell'archivio dell'Ospizio di S. Michele (1525-1898) 
per la bibliografia interessante volume è Il welfare prima del Welfare di Angela Groppi.