2 settembre 2017

Villa Montalto-Peretti. Come procurarsi gratis l'acqua per il giardino!


L'acquedotto Felice è stato realizzato dal papa Sisto V (Felice Peretti 1585-1590), che non a caso è conosciuto anche grazie al poeta G.G.Belli come "er papa tosto "*, durante gli anni del suo brevissimo ma intenso pontificato. Coadiuvato dall’architetto Domenico Fontana, Sisto V riprende il progetto di portare l’acqua nella  zona alta della città - i cosìdetti monti, sede di importanti edifici e dove gli abitanti : ...essendo costretti a bere ordinariamente l’acqua del Tevere..ne morivano per male di renella da essa cagionato...

VILLA MONTALTO. Ma facciamo un passo indietro. Quando era ancora cardinale, Felice Peretti si era fatto costruire una bellissima villa, per estensione la più vasta che Roma abbia mai conosciuto, dallo stesso architetto  Domenico Fontana.
La villa sovrastava le Terme di Diocleziano e sorgeva proprio nella zona di  S. Maria Maggiore sull'Esquilino
Nell'area, dove si trova attualmente anche la stazione Termini,  sorgeva quindi questa cinquecentesca villa rinascimentale, la più grande costruita dentro le mura aureliane e una delle più sontuose


Villa Peretti-Montalto di G.B.Falda
(al centro Il Casino)
La villa del cardinale Felice Peretti, poi diventato papa col nome di Sisto V, aveva una impressionante estensione ben documentata già dai cartografi  seicenteschi le cui planimetrie consentono di fissarne i confini tra le attuali  via Marsala, via del Viminale/via De Nicola, via Depretis/via Liberiana/via Carlo Alberto. 


La villa conteneva due residenze, il Palazzo Sistino o "di Termini" (delle Terme) e il casino, chiamato Palazzetto Montalto e Felice
Era un luogo incantevole, ammirato dai viaggiatori stranieri che venivano a fare in Grand Tour in Italia.

Prima della sua completa sparizione, la villa cambiò più volte proprietari: dopo l’estinzione del ramo principale dei Montalto Peretti essa passò ai Savelli (dal 1655 al 1685), quindi ai Negroni (dal 1685 al 1784), in seguito a Giuseppe Staderini (dal 1785 al 1796) e infine ai Massimo.
per volontà del padre gesuita Massimiliano Massimo fu costruita, proprio nell'area occupata dalla villa,il palazzo Massimo tra il 1883 e il 1887,  dall’ architetto Camillo Pistrucci. 

Sisto V
SISTO V HA BISOGNO DI TANTA ACQUA PER I GIARDINI. Per alimentare i suoi splendidi giardini, viali alberati, i giardini, i frutteti,  le fontane, le  peschiere , il tutto adornato con numerosissime statue, antiche e moderne,  la villa aveva bisogno di un enorme quantitativo d'acqua.
E Sisto V non esita a  procurarsela! Il grande pontefice, noto per una serie di iniziative veramente sorprendenti, per la progettazione di questo acquedotto non si ferma davanti alla difficoltà dell'impresa nè le enormi somme , che un tale progetto richiedeva.  Per la sola conduzione a Roma dell’acqua Felice si parla di anche di 300.000 scudi.

Così in data 28 maggio 1585 firma di suo pugno l'atto che dà inizio alla grandiosa opera di ripristino. Nel presentare il progetto l'abile Sisto V unisce motivazione sociali a quelle  personali : dichiara di volere migliorare l'ornato e il decoro di Roma e di aumentare la comodità e l'utilità che ne avrebbe tratta il popolo e così ...incrementa anche il sistema idrico della  sua vasta proprietà!!!


villa Montalto
 ingresso principale
Viene così stipulato l’istromento di acquisto dell’acqua del casale di Pantano dei Grifi di proprietà del nobile Marzio Colonna
L’acquedotto Felice forniva la parte alta della città i cosìdetti Monti, sboccava al Quirinale, al fontanone di piazza S.Bernardo, correva sull’Esquilino vicino S.Maria Maggiore e sul Pincio, per poi biforcarsi verso le Quattro fontane e il Quirinale, poi ancora verso piazza S.Marco e il Campidoglio.

LE CARTE D'ARCHIVIO. Documenti interessanti circa il ripristino dell'acquedotto felice  sono l'archivio della Presidenza degli acquedotti urbani e in quello dei Notai di acque e strade, e la serie Chirografi del camerale I,  conservati nell'Archivio di Stato di Roma. 
La ricerca contempla po la necessità di recarsi all'Archivio storico capitolino. 
Comunque sarà utile leggere gli altri post in questo blog con tags Presidenza degli acquedotti urbani.  
Vedi anche le planimetrie di Roma di Matteo Greuter, Antonio Tempesta, Giovanni Maggi, Giovanni Battista Falda.
Per la bibliografia sulla villa Montalto-Peretti  vedi l'articolo http://edoc.bbaw.de/volltexte/2010/1539/pdf/04_Rausa.pdf 
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*Cfr. Così lo definisce nel sonetto romanesco "Papa Sisto".

4 luglio 2017

La pensione che non c'è. Supplica in poesia di un vecchio parroco di Genga a Leone XII

(Archivio di Stato
di Roma,  Supplica di G.Albacini)
Siamo nel 1828, a Roma sul soglio pontificio siede Leone XII (28 settembre 1823-10 febbraio 1829)al secolo Annibale della Genga
Questo papa era nato a Genga, ridente comune oggi provincia di Ancona, il  2 agosto 1760 dal conte Ilario della Genga e dalla contessa Maria Luisa Pariberti di Fabriano.
Annibale era il sesto di dieci figli. 
Ma non vogliamo raccontare del papa, altri hanno già ampiamente studiato questo pontificato così centrale nella storia della Chiesa.
Vogliamo segnalare documenti e riflessioni sulla miserabile condizione di un vecchio parroco del territorio marchigiano,  che si rivolge in modo inconsueto a Leone XII   per ottenere un sussidio. 
Insomma una storia nascosta tra le carte conservate nell'Archivio di Stato di Roma.

LE SUPPLICHE. Per qualsiasi affare per il quale non si volesse o potesse seguire il normale iter burocratico amministrativo ci si poteva rivolgere alla clemenza del Pontefice, allo scopo di ottenere un rescritto favorevole.
Inoltre al Sovrano si poteva altresì ricorrere contro provvedimenti emanati dall'autorità laica o religiosa che il ricorrente riteneva lesivi dei propri diritti o delle proprie aspettative. 

Il Pontefice esaminava il caso e di suo pugno, o dando opportune istruzioni al Segretario dei Memoriali, definiva il ricorso e il più delle volte lo rinviava all'autorità competente per l'esecuzione.

SUPPLICA SCRITTA IN RIMA. Nel 1828 a Papa Leone XII arriva, fra le tante, una supplica veramente speciale.  
Questo scritto non ha la solita forma discorsiva di uso comune: un concentrato di disgrazie, dolori, lutti, narrati al fine di muovere la benevolenza del papa, ma si tratta di un poemetto in sestine
Se singolare è la forma, il fine è invece comune: ottenere dal papa un sussidio, un aiuto economico. 
In un mondo segnato dalla precarietà, dalla mancanza di garanzie assistenziali, specie in vecchiaia quando non si poteva più lavorare, in tanti si rivolgevano direttamente al Papa. 

DON GIUSEPPE ALBACINI. Chi scrive è il sacerdote Giuseppe Albacini di Fabriano di anni 85. 
Leone XII
Albacini dichiara di essere stato già parroco di Pietrosara, frazione di Genga
Dai registri parrocchiali in effetti risulta che dal 1803 al 1820 tutti gli atti della parrocchia sono effettivamente firmati da Albacini. 
Perchè questo anziano  parroco gravato da problemi di salute e che è bravo a comporre in rima, si rivolge al pontefice Leone XII?   
Il parroco nella prima parte del poemetto denuncia tutti i suoi guai: la vecchiaia, la cecità entrambi accompagnate dall'estrema povertà. 
Per far del bene ai suoi parrocchiani, in passato ha speso tutti i suoi beni per aiutarli, ciononostante oggi, vecchio e invalido, non riceve alcuna solidarietà da parte dei più giovani...L’uomo canuto oggi così si tratta da questa ingrata sconoscente umana schiatta....Questa è solo un'amara riflessione tratta dalla supplica!
Insomma da vecchio è diventato noioso a tutti, anche a sè stesso, e viene scansato da tutti, che non mostrano nei suoi confronti alcuna riconoscenza.
(Archivio di stato di Roma, particolare
del rescritto di Leone XII))

LA MADRE DEL PAPA APPARE IN SOGNO. Dopo questa triste premessa, Albacini racconta, sempre nella supplica, di un sogno in cui gli appare Aloisia (cioè Maria Luisa), la madre del pontefice Leone XII. 
E' ipotizzabile che i due si conoscessero, in quanto il parroco riferisce, sempre nel sogno, che la nobildonna Maria Luisa gli era riconoscente per avere pregato per Lei nella messa celebrata appena dopo la sua morte.
 La madre di Leone XII ha parole di orgoglio verso quello che il papa, Vice-Dio e suo figlio, rappresenta sulla terra. 
Nel sogno del parroco Albacini, la madre del Papa ricorda anche la chiesa di Frasassi, ideata e fortemente voluta da Annibale Della Genga quando era ancora cardinale e finita di costruire nel 1827. 
La chiesa era dedicata proprio alla Madonna Madre di Dio, la cui statua era posta sull'altare della chiesa per essere venerata, e come recenti studi hanno chiarito è stata erroneamente attribuita all'architetto Giuseppe Valadier.  

Infine la nobildonna invita il povero Albacini a rivolgersi a nome suo alla grande misericordia di Leone XII per finire in dignità quel poco che gli resta
Frasassi,
chiesa di Santa Maria
da vivere.
Così il consiglio viene accolto e Albacini invia la supplica in versi al potente Papa Leone XII, denunziando la sua difficile condizione, affinchè gli conceda un sussidio per finire dignitosamente la sua esistenza, che mai avrebbe immaginato così lunga. 

LA REAZIONE DI LEONE XII. Non possiamo ovviamente conoscere la reazione di Leone XII nel leggere una supplica così speciale rispetto alle tante altre che riceveva.
Possiamo solo ipotizzare che l'intercessione della madre dovette colpirlo e produrre l'effetto sperato.
Così Leone XII scrive un rescritto di suo pugno e concede un sussidio al povero Albacini: Si vera sunt esposita, provveda il nostro tesoriere e all'oratore faccia una assegnazione che gli conceda modo di ben campare nell'ultime ore. In breve, per cena pranzo e dejner gli passi ciascun  giorno giuli tre. 

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. I documenti di cui si è parlato sopra sono conservati in ASR, Computisteria generale della RCA (1477-1870). 
Per le suppliche vedi ASRSegreteria dei memoriali e Dataria apostolica,1753 - 1856.
Per conoscere il progetto pluriennale che riguarda Genga e il pontificato di Leone XII, il gengarino Annibale della Genga papa dal 1823 al 1829, è possibile consultare il sito : www.sullapietradigenga.com , dove si possono scaricare i volumi già pubblicati.
In particolare per conoscere il pontificato e la figura di Leone XII vai qui [...]
Per le notizie circa il conclave del 1823 e la costruzione della Chiesa di Frasassi vai qui [...]   

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1)Ricordiamo che entrambi erano di Fabriano. 

28 giugno 2017

Ancora altre tasse per abbellire Roma: arriva Carlo V nel 1536

 
Ritratto di Carlo V
Siamo nel gennaio 1536. Roma si prepara a ricevere la visita del potentissimo Carlo V d’Asburgo,  imperatore del sacro Romano impero.
Egli in effetti arriva a Roma nell'aprile del 1536, con lo scopo ben preciso di conoscere e cercare di farsi alleato il nuovo pontefice Paolo III (Alessandro Farnese, 1534 - 1549). 
La città deve essere resa più bella per accogliere con tutti gli onori questo grande personaggio.

TENSIONI FRA IMPERATORE E RE DI FRANCIA. Non va dimenticato che quelli erano anni di forti tensioni fra l'imperatore Carlo V e Francesco I di Francia, e di forti contrasti religiosi fra protestanti e cattolici. Questi conflitti avevano investito in pieno il pontificato di Clemente VII (1523-34), della famiglia de’Medici, che muore nel 1534. 
Alleato con i francesi contro  Carlo V, in lotta a Roma con la potente famiglia dei Colonna, Clemente VII però aveva dovuto subire il rafforzamento del potere imperiale su tutta la penisola italiana.
E, dulcis in fundo,  nel 1527, proprio durante il suo pontificato era avvenuto un fatto gravissimo per la città: il  sacco di Roma.

25 maggio 2017

Furti di libri a Roma nel 1678

La cronaca di questi anni riferisce che la Germania ha restituito all'Italia oltre cinquecento volumi storici che erano stati comprati da una casa d'aste a Monaco dopo essere stati trasportati illegalmente dall'Italia. I libri, fra i quali spiccano edizioni originali di Galileo Galilei e Copernico, erano stati trafugati dal direttore della Biblioteca dei Girolamini di Napoli, Marino Massimo De Caro, con l'aiuto di una organizzazione criminale. 
Le 'cinquecentine', ossia i libri stampati fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo hanno un valore stimato fra i due e i tre milioni di euro.
Così in presenza di furti di libri rari e preziosi si pensa subito a  bibliofili di alto rango, a collezionisti facoltosi, che, desiderosi di ampliare la  loro collezione, sono disponibili a ricomprarli al mercato nero. 

FURTI A ROMA. Anche nella Roma delle epoche passate si può trovare traccia di questo reato, indubbiamente piuttosto raro in quanto riguarda una categoria di oggetti - i libri appunto-  che allora interessavano una minoranza di persone, cioè i pochi privilegiati che sapevano leggere..... 
Una conferma a quanto appena detto è nei documenti antichi del Tribunale criminale del governatore di Roma conservati nell'Archivio di Stato di Roma.

DENUNCE DI FURTI. Chi voleva denunciare un furto si doveva recare presso l'ufficio di questo tribunale e fare una regolare denuncia, che veniva registrata in appositi registri,  redatti in modo cronologico .  
Con la lettura di questi registri si apre un interessante panorama sugli oggetti che attiravano di più l'attenzione dei ladri nella Roma del Seicento
Vediamo così che i furti riguardavano perlopiù beni di prima necessità e facilmente rivendibili sul mercato o cose utili rubate per utilizzo personale: armi, stoviglie, animali, alberi,  vestiario (ferraioli cioè mantelli in particolare), lenzuoli, generi alimentari, valigie, pagherò del banco di S. Spirito, utensili, ferro, ma anche oggetti preziosi come  monete, medaglie, gioielli, armi etc. 
Da notare poi che si tratta quasi sempre di furti di modeste quantità di oggetti : ad es. un cucchiaio d'argento, un cavallo, etc. 
Molto raramente compaiono libri, mentre è già più diffuso il furto di quadri, sicuramente più richiesti dal mercato nero.
ASR, Verbale di  denuncia di furto di libri
Proprio in un registro del tribunale criminale del governatore di Roma (serie Denunce di furto anni 1604-1809) è registrata una denuncia fatta in seguito ad un furto di volumi antichi.
Infatti il  4 febbraio 1678 il custode della biblioteca della Sapienza  Carlo De Murris denuncia di essersi accorto che dalla libraria della Sapienza mancano una certa quantità di libri.
Al momento della denuncia, il custode non può dire il numero né la qualità di libri mancanti,  perché deve ancora controllare sull’inventario. Assicura però che dopo aver compiuto questa operazione, darà una distinta dei libri che mancano…(la ricerca su questo documento successivo è in corso e appena possibile se ne darà notizia.) 
La denuncia continua con la dichiarazione che uno del libri rubati è stato già ritrovato presso il libraro Gio. Capranica, che da parte sua aveva provveduto (non sappiamo se spontaneamente) a riconsegnarlo all’ufficio della Biblioteca. 
Si tratta di un volume in folio dello scrittore spagnolo Lucio Flavio Destro (V secolo d.c.) , autore del “Chronicon Omnimodae Historiae”, scritto nel 430 d.C. e dedicato a S. Gerolamo. Nella denuncia non viene citato il titolo.

12 aprile 2017

Astuti cardinali e abili banchieri. Giacomo Antonelli e l' Appannaggio Beauharnais (1810-45)

Card. Giacomo Antonelli
Circa duecento anni fa, il 26 maggio 1805, Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi, diventava re d’'Italia (1). 
A Milano durante la cerimonia di incoronazione, forse stanco perché il sacerdote celebrante non si sbrigava, l`imperatore dei francesi si pose da solo sul capo la corona ferrea dei re Longobardi, custodita nel Duomo di Monza, esclamando: "Dio me l`ha data e guai a chi me la tocca"
Frase passata alla storia!! 

NOMINA DEL VICERE' D'ITALIA.  Così, dal 1805 al 1814, viene nominato un Vicerè del regno d'Italia nella persona del principe Eugenio di Beauharnais.
Si trattava di un figlio di primo letto della futura moglie di Napoleone, Giuseppina Beauhrnais
Sembrava che il principe potesse guadagnarsi un pò di autonomia, però, anche se il regno era italiano di nome, rifletteva in realtà il comando a tutto tondo da parte dei francesi e di Napoleone in primis.
RICCA RENDITA PER IL PRINCIPE. Nel 1810 Napoleone emana una legge con la quale mette a disposizione del viceré d’Italia un Appannaggio. Si trattava di un insieme di beni destinati a mantenere la sua famiglia e la corte. 

Quello che passerà alla storia come Appannaggio Beauharnais consiste in beni da poco confiscati – in base a leggi mutuate dalla Francia – a conventi, monasteri, enti religiosi, ecc. 
Si tratta complessivamente di 2.300 terreni, 138 edifici urbani ed una ottantina di opifici e mulini. Sono tutti collocati nelle Marche, regione che dal 1808 era stata annessa al Regno d’Italia, in particolare nei Dipartimenti del Metauro e Musone (province di Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata).  
Eugenio di Beauharnais
Il Principe conserverà queste rendite  anche dopo la Restaurazione del 1814-15, malgrado la netta contrarietà dello Stato della Chiesa
Infatti, dopo l'abdicazione di Napoleone e la caduta del Regno Italico nel 1814, le potenze vincitrici al Congresso di Vienna stabiliscono - nonostante le rimostranze del cardinale Consalvi, che partecipa  in qualità di osservatore in rappresentanza dello Stato Pontificio - che Eugenio Beauharnais può continuare ad usufruire dei beni ricevuti nel 1810. 
GESTIONE DELL'APPANNAGGIO. Eugenio deve pagare alla Camera Apostolica 160.000 scudi romani, a titolo di laudemio e un canone annuo di 4.000 scudi. Per l'amministrazione dei beni ducali è istituito un ufficio centrale ad Ancona con sedi distaccate in altre città marchigiane; dalla Germania (ove Eugenio risiedeva) arrivano abili amministratori ed esperti dirigenti d'azienda, che introdussero nuovi metodi di coltivazione e di produzione.L'8 maggio 1816 viene stipulato un atto notarile tra il Governo Pontificio ed il Principe Eugenio, con il quale si stabilisce che i beni posseduti da quest'ultimo sono concessi in enfiteusi e la Camera Apostolica  avrebbe potuto riscattarli quando lo avesse ritenuto opportuno. Tale diritto però per lungo tempo non potette essere esercitato per il tragico dissesto delle finanze pontificie, risalente addirittura al 1831 (vedi dopo).
Il regno d'Italia
(1803 - 1814)
GIACOMO ANTONELLI. Nato nel 1806 a Sonnino, da famiglia di origine modestissima, arricchitasi poi in fortunate speculazioni immobiliarii, viene mandato a Roma dal padre Domenico, che desiderava avviarlo, nonostante la sua scarsa propensione per la vita ecclesiastica, ad una carriera nell'amministrazione pontificia. Così Antonelli compie gli studi umanistici al Collegio Romano e quelli di diritto alla Sapienza, ove conseguì nel 1827 la laurea in utroque, cioè in diritto civile e canonico. Nel 1830, avuti dal padre i fondi richiesti per l'ingresso nella Prelatura iustitiae, iniziò la carriera curiale prima nella congregazione del Buon Governo, e poi alla Corte superiore, organo di giustizia amministrativa, e nel 1834 passò al tribunale criminale di Roma.
L'acume, il senso pratico e i modi eleganti avevano presto attratto sul giovane Giacomo l'attenzione di prelati influenti, in particolare dei cardinali P. Zurla e L. Lambruschiní, che ne favorirono la rapida ascesa. 
La particolare competenza e abilità in materia di economia e fìnanza gli spianarono la strada verso una lunga carriera iniziata prima come Ministro delle finanze  sotto il pontificato di Gregorio XVI, e poi, diventato cardinale , proseguita con Pio IX, con sempre una maggiore influenza nei tentativi di riforma liberale del nuovo Papa, sui quali esercitò peraltro un grande influsso. 

RISCATTO DEI BENI NONOSTANTE LA MANCANZA DI DENARO. Nel 1845, il giovane Giacomo Antonelli (1806 – 1876) ), all'epoca Grande Tesoriere, ossia Ministro delle Finanze dello Stato Pontificio, durante il pontificato di Gregorio XVI riesce con molta abilità a risolvere l'annoso problema dei beni collocati nelle Marche, che però erano ancora in mano agli eredi di Eugenio di Beauharnais.
Antonelli  avvalendosi del banchiere romano Agostino Feoli, con un'abile operazione finanziaria, riesce a far tornare in possesso dello Stato della Chiesa i beni appartenenti all'Appannaggio, divenuto nel frattempo"Appannaggio Leuchtenberg"
Spinti anche dalle difficoltà di amministrare beni così lontani dalla loro residenza, gli eredi di Eugenio si mostrarono inclini a cambiare il contratto originario e a sottoscrivere una transazione con lo Stato pontificio
Antonelli  a nome della Chiesa ricompra i beni dell'Appannaggio per 3.740.000 scudi. 
Ma come fa il cardinale Antonelli a trovare i soldi necessari? L'Antonelli deve infatti fare i conti con la pesante situazione debitoria dell'Erario, originata principalmente dal disastroso prestito contratto con i Rothschild all'indomani dei moti del 1831.
 Decreto di Eugenio di Beauharnais
 11 giugno 1807 (ASBologna)
Sulla piazza romana era famoso per la sua abilità il banchiere Agostino Feoli e così scatta una delle operazioni più brillanti che questo abile cardinale condusse in porto nel nuovo incarico. 

IL RISCATTO DEI BENI. Il congegno finanziario studiato dai due fu il seguente. Il governo pontificio riscattava l'enfiteusi (contratto stipulato il 3 apr. 1845) pagando agli eredi di Eugenio, divenuti Leuchtenberg, la somma di 3.750.000 scudi.
Tale somma era ricavata affidando alla casa Rothschild l'incarico di collocare certificati di debito pubblico per pari importo all'interesse del 5%, garantiti con ipoteca su quelle terre. I Rothschild progettavano di concludere l'operazione di collocamento in due anni, ma nel giugno 1847 erano ancora in possesso di 3.600 obbligazioni da 1.000 franchi . 
Frattanto il 24 aprile il governo pontificio firmava un contratto di vendita dei beni dell'Appannaggio a una società privata costituita dal Feola e da altri esponenti della finanza romana (i principi M. Borghese e G. C. Rospigliosi e l'avvocato E. De Dominicis) per un importo di 3.880.000 scudi pagabili in 12 anni all'interesse del 5%: la Società dell'appannaggio si impegnava a rivendere i beni in piccoli lotti a sudditi pontifici. 
Da notare che il cardinal Antonelli  escluse dal grande affare da lui condotto il banchiere Torlonia. Loperazione si concluse quindi senza che lo stato pontifico spendesse un solo scudo!!!

LE CARTE D'ARCHIVIO. La documentazione relativa alla complessa operazione è conservata nell'Archivio di Stato di Roma, fondo Camerale II, Appannaggio Beauharnais.
Si veda inoltre Archivi di famiglie e di persone, Antonelli in cui fra l'altro si conservano n. 329 buste e registri relativi a l’archivio dell’amministrazione dell’appannaggio Beauharnais.
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1) La presenza francese nei territori italiani, iniziata con l'’invasione nel 1796 e terminata nella primavera del 1814, coincide con uno dei periodi più ricchi e importanti nella storia d'’Italia, un’ passaggio epocale fra età moderna e contemporanea. E nonostante siano passati due secoli, l’'avventura italiana di Napoleone è oggetto ancora oggi di vivaci controversie tra chi vede in essa l’'occasione positiva di un prima emancipazione e modernizzazione dell’'Italia e chi la considera una brutale occupazione straniera

21 marzo 2017

Tasse su case e terreni a Roma nel 1810. Quanto pagavano e chi erano i più ricchi proprietari?

elemosine per i poveri
Robert Kemm
 (1837-1895):
Pochi ricchi e moltissimi poveri. Tale era la situazione nelle epoche passate nella Roma papalina.  

AMMINISTRAZIONE FRANCESE A ROMA. Grazie ai francesi , insediatesi ai vertici del governo di Roma, dopo che Napoleone aveva cacciato il pontefice Pio VII, alcuni documenti prodotti in questo periodo e conservati nell'Archivio di Stato di Roma, ci offrono spunti molto interessanti per indagare sul sistema di tassazione e sulla distribuzione dei patrimoni immobiliari a Roma, aspetto di grande attualità anche oggi.
Nei pochi anni, dal 1809 al 1813, in cui lo stato pontificio  fu annesso all' Impero francese ci pensarono gli amministratori francesi insediatesi nei bei palazzi romani a far redigere un elenco per conoscere  e tassare chi possedeva a Roma i maggiori patrimoni investiti in beni immobili.(1) 

Pio VII riceve l'ordine di lasciare Roma,
10 giugno 1809
PROPRIETARI DI TERRENI E CASE A ROMA. Frutto di questa operazione è un elenco intitolato "Liste dei 600 proprietari più tassati del Dipartimento di Roma del 1810". 
Il calcolo delle tasse era differente  a seconda che i beni fossero rurali o urbani, in sostanza terreni o case.
Per il bene rurale il contributo era calcolato a seconda del valore catastalementre per le case la tariffa era basata sulla stima di quanto percepito come pigione.
Così in questo elenco vengono registrati i nomi dei proprietari terrieri,  il domicilio, l'ammontare della tassa da pagare, e nelle osservazioni viene indicata la loro professione.
La lista riporta per ogni proprietario fondiario la sua quota in franchi. 
Ma come venivano calcolate questa tasse? 
Fortunatamente fra i vari documenti, c'è anche una Tariffa dei coefficienti in base al quale si calcolava il valore del patrimonio immobiliare posseduto da ogni singolo proprietario.