13 giugno 2018

I francesi a Roma (1798-99). La mancanza del pane si fa sentire...

Sembra strano ma Napoleone non riuscì mai a venire a Roma, ad entrare nei bei palazzi romani. 
Così la città che aveva desiderato tanto e che vedeva seconda solo a Parigi, e dove lascerà tracce importanti, rimase sconosciuta al grande condottiero.
Eppure già nel 10 febbraio 1798 Roma veniva invasa dalle truppe francesi comandate dal generale Alexandre Berthier. In poche ore i soldati occuparono Castel S. Angelo, innalzandovi la bandiera tricolore francese.
Subito dopo, con un proclama, furono rese note le dure condizioni della Capitolazione del governo pontificioconsegna di alcuni cardinali in qualità di ostaggi, arresto di una serie di persone ritenute nemiche della Francia e pagamento della somma di 4 milioni di piastre oltre ad altre clausole. E infine il giorno successivo, il grosso della fanteria francese, oltrepassate le mura, prese possesso delle piazze e delle aree più importanti della città.  
I15 febbraio 1798 la Repubblica Romana fu proclamata, abolendo di fatto il potere temporale, sebbene il papa Pio VI si rifiutasse di abdicare. Il papa fatto prigioniero, e morirà in Francia nel 1799.
La repubblica però durò poco, in quanto già nel 1800 lo Stato Pontificio fu ripristinato.

DIFFIDENZA VERSO I FRANCESI. Il nuovo regime fu accolto freddamente dalla popolazione  pontificia per i saccheggi e le requisizioni subiti dai francesi, che accompagnano la presa della città e per le pesanti imposte richieste alle comunità locali dai dirigenti francesi.

RIORGANIZZAZIONE POLITICO-AMMINISTRATIVA. Il biennio 1797-99 porta a Roma e alle comunità locali dello Stato pontificio gravi problemi. E il popolo romano aveva bisogno di altri problemi!!
Appena istituita la Repubblica, si diede inizio a una riorganizzazione totale: un nuovo sistema politico e amministrativo, finanziario ed economico, ma anche una ridefinizione dei modi di vita sociale e religiosa. Tutto il territorio è diviso in dipartimenti e questi in cantoni, che riunivano più municipalità, cancellando le precedenti articolazioni amministrative.
Il territorio dell'ex Stato pontificio fu così diviso in 8 dipartimentiCiminoTevereClitunnoCirceoMetauro, TrasimenoTrontoMusone, e quindi in cantoni e questi in municipalità. 

ATTENZIONE ALLE RIVOLTE PER MANCANZA DI PANE E ALTRI GENERI. Un aiuto per conoscere la politica dei francesi arrivati a Roma viene dalle carte d'archivio, che gettano luce  sulle misure urgenti varate dal nuovo governo per scongiurare rivolte e sommosse fra i romani,  scatenate dalla mancanza di pane e altri generi alimentari.
Troppo pericolosa per i nuovi governanti sarebbe stata una rivolta a Roma, città da sempre abituata dal paternalistico sistema annonario imposto dal governo pontificio a trovare il pane a basso prezzo nei forni «baioccanti», che insieme a quelli «decinanti» erano gli esercizi deputati alla vendita dei due tipi di pane: economico, e di qualità.
Quando il popolo giornalmente andava a rifornirsi di pane, alimento che costituiva la base dell'alimentazione quotidiana elle epoche passate,  misurava immediatamente la capacità dei governanti. 
Perciò, al contrario di altre settori, la politica annonaria presentava un alto e immediato grado di visibilità da parte dei ceti popolari.
Pompei, distribuzione del pane
(affresco)
L' esperienza della Repubblica Romana fu breve, ma così densa di problemi che anche gli archivi sembrano voler sottolineare i settori in cui fu più urgente l'impegno degli amministratori francesi.
La scarsezza dei raccolti, la fame e la carestia alle porte, i disordini continui in Roma e nei 8 dipartimenti dello Stato pontificio, costituiscono lo sfondo cupo su cui emergono almeno due  obiettivi  categorici: rifornire Roma  di grano  per consentire la panificazione e assicurare alla truppe francesi e romane le sussistenze

REQUISIZIONI.  Mentre imperversano la carestia e le diserzioni interessano anche i soldati francesi,  si assiste alla scomparsa della moneta metallica, conseguenza della grave crisi finanziaria, e all' esodo verso le regioni limitrofe dei mietitori affamati. Il  governo francese messo di fronte a questa situazione cupa, comincia a gravare le comunità locali con pesanti requisizioni e contribuzioni. Ogni paese è vessato da requisizioni e da contribuzioni di ogni genere, e spesso riceve la visita di un gran numero di commissari e di agenti repubblicani, inviati per ottenere il massimo per l’approvvigionamento dell’esercito. La situazione che ne scaturisce è drammatica, e in  molti casi  da luogo al diffuso fenomeno delle insorgenze contro i francesi.
Papa Pio VI lascia Roma (20-2-1798)


LE CARTE D'ARCHIVIO. Le carte conservate nell'Archivio di Stato di Roma nella Presidenza dell'Annona e grascia e nella Repubblica romana (1798-1799),
nella Congregazione del buon Governo (serie III) rappresentano un'importante fonte per studiare questi fenomeni .
In questo carteggio si trovano riferimenti precisi a : assegne presentate dai produttori agricoli; esemplari di leggi appena emanate e trasmesse direttamente alle  comunità locali, spesso con note e osservazioni; esemplari di petizioni popolari;  esposti contro le requisizioni e contribuzioni ; richieste di pagamenti per i generi somministrati alle compagnie dei fornitori; apertura di nuovi forni, migrazione dei mietitori controversie fra comuni e affittuari di forni, problemi circa il trasporto del grano nella capitale, erezione di Monti frumentari, esposti per ruberie di grano, richieste dei fornai per  portare armi, esposti contro le requisizioni di grano prodotto (etc). Il carteggio conservato è scambiato fra i ministri degli uffici centrali (cioè Interno, guerra e affari esteri , Giustizia e polizia) con le varie autorità municipali (prefetti consolari dei vari cantoni, commissari per le sussistenze, edili, pretori etc). In particolare al Ministro dell'interno è inviata documentazione che si riferisce  alle materie annonarie, al ministro della guerra quella strettamente relativa alla fornitura di sussistenze alle armate; al ministro della giustizia i casi di reati commessi su queste materie.
 
Non tutta la documentazione proviene però dalle comunità locali, anche se  su tutto emerge la voce  delle istituzioni centrali, insediatesi nei bei palazzi romani.   
Relazioni e rapporti  hanno però un comun denominatore: il tentativo di garantire l’ approvvigionamento di Roma  e  dell’armata francese e romana, requisendo grano e altri generi di prima necessità. Per questo scopo  ci si deve occupare anche del loro pagamento, del trasporto a Roma, denunciando inoltre le molte irregolarità rilevate. (Si aggiungono quindi dei particolari interessanti: ad esempio il caso di un battello corsaro che in località Porto Ercole depreda un bastimento romano carico di grano e formaggio, quindi si parla delle misure da adottarsi per garantire la navigazione sicura da Civitavecchia a Fiumicino). 
Qualche suggerimento poi merita una segnalazione: il progetto per fare un mercato del grano correlato al libero commercio; il problema delle liquidazioni di prestiti fatti da privati per le sussistenze alle armate; le liquidazioni da parte della Commissione di liquidazione di lavori fatti per le truppe alla caserma di Trinità di Monti, al quartiere di cavalleria nel cortile della Minerva, a Palazzo S. Giovanni in Laterano, nel convento di S. Agostino, S. Silvestro a Monte Cavallo per la costruzione di stalloni per la cavalleria e i restauri ai granai alle Terme; l’andamento dei forni a Roma e in atri località, la qualità del pane e sua scarsezza, la proibizione dell'esportazione del grano e altri generi, la mancanza di legna e fascina indispensabile per i forni di Roma. Infine  si segnalano vari rapporti degli Agenti generali per le sussistenze : alcuni fascicoli interessano invece la posizione di Guglielmo Terziani, commissario generale delle sussistenze, altri la  compagnia Cavagnari.
Infine, la frase del titolo è riferita alle proteste organizzate dalla popolazione romana.
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*Ricordiamo che il trattato di Tolentino imponeva la Papa il pagamento di 30 milioni di lire tornesi, il controllo militare di Ancona, la cessione di centinaia di opere d’arte e di preziosi codici.Non mancarono episodi di resistenza, anche popolare, alla spoliazione legale dei tesori vaticani.

5 giugno 2018

I francesi a Roma nel 1797-98 . Affamato, il popolo gridò: "Volemo il pane e non più la Repubblica" (1)


Nei secoli passati, l’alimento base dell'alimentazione del popolo romano, era ancora e soltanto il pane. 
Poca carne, poco pesce, pochi ortaggi, qualche uovo, qualche minestra di legumi, e ovviamente vino costituivano la dieta povera della plebe. 

Di conseguenza, la politica economica dei governi pontifici (e non solo) dedicava molta attenzione alla coltivazione del grano e dei cereali in generale. 
Come? Nello Stato pontificio, già a partire dal medioevo, i pontefici tenevano sotto controllo la produzione cerealicola, emanando una notevole quantità di provvedimenti legislativi, spesso però contrastanti fra di loro.
La carestia era uno dei pericoli più gravi da fronteggiare per qualsiasi governo. Chi non ricorda Renzo Tramaglino durante la rivolta del pane a Milano nel '600?
Come altri, questo settore nel secolo XVIII mostra uno stato di decadenza, causato in gran parte proprio dal sistema di approvvigionamento dei cereali vigente e che trae la sua origine, come detto, addirittura dal medioevo.
Più in generale il mercato alimentare e in particolare il grano era un mercato controllato e protetto.



POLITICHE PER LA PRODUZIONE CEREALICOLA. Il concetto base era che la produzione dello Stato pontificio dovesse bastare comunque al fabbisogno del paese. Era vietata l’esportazione, e la produzione, anche delle zone periferiche, si doveva incanalare verso i mercati di Roma, dove non doveva mai mancare la farina e di conseguenza il pane
Interno di un forno
A Roma così c’erano parecchi granai, dove si ammassava grosse quantità di cereali, un anno per un’altro, in modo da cercare di evitare la carestia.
Il grano giungeva a Roma via fiume. 
L’intervento pubblico, portato avavnti dalla Presidenza dell'Annona e Grascia,  doveva tener presente vari fattori: 

  • necessità di programmare le scorte di cereali in modo da provvedere negli anni di abbondanza anche a quelli di carestia, 
  • garantire un continuo e sufficiente rifornimento di alimenti, ed in particolare di grano, al riparo dalle crisi alimentari, 
  • assicurare al popolo il pane a un prezzo popolare, 
  • adeguare i prezzi alla capacità di spesa dei consumatori, cercando poi di non danneggiare l'attività dei commercianti e dei produttori di cereali.
  • la mancanza di un libero mercato, la conseguente stagnazione dei prodotti, la carenza di capitali da investire (etc), si traduceva in un blocco delle iniziative che avrebbero potuto modernizzare questo sistema.
Altro punto da sottolineare è che primo e assoluto obiettivo del governo era l'approvvigionamento cerealicolo di Roma. Grazie alla provincia che la riforniva di cereali e altre derrate alimentari Roma quindi riusciva a mantenere un elevato tenore di vita. 
Il tutto però si traduceva in una politica incerta e contraddittoria del governo pontificio, in balia delle mutevoli e opposte richieste dei vari ceti interessati.
Alla fine del secolo XVIII, questa politica annonaria, oltreché rivelarsi anacronistica a causa delle mutate condizioni economiche dell'economia, era estremamente dannosa alla produzione.

(da Internet culturale)
PANE E FORNAI ROMANI. In città i fornai romani sfornavano e vendevano pane di diverse qualità. Panificano due tipi di forni: i forni baioccanti e quelli decinanti
I primi vendevano, a prezzo calmierato di un baiocco,  pagnotte ad un prezzo inferiore, di seconda e di terza qualità. La pagnotta era più pesante o più leggera a seconda del variare del prezzo del grano imposto dal Pontefice ma costava sempre un bajocco.
I secondi invece cuocevano pagnotte di prima qualità formate "del solo primo fiore finissimo di farina" cioè il pane bianco, molto apprezzato e destinato alle classi agiate. 
La panificazione avveniva di notte: l'impastatore impastava la farina nella madia fino a ridurre la pasta in pagnotte e sorvegliava la fermentazione, il pesatore pesava e tagliava la pasta in proporzione al peso che si voleva ottenere per il pane dopo cotto, l'infornatore regolava il calore del forno e sorvegliava la cottura. 
Alcuni fornai vendevano anche la semola e la pasta. Tutti dovevano tenere aperte le botteghe fino alle tre del mattino. 
L'uso di fare il pane in casa non era invece diffuso, tranne che tra gli aristocratici e presso le istituzioni di beneficenza che si incaricavano di distribuire il pane ai poveri. 

CONGREGAZIONI E MAGISTRATURE. LA PRESIDENZA ANNONA E GRASCIA. Alcuni pontefici del '600 avevano istituito congregazioni cosidette particolari - cioè organismi incaricati di studiare una determinata materia e di proporre soluzioni per il suo miglioramento.  Però i provvedimenti emanati  non riuscirono a migliorare la situazione. Rimasero irrisolti alcuni  problemi dell'annona : come ad esempio l'incoraggiamento alla colonizzazione dell'agro romano, che avrebbe provocato un incremento della cerealicoltura.
Nei primi decenni del Settecento la situazione economica generale dello Stato della Chiesa si presentava difficile. In particolare per quanto attiene il commercio dei cereali, il raccolto annuo era appena eccedente il fabbisogno della  popolazione. 
Tre erano le magistrature preposte a questo importantissimo compito di controllo della produzione dei cereali, ma anche di altre derrate alimentari :
1.  Annona frumentaria,
2.  Annona olearia,
3. Tribunale della Grascia (si indicava con questo termina : il vino, l'olio, la carne, il bestiame ed altre derrate alimentari).
Ognuna aveva dei compiti ben precisi. Così l'Annona frumentaria fra le sue molte e importantissime competenze:
1. si occupava dell'acquisto e della requisizione di ingenti quantitativi di grano che venivano ammassati nei granai annonari, in previsione di annate di scarso raccolto,
2. controllava le incette di grano e puniva severamente gli accaparratori,
3. si interessava di censire il grano per poter autorizzare o meno l'esportazione,
4. fissava il prezzo d'acquisto, e ne curava la distribuzione e la vendita agli stessi fornai,
5. emanava leggi sulla semina,
6. regolamentava l'esercizio della panificazione per somministrare il pane ad un prezzo giusto.
Gli stessi compiti, ma per il commercio dell'olio, esercitava la Annona olearia.
Infine il tribunale della grascia esercitava il suo potere sugli altri commestibili, requisendoli, fissandone il prezzo, decidendo se proibirne l'esportazione o no.
Fino al ‘700 il governo pontificio non si preoccupò di accrescere la produzione di cereali e il reddito degli agricoltori, ma solo di rifornire Roma e gli altri centri urbani di generi alimentari. Sulle attività collegate alla produzione e al commercio di prodotti cerealicoli influivano negativamente sia le requisizioni di grano ( e lo stesso si potrebbe dire di altri generi alimentari) sia le arbitrarie fissazioni dei prezzi del grano.
Il sistema utilizzato impediva il profitto, provocando un progressivo ma costante abbandono delle coltivazioni da parte dei produttori agricoli.

LE TRATTE. Il divieto di esportazione inoltre costituiva un altro ostacolo, che veniva aggirato grazie alle cosìdette tratte (vedi ASR, Presidenza dell'annona e grascia, tratte 1565-1797), o meglio dei permessi dati temporaneamente ad alcuni commercianti e produttori in caso di raccolto abbondante. Queste tratte venivano concesse o gratuitamente o dietro pagamento di una tassa e servivano per esportare quella parte dei prodotti ritenuti superflui al consumo interno.
Altro aspetto importante era che le concessioni di esportazione dei cereali fuori dallo Stato dipendevano essenzialmente dall'arbitrio dei funzionari annonari. 
In tale sistema c’era chi ne traeva vantaggio: il gruppo dei mercanti di campagna, che da ricchi intermediari finanziari e commerciali nel corso dei secoli XVI al XVIII si trasformarono in proprietari fondiari in senso proprio. Grazie alla solida posizione economica che erano riusciti a conquistare potevano contare così su molti privilegi, rispetto ai più modesti ceti della popolazione agricola.
Succedeva così  che i funzionari della Presidenza dell’Annona insieme ai tesorieri provinciali * accordassero i permessi di esportazione (le tratte), concedendo loro privilegi di ogni sorta. Grazie alle cospicue mediazioni con questi mercanti e con i grossi proprietari fondiari, che acquistavano il grano appena raccolto dai coltivatori diretti, si arricchivano gli uni e gli altri. 

LE ASSEGNE. La produzione veniva controllata per mezzo della «assegna», cioè della denuncia obbligatoria del raccolto, ma i dati così rilevati, spesso erano imprecisi. 
Questo sistema delle assegne - che veniva applicato in molteplici settori ( sia alle once d'acqua che alle proprietà immobiliari) - non permetteva all'amministrazione di controllare in modo efficace quanto dichiarato.

LE CARTE D'ARCHIVIO. Nell'Archivio di Stato di Roma è conservato l'imponente archivio (circa 2700 pezzi fra buste e registri) della Presidenza e Deputazione dell'annona e della grascia (grascia= vino, olio, carne, bestiame ed altri generi alimentari) , con documenti che vanno dal 1561-1848.

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*Lo Stato pontificio era articolato in province, governate in temporalibus et in spiritualibus da un rappresentante del potere centrale (legato, rettore, governatore) e da un tesoriere provinciale sottoposto direttamente alla Camera apostolica, il Ministero delle Finanze dell’epoca. Per l'ordinamento territoriale dello stato delle Chiesa continua [...]

9 maggio 2018

Attraverso il Tevere si riforniva Roma di tutto il necessario. E la Presidenza delle Ripe controllava...

Tevere, porto di Ripa grande
A Roma in passato funziovano due porti fluviali molto importanti per la città: Ripa, che aveva il maggiore traffico di merci, e Ripetta 
Gli unici porti del lontano passato che erano rimasti attivi.  
Il porto di Ripetta  serviva per il commercio con le regioni dell'Umbria e della Toscana e il porto di Ripa Grande, il più importante, che serviva per i collegamenti verso il mare in direzione dei porti di Fiumicino e di Ostia A Ripa venivano scaricati grano, vino, fritta, generi coloniali, mentre Ripetta, più piccolo ma ugualmente importante, si scaricavano: carbone, vino, olio e legna. 
Il porto di Ripetta era adatto per le barche di piccolo tonnellaggio, chiamate barcacce. Queste piccole imbarcazioni servivano al trasporto di legname, del vino e del travertino.  
Mentre al porto di Ripa Grande, davanti al colle Aventino, e a valle del colle Gianicolo,  potevano attraccare velieri anche di notevole stazza, che trasportavano i materiali più disparati, oltre i pellegrini che arrivavano a Roma via mare.
Questo tipo di navigazione ed i porti sul Tevere, rimasero attivi durante il medioevo, l'età moderna e la loro esistenza si concluse dopo l'Unità d'Italia, con l'edificazione dei muraglioni e dei lungotevere.

LA PRESIDENZA DELLE RIPE. Dai primi del '500 all'800, era stata attivata un'istituzione ad hoc, la Presidenza delle Ripe, che aveva il compito di vigilare sulla regolamentazione del traffico fluviale, sempre più intenso. Tramite il fiume infatti si soddisfavano le esigenze primarie e le più diverse richieste del mercato della capitale. 
Porto di Ripetta
Così il Presidente delle ripe, tramite il suo ufficio, assicurava che a Roma arrivassero vivericombustibili, vino e gli altri generi di cui la città necessitava. 
Perchè il sistema funzionasse era indispensabile una buona regolamentazione dell'intenso traffico, che si svolgeva nel porti di Ripa e Ripetta. 
CONTROLLO SUL FIUME. Tramite il controllo e i numerosi editti emanati dal presidente si stabilivano norme per manutenzione delle ripe del fiume, come la rimozione di tronchi , sassi etc che spesso ne impedivano la buona navigazione.

LA NORMATIVA. Tutte le merci trasportate dai barcaioli sul fiume dovevano essere "dichiarate" tramite assegne, una specie di autocertificazioni presentate davanti ai notai di Ripa e Ripetta, che lavoravano per la Presidenza.
Per poter salpare o attraccare dai porti, i proprietari dei vari tipi di barche  doveva infatti ottenere la licenza rilasciata da questo Ufficio. 
Poichè non tutte le imbarcazioni, soprattutto quelle grandi, potevano arrivare fino a Roma e si fermavano a Fiumicino, funzionava anche un servizio di tiro coi bufali, che risaliva il Tevere. 
E anche il tiro dei bufali per le chiatte e le barche, che risalivano il Tevere da Fiumicino e poi i battelli a vapore della marina pontificia rientravano nella giurisdizione della Presidenza delle Ripe. 
Non va dimenticata che la Presidenza, tramite tribunali, aveva anche importanti funzioni giudiziarie. E si può solo immaginare il lavoro di questo organi nel giudicare i contrasti, le liti, gli illeciti che  avevano luogo fra i molti frequentatori del fiume: barcaroli, facchini, proprietari di barche, commercianti di vari generi, sensali....  

Poiché di notte la navigazione si fermava, dovevano esistere delle basi, una sorta di stazioni fluviali,  per la sosta delle imbarcazioni fornite di ormeggi ed istallazioni. Tali strutture erano tutte dotate di un corpo di polizia e di vigili del fuoco, che controllavano le navi, le vigilavano dal pericolo di  incendi e le proteggevano dalle incursioni dei ladri fluviali. 

LA LEGNA. Un commercio molto importante per la città e che ricorre spesso nei documenti conservati nell'archivio della Presidenza delle ripe è quello del legno.
In mancanza di altre fonti alternative, c'era necessità di procurarsi legna sia per gli usi domestici che lavorativi. la legna sia da ardere che da lavoro doveva essere importata.  Come tanti altra merce necessaria alla popolazione, il legname arrivava dal Tevere, che , come detto, costituiva una importante risorsa per la città. E proprio a monte del porto di Ripetta c'era una legnara, dove si scaricava la legna, proprio davanti all'Ospedale San Giacomo degli incurabili. 

LE CARTE E LA BIBLIOGRAFIA. Interessante è l'archivio di questa magistratura cfr. ASRoma, Presidenza delle Ripe (1708-1849).
Vedi C. Nardi,  Il tevere e la città: l'antica Magistratura portuale nel secoli XVI-XIX,  Bonsignori, 1989; inoltre cfr. F. Colzi, Il Tevere ed il commercio del legno a Roma nel XVIII secoloMélanges de l'école française de Rome,  2006.

15 aprile 2018

Crisi economica alla fine del '700 nello Stato pontificio. Necessità di migliorare l'industria e il commercio.


ASR, Campioncini di panni
di lana allegati ad una pratica
Dal 1740 alla fine del secolo sul trono pontificio si succedono quattro pontefici: tre dei quali provenienti dalle provincie settentrionali dello Stato pontificio.
Benedetto XIV (1675- 1758) veniva infatti da Bologna, Clemente XIV (1705-1774) da Sant’Arcangelo di Romagnae Pio VI (1717-1799) da Cesena.
Solo Clemente XIII (1693-1769) veniva da un'antica e nobile famiglia veneziana

Comunque questi quattro papi, oltre che dalla lunga durata dei loro pontificati, furono accomunati dalla caratteristica che nessuno di loro era un rampollo delle famiglie dell’aristocrazia romana o laziale legate alla Curia. 
Arrivavano da quelle province settentrionali dello Stato pontificio, che indubbiamente erano le più ricche ed evolute nel panorama del sonnolento Stato pontificio e influenzate da interessi di tipo europeo. 

TENTATIVI DI RIFORME PER SUPERARE LA CRISI. La caratteristica che meglio li contraddistinse era il tentativo di procedere sulla strada delle riforme, nonostante gli ostacoli che avrebbero incontrato. 
Va considerato infatti che proprio alla fine del '700, si acuisce la crisi economica nello Stato pontificio. Intanto era cambiato il clima politico e culturale generale, e le  teorie illuministiche cominciavano a girare anche fra i ceti dirigenti. Per questo anche i papi cercarono di individuare i principali fattori che influivano negativamente sulla produzione dell’industria e del commercio, sulla circolazione interna delle merci, settori centrali per migliorare l'economia dello stato. 
Per meglio operare però, c'era però la necessità di conoscere bene il contesto che ruotava intorno al sistema produttivo e commerciale. 
E così, durante il pontificato, di Gianangelo Braschi (1775-1799), diventato pontefice con il nome di Pio VI,  si arrivò nel 1797 a progettare un un censimento per monitorare la situazione delle manifatture esistenti nelle province lontane da Roma.

Fabrizio Ruffo
FABRIZIO RUFFO, TESORIERE GEN. della Reverenda Camera Apostolica. Il cardinale Fabrizio Ruffo, è un importante figura di economista e riformatore. Il suo nome è collegato anche al Congresso Accademico di Agricoltura, Manifatture, e Commercio di Roma costituitosi nel 1787. 
Appoggiato dal cesenate papa Pio VI,  Ruffo ideò e avvio  l'iniziativa del censimento, i cui dati , una volta raccolti, confluirono nella redazione di un Catalogo delle manifatture dello Stato pontificio, documento conservato presso l’ASR (vedi nota)*.

CONGRESSO ACCADEMICO ROMANO. Il Congresso romano era in sostanza un’Accademia inserita nel clima culturale del Settecento - l’ epoca dei lumi - quando, fra l'altro, fiorirono le riunioni di eruditi, che si dedicavano agli studi più raffinati e all'approfondimento delle conoscenze di più alto livello. L'illuminismo fu portavoce del moderno spirito scientifico, che rifiutando la concezione medioevale della realtà, rivendicò la fiducia nell'osservazione diretta dei fenomeni e nell'uso autonomo della ragione.

1 aprile 2018

Viaggi in terre lontane: la Cina nel secolo XVI e l'Atlante di Michele Ruggieri


Oggi una delle occupazioni che più attraggono l'umanità è viaggiare, anche a causa della facilità con ci si può spostare in tutte le direzioni possibili. Però, anche nelle epoche passate nonostante i molteplici ostacoli e le difficoltà che si dovevano affrontare per intraprendere qualsiasi tipo di viaggio, il desiderio di conoscere luoghi e culture diverse ha sempre spinto l’uomo a tentare di raggiungere terre lontane.
Uno di questi pionieri dei viaggi-avventura, è stato sicuramente il gesuita Michele Ruggieri (Spinazzola, 1543 – Salerno, 11 maggio 1607), che nel secolo XVI raggiunse e visse in Cina per quasi dieci anni.

MICHELE RUGGIERI MISSIONARIO IN CINA. Ruggieri è stato missionario e primo cultore europeo della lingua e della geografia della Cina.
Originario di Spinazzola in Puglia, studiò diritto civile ed ecclesiastico a Napoli. Per breve tempo al servizio di Filippo li di Spagna, nel 1572 si fece gesuita.
 
E nel contatto fra europei e cinesi, sviluppatosi proprio in quel secolo, un ruolo di particolare rilievo fu svolto proprio dai gesuiti
Partito come missionario nel 1578 da Roma, dopo un imbarco su una nave portoghese giunse prima a Lisbona e dopo 7 lunghi mesi arrivò a Goa in India, dove si fermò per nove mesi. La richiesta di un missionario per la Cina cambiò i suoi programmi e così nel 1581 giunse a Macao. 
Qui affrontò per primo lo studio della lingua dei mandarini e con l'aiuto di un catecumeno imparò un gran numero di ideogrammi
Autore di un Catechismo che presentava i fondamenti del cristianesimo ai cinesi, attraverso i viaggi nei territori dell’impero cinese,  cercò di creare un atlante completo – che ancora oggi fornisce interessanti spunti di riflessione e di informazioni inedite per l’epoca - per illustrare questo nuovo mondo, i costumi, la lingua e la religione del popolo e del Regno di Wanli.
ASR, Atlante della Cina di Michele Ruggeri
Mentre Ruggieri progettava di partire e raggiungere Pechino,  nel 1588, a causa della difficile situazione della missione, gli fu ordinato di ritornare a Roma per portare una supplica al papa
Non potendo più tornare in Oriente, padre Michele trascorse gli ultimi anni della sua vita nel compilare l'Atlante della Cina. I suoi studi  testimoniano uno dei suoi primi incontri tra le due più importanti civiltà del mondo, quelle dell’Oriente e dell’Occidente.

14 marzo 2018

Le ferrovie, “manifestazioni del demonio” per Gregorio XVI, poi però regna Pio IX.

Grazie a varie tipologie di documenti è possibile conoscere i  viaggi che i pontefici (e ovviamente non solo loro) fecero nelle epoche passate (clicca qui).
Questi viaggi avvenivano nonostante la scomodità che li caratterizzava.  Ogni spostamento nel migliore dei casi si faceva utilizzando carrozzeMa in quelle epoche le strade erano poche,  sterrate e in alcuni tratti assai difficili; il viaggio era poi soggetto a frequenti stop per cambiare i cavalli; per non parlare dei pericoli costituiti dai briganti, che aspettavano al varco gli incauti viaggiatori.
Insomma tuttociò rendeva ogni viaggio un'avventura.
Figuriamoci quindi, quando a partire dai primi dell'Ottocento, si cominciò a sentir parlare di una invenzione che avrebbe rivoluzionato il modo di viaggiare di tutti, e non solo: il treno.

GREGORIO XVI CONTRARIO ALLE INNOVAZIONI. E' nota la leggendaria avversità di Gregorio XVI (1831-1846) per le strade ferrate, i treni e le locomotive a vapore, sbuffanti mostri metallici che egli considerava “manifestazioni del demonio”. 
Si racconta infatti che nel sonnolento ambiente culturale della curia pontificia, durante questo pontificato,  le novità erano malviste, e quindi il papa non  appoggiò le pressanti richieste avanzate dalle province settentrionali, Bologna e la Romagna in particolare, di introdurre alcune vie ferroviarie, anche ad imitazione di quanto avveniva negli stati limitrofi.
Ma accanto a queste ragioni, altre contribuirono ad allontanare il papa dalla nuova invenzioni.
IL NO DEL PAPA ALLE FERROVIE. Gregorio XVI probabilmente, soprattutto agli inizi del suo pontificato, non autorizzò la loro costruzione, perchè si rese ben presto conto, insieme ai suoi consiglieri, che era una scoperta troppo recente e e non priva di criticità

  1.  I costi erano enormi, rispetto alle magre risorse finanziarie su cui il papa poteva contare (1).
  2.  Lo stato pontificio  era privo di carbone  e di ferro e molto arretrato in quanto a tecnologia, e quindi tuttociò sarebbe dovuto venire dall'estero. 
  3.  Le conseguenze dei moti rivoluzionari del 1831 era stati disastrosi per le finanze pontificie[clicca qui...]
  4. si erano diffuse idee conservatrici rispetto ai nuovi ritrovati della tecnica;si diceva che, in mancanza di attività commerciali, le strade ferrate finivano per rovinare gli interessi del paese e delle sue manifatture, diminuendo il costo dei prodotti importati e gettando sul lastrico vetturini, carrettieri, maniscalchi.
Quindi figuriamoci Gregorio XVI, indebitate come erano le finanze pontificie in quei tempi  con i banchieri francesi Rothschield [clicca qui..], se poteva impegnarsi in una nuova avventura!!!
Va considerato poi che accanto a questi timori, ce n'erano altri di tipo politico, in quanto le ferrovie favorivano gli spostamenti con gli altri stati e quindi anche l'arrivo di rivoluzionari nel territori pontifici. 

Comunque diverse proposte per la costruzione di strade ferrate furono portate davanti al Pontefice Gregorio XVI, che però si dimostrò sostanzialmente ostile verso queste iniziative modernizzatrici, confermando l’atteggiamento di chiusura e di isolamento dello Stato ecclesiastico.
Proprio negli ultimi anni del suo regno però cominciò un acceso dibattito e un fervore di idee, di progetti, di richieste su questo argomento: dal 1845 fino almeno al 1849, si sviluppò infatti una vera e propria questione ferroviaria , che vide impegnati i ceti borghesi, fautori di maggiori libertà nell’economia e nell’impresa.

LE FERROVIE NEGLI ALTRI STATI. Intanto negli altri Stati preunitari si iniziavano a inaugurare le prime ferrovie.
Considerate nuovo simbolo del progresso della moderna società borghese, avevano fatto la loro apparizione nel vicino Regno di Napoli nel 1839, quando Ferdinando II aveva inaugurato la linea ferroviaria Napoli – Portici, con la locomotiva francese Bayard.  
Il collegamento con il vicino regno borbonico, principale partner commerciale dell’arretrato Stato Pontificio – da Napoli si importavano derrate alimentari, prodotti industriali e manifatturieri, destinati soprattutto al consumo della capitale papalina - avrebbe rappresentato il perno della nuova politica di sviluppo dei trasporti e  comunicazioni pontifici.


Pio IX
CAMNIO DI ROTTA CON PIO IX . Salito al soglio pontificio il 16 giugno 1846 col nome di Pio IX (1846-1870),  il progressista Giovanni Maria Mastai Ferretti fra i primi atti di governo pensò ad avviare i cantieri per la costruzione delle ferrovie.
Il nuovo pontefice con entusiasmo si trovò subito a fronteggiare un fiorire di richieste di autorizzazione per effettuare studi tecnici rivolti a progettare linee ferroviarie, frutto talvolta di volontà esterne. 
Come quella degli Austriaci, che erano interessati a congiungere il Lombardo-Veneto con la Toscana passando per Bologna e poi quella dei Francesi, favorevoli a una ferrovia tra Roma e il porto di Civitavecchia, dove potevano arrivare i rinforzi per il contingente militare che, dopo la repressione dei moti del '48, sorvegliava l'integrità dello Stato pontificio. 
Ma gli esiti drammatici delle vicende romane durante il 1848-49 registrarono un altro cambio di rotta e diedero un colpo anche alle speranze dei modernizzatori più moderati che vedevano nella strada ferrata un mezzo indolore per aprire la vita economica e commerciale delle provincie pontificie. Così la successiva storia delle realizzazioni ferroviarie  risentirà di un clima politico e amministrativo più ostile all’introduzione di mutamenti nella vita economica e produttiva dello Stato.

PRIMI PROVVEDIMENTI DI PIO IX. Intanto però con notificazione del 7 novembre 1846Pio IX aveva disposto la costruzione di 4 linee ferrate in concessione. 
La prima, con tratta da Roma a  Ceprano al confine con il Regno di Napoli, avrebbe congiunto la capitale papalina  con  il  confinante stato borbonico.
Le altre tre linee avrebbero rispettivamente collegato Roma con Bologna (principale centro dello stato pontificio dopo Roma), Civitavecchia (maggiore  approdo marittimo) con Porto d’Anzio
Come detto, ci fu però uno stop in conseguenza dei moti del 1848-49,  e per la costruzione della prima linea ferroviaria dovette costituirsi nel novembre 1848 prima la “Società Pio – Latina”.
Bisognerà attendere il 7 luglio 1856 per vedere il primo convoglio percorre una strada ferrata (di modesta lunghezza) tra Roma e Frascati, dove la stazione era temporaneamente posta a porta Maggiore. Una linea che, per altro, nasceva senza alcuna particolare motivazione di carattere economico e che fu aperta all’insegna della “scampagnata” con l’accompagnamento di velenose pasquinate e di ironici commenti della stampa piemontese.
La prima fermata era a Ciampino, dove la linea ferrata si biforcava: un binario raggiungeva Frascati, l’altro attraverso Albano e Velletri raggiungeva Ceprano, dove si incontrava con la linea ferroviaria napoletana.   


MODESTI RISULTATI. 
Alla fine, nello Stato pontificio si conteranno due soli collegamenti ferroviari in esercizio: uno con il porto di Civitavecchia (con un percorso che si snodava in un territorio sostanzialmente deserto e malarico e che aveva l’unico scopo di servire gli acquartieramenti francesi) e l’altro, verso il sud, limitato alla cittadina ciociara di Ceprano. 
Un risultato tutt’altro che entusiasmante se si pensa a quanto, nel frattempo, avevano realizzato gli altri Stati italiani.

Nel 1870 Termini, dove si stava ultimando la stazione, era capolinea delle ferrovie provenienti dai confini dello Stato Pontificio: Orbetello (per Civitavecchia); Ceccano (per Velletri) Cortona (per Orte, snodo anche della linea proveniente da Ancona). 
Ad esse si aggiungeva  la tratta locale per Frascati. Qui la stazione originaria fu dapprima attestata a tre chilometri dal centro cittadino: solo nel 1884 fu prolungata fino ai margini dell’abitato della cittadina dei Castelli.

IL TRENO DI PIO IX. Certo il “Papa Re” non viaggiò sui treni pubblici. Per papa Mastai Ferretti si costruì un treno personaletre carrozze da far invidia a una testa coronata, dono di aziende pontificie commissionate a officine francesi. Addirittura una carrozza era allestita a loggia per le benedizioni, una seconda aveva un salotto e trono, infine la terza ospitava una sontuosa cappella.

RAPPORTI FRA GLI INTRAPRENDENTI E MINISTERO LAVORI PUBBLICI. Fu una travagliata vicenda quella fra le  «compagnie di intraprendenti» interessate alla costruzione delle strade ferrate, e  i responsabili degli uffici incaricati di questo importante settore. I primi cercarono di farsi affidare il maggior numero di concessioni, per il maggior numero di anni , con sistemi che garantissero il massimo degli utili.  Invece gli organi pontifici, in primis il Ministero dei lavori pubblici,  cercavano di capire qual fosse il sistema più sicuro per assicurasi guadagni ed evitare perdite.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA.  Cfr. il volume dedicato a L'Archivio del Commissariato generale per le ferrovie pontificie, a cura di Pietro NEGRI. Roma, Ministero per i beni culturali, 1976. Più recentemente è stato pubblicato il volume: La meravigliosa invenzione. Strade ferrate nel Lazio 1846-1930, MBCA - ASRoma, 2003, a cura di D. Sinisi e M.G. Branchetti.
Interessante per seguire l'evoluzione  delle ferrovie nello Stato pontificio sono lr carte  conservate in  Archivio di Stato di Roma nel fondo: Prefetttura di RomaMinistero dei lavori pubblici, commercio, belle arti, industria e agricoltura. Indispensabile poi la lettura dei "Bandi" emessi per regolamentare tale settore.