17 ottobre 2018

Carlo Marchionni, architetto, disegnatore e caricaturista


Nelle epoche in cui non c'era ancora la fotografia e comunque si sentiva il desiderio di ritrarre e ritrarsi, l'architetto Carlo Marchionni immortala se stesso e alcune maestranze nell'atto di lavorare..
Marchionni (Roma,1702- Roma, 1786), è stato un architetto,  scultore, ingegnere e esperto disegnatore di caricature, di figure di genere e di paesaggi pur non essendosi mai esercitato nella pittura. (Per la biografia completa clicca qui).
Dopo varie collaborazioni e lavori a Roma e fuori, Marchionni alla fine del 1751 cominciò a lavorare per l'amministrazione pontificia nel ruolo di architetto dell'Acqua Paola, carica detenuta ancora nel 1785.
Nel 1757 assunse anche la carica di architetto generale della Camera apostolica e del Palazzo apostolico, e contemporaneamente di revisore della basilica di S. Pietro, nomina che gli sarà riconfermata nel 1771, dall'economo F. Caffarelli fino al 1773, quando, dopo la morte del grande archiotetto  Luigi Vanvitelli, sarà eletto architetto sovrastante, carica che manterrà per tutta la vita. 

Marchionni morì a Roma il 28 luglio 1786 e il mese successivo, secondo le disposizioni testamentarie fu sepolto sotto il pavimento del coro della chiesa di Gesù e Maria con una lapide sulla quale è ancora leggibile l'iscrizione.
DISEGNI NELL'ARCHIVIO DI STATO DI ROMA. Nell'archivio della Presidenza degli acquedotti urbani, conservato presso l'Archivio di Stato di Roma, sono stati ritrovati alcuni disegni, recentemente oggetto di una pubblicazione. 
Si tratta di pregevoli disegni, che hanno come soggetto architetti e maestranze intenti al lavoro in un cantiere aperto nel centro di Roma, attribuiti solo recentemente alla mano di questo architetto del '700 romano, che per la loro straordinaria grazia nel rendere questi piccoli ritratti di uomini del Settecento erano stati già valorizzati e pubblicati seppur anonimi.
Nell'articolo "Carlo Marchionni. Ingegnere della sacra Congregazione delle acque" l'autrice Simonetta Ceccarelli ne ricostruisce infatti l'abilità tecnica da consumato disegnatore, nonché le tecniche utilizzate.
Proprio in alcuni di questi disegni Marchionni rappresenta se stesso in elegante abito settecentesco, nell'atto di mostrare ad altre autorità alcune tubature, la cui verifica era stata a lui affidate dal Presidente degli acquedotti urbani.
I disegni sono inseriti in una perizia fatta per una vertenza fra il Tribunale delle acque e i padri gesuiti, sorta in relazione alla costruzione delle fondamenta del palazzo romano del Collegio Germanico, situato fra piazza di S. Apollinare e piazza S. Agostino .
Gli esperti erano nomi importanti nella Roma dell'epoca: l'architetto Luigi Vanvitelli, di cui Carlo Marchionni era aiuto, per il tribunale e Ferdinando Fuga, architetto per i padri gesuiti. La data della perizia è 1750-1751.


LE CARICATURE. Accanto a questa attività, Marchionni si dedicò anche alla caricatura, realizzando per suo divertimento un’ampia serie di divertenti studi caricaturali dedicati a personaggi d’ogni ambiente sociale del suo tempo: gentiluomini ed ‘offiziali’, prelati e personaggi di Curia, artisti suoi colleghi incontrati
all’Accademia di San Luca, quali l’architetto Barigioni, i pittori Benefial, Batoni e Monosilio, senza dimenticare servi, mendicanti, gobbi ed appartenenti alla più bassa categoria sociale, che ci offrono nel loro insieme uno spaccato interessantissimo della società romana del Settecento. Se le strade di Roma, fornirono il materiale umano più interessante all’occhio curioso dell’architetto, la sua vena satirica lo accompagnò anche nei suoi viaggi di lavoro..

Tre di questi tomi sono nel Museo di Roma a Palazzo Braschi: insieme agli analoghi volumi, oggi conservati nella Biblioteca Palatina di Parma, nella Biblioteca Apostolica Vaticana, nel Département des Arts Graphiques del Louvre di Parigi. Essi costituiscono il documento della produzione di caricature, davvero non secondaria, del più noto architetto attivo a Roma nel Settecento
BIBLIOGRAFIA. Cfr. Simonetta Ceccarelli, "Carlo Marchionni. Ingegnere della sacra Congregazione delle acque"  in Architetti e ingegneri a confronto, III. Immagine di Roma fra Clemente XIII e Pio VII, a cura di Elisa Debenedetti, 2008 Bonsignori editore.Cfr.Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, Carlo Marchionni, caricaturista, Campisano Ed, Roma 2105 .Questo libro i offre il catalogo completo delle ben 294 caricature conservate nei tre volumi del Museo di Roma. 

LE CARTE D'ARCHIVIO.Testamento e inventario dei beni sono in Arch. di Stato di Roma, Trenta notai capitolini, Uff. 19, Notaio C. Palombini, vedi anche l'archivio della Presidenza degli acquedotti urbani.

4 ottobre 2018

Lo Stato di Modena e la Santa sede. Storia di un rapporto difficile /1



Modena-palazzo ducale
La vicenda dei rapporti tra Modena e la Santa Sede prende le mosse dall'atto stesso di costituzione del ducato modenese e cioè la concordia di Faenza del 13 gennaio 1598 fra il pontefice Clemente VIII (1592-1605) e il duca Cesare d'Este. In virtù di essa alla Santa sede era devoluta la ricca Ferrara, con il territorio dell'ex ducato, comprendente, fra l'altro, Comacchio e le sue valli, nonché la Romagna estense (1.

SUCCESSIONE DEL DUCATO DI FERRARA. Ma torniamo indietro, nel 1597 muore il duca di Ferrara Alfonso II che non lascia eredi diretti. 
Il Ducato di Ferrara passa quindi al cugino Cesare, figlio naturale di Alfonso d'Este. Si approfitta però della bastardia di Cesare per negare la legittimità della successione, che infatti non viene riconosciuta da Papa Clemente VIII, ma solo dall'imperatore Rodolfo II.
Il papa ostenta la bolla Prohibitio alienandi et infeudandi civitates et loca Sanctae Romanae Ecclesiae, pubblicata da Pio V nel 1567, che faceva divieto di infeudare i bastardi di proprietà della Chiesa.
Finisce con quest'atto la signoria degli Estensi su Ferrara, che in quanto feudo pontificio ritorna alla Santa Sede! Ferrara che era stata dal Rinascimento in poi uno dei maggiori e splendidi centri della penisola, inesorabilmente si avvia alla decadenza e ad una totale ingerenza e controllo del Cardinale Legato e delle gerarchie ecclesistiche sulla vita e sui costumi della città.

Ferrara in una stampa 
del '600
LA CONCORDIA FAENTINA. Il trattato fra il pontefice e Cesare d’Este apre un lungo contenzioso con la Camera apostolica ampiamente documentato in vari documenti dell' Archivio di Stato di Roma , e dell'Archivio segreto vaticano e condiziona i rapporti fra Modena e Roma per almeno i due secoli successivi.
Grazie al trattato -la concordia faentina del 1598- al duca Cesare d'Este, assolto da tutte le censure ecclesiastiche, veniva dalla Santa sede garantito il pacifico possesso degli stati feudo dall'Impero, cioè Modena, Reggio e Rubiera. La corte estense si trasferisce di lì a poco nella più piccola e disagiata Modena, con irreparabile diminuzione di prestigio e incidenza politica.  Gli estensi perciò non si arresero mai alla perdita della splendida corte di Ferrara e approfittarono di ogni occasione  militare per riconquistare al loro casato la città, dove governava in rappresentanza del papa un  Cardinale Legato.
A questo difficile periodo risale la fortificazione dei confini fra il territorio pontificio di Bologna e quello di Modena e, in particolare, l'edificazione del forte Urbano (2.
Cesare d'Este
La casa estense non si darà per vinta anche nei secoli successivi! Troppi erano infatti gli interessi economici che stavano dietro a queste controversie. Infatti oltre a Ferrara, altro obiettivo era la riconquista di Comacchio, che aveva anche un importante risvolto economico per la ricchezza dei proventi che derivavano dallo sfruttamento delle risorse (soprattutto la pesca) delle valli.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La ricerca sui rapporti fra lo stato di Modena e la Santa Sede è il frutto di una indagine iniziata nell’ Archivio di Stato di Roma e proseguita nell’Archivio segreto vaticano. 
Partendo dal fondo Camerale IIIdove la documentazione è ordinata per luoghi, sotto il nome dei comuni dello stato pontificio si trova  interessante documentazione relativa ai rapporti scambiati fra alte cariche dello stato pontificio (tesoriere generale, depositari locali, tesorieri provinciali, appaltatori camerali, governatori, congregazione del buon governo evarie presidenze).
In particolare nella voce Ferrara si conservano importanti documenti utili a questa ricerca ( Lettere del cardinale Aldobrandini al card. Cesi per l' acquisto di Ferrara (1597 – 98), a seguire: “Affitto dei beni del duca di Modena sul ferrarese (1757 – 58), a seguire la “Miscellanea fra cui beni e livelli ecclesiastici nel ducato modenese” e la “Scrittura pubblicata per parte del serenissimo Duca di Modena, Scrittura pubblicata per parte del serenissimo duca di Modena e Risposta delle ragioni che la serenissima casa d’este ha con la Camera apostolica” ).
ASR, Pianta del Forte urbano 
nel 1849
Sempre fra i fondi dell'Archivio di Stato di Roma, nei Cameralia diversa – Collectio Rubini c’è l’ Elenco dei documenti esistenti nell’Archivio segreto vaticano circa le controversie tra la Camera e il duca di Modena circa la pretensione di quest’ultimo di alcune valli di Comacchio.
Ancora curiosando fra i manoscritti della Biblioteca dell’ ASR si è trovata la Relazione delle ragioni entrate e pregiudizi della Camera apostolica nella città, valli e boschi di Comacchio di A. Ricci, compilata nel 1628 per incarico di Urbano VIII. L’autore della relazione destinata ad illustrare agli ufficiali della reverenda Camera apostolica, da cui dipendeva l’amministrazione delle valli, l’effettiva situazione locale e i relativi problemi economico – giuridici, era l’ex governatore pontificio di Comacchio e del suo territorio.
Passando all’Archivio segreto vaticano, c'è da dire che le lunghe dispute fra Modena e la Santa Sede hanno lasciato evidenti tracce.
Si vedano a tal proposito le Scritture per la Camera apostolica nella causa Ferrariensis et Comacchiensis [...] cioè contro le pretensioni eccitate dal duca di Modena e sui miglioramenti feudali e sulle valli di Comacchio e sopra altri beni pretesi allodiali come bosco dell’Elisea e alcune case in Ferrara
Note delle pretensioni del Duca.”e anche Lettera di M.Farnese sulle pretensioni del duca di Modena riguardo alle artiglierie, allo spazio del terraglio presso la fortezza (2 giugno 1604)

Per saperne di più cfr. Lo stato di Modena e la Santa Sede di Marina Morena e Luigi Londei, pubblicato nel 2001 dalla Direzione generale degli archivi nella collana Saggi 66 con il titolo Lo Stato di Modena. Una capitale, una dinastia, una civiltà nella storia d’europa , Atti del convegno Modena , 25-28 marzo 1998 a cura di Angelo Spaggiari e Giuseppe Trenti .
Clicca qui 


VAI AL CAPITOLO N.2 :Tentativi per recuperare la tenuta della Mesola 
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(1. La Romagna estense, nota anche come Romagna Ferrarese, è la parte della Bassa Romagna che comprende gli attuali comuni di LugoBagnacavalloCotignolaConseliceMassa LombardaSant'Agata sul Santerno e Fusignano.
Il suo nome viene dal fatto che questi territori, tra la fine del XIV secolo e la prima metà del XV secolo entrarono a fare parte dei domini della casa d'Este (duchi di FerraraModena e Reggio). A parte una parentesi veneziana, questi territori rimasero legati ai domini estensi e al Ducato di Ferrara fino all'esaurirsi del casato ferrarese e alla conseguente devoluzione dei possedimenti allo Stato della Chiesa, nel 1598. I ferraresi chiamarono la Romagna estense Romandiola.
(2. Il Forte Urbano comprese le zone esterne, nel 1849 si trovava in uno stato di diroccamento come testimoniato, dal documento.
Il Forte Urbano venne eretto nel 1628 nell’attuale territorio di Castelfranco E., sulla via Emilia poco fuori dalla cinta muraria verso Modena, per voler di Papa Urbano VIII della famiglia romana Barberini. Poco prima era giunto a Castelfranco Giulio Buratti che aveva redatto il progetto, insieme ai colleghi Mola e Costa. Buratti era considerato l’esperto di costruzioni fortificate e di disegno architettonico dello Stato Pontificio. La grande fortezza venne terminata nel 1634, come attesta un documento ufficiale redatto dallo stesso Buratti, ma la tradizione invalsa finora vuole che siano trascorsi più di venticinque anni per la conclusione dei lavori. >>>

27 settembre 2018

La pensione che non c'è. Supplica in poesia di un vecchio parroco di Genga a Leone XII

(Archivio di Stato
di Roma,  Supplica di G.Albacini)
Siamo nel 1828, a Roma sul soglio pontificio siede Leone XII (28 settembre 1823-10 febbraio 1829)al secolo Annibale della Genga
Questo papa era nato a Genga, ridente comune oggi provincia di Ancona, il  2 agosto 1760 dal conte Ilario della Genga e dalla contessa Maria Luisa Pariberti di Fabriano.
Annibale era il sesto di dieci figli. 
Ma non vogliamo raccontare del papa, altri hanno già ampiamente studiato questo pontificato così centrale nella storia della Chiesa.
Vogliamo segnalare documenti e riflessioni sulla miserabile condizione di un vecchio parroco del territorio marchigiano,  che si rivolge in modo inconsueto a Leone XII   per ottenere un sussidio. 
Insomma una storia nascosta tra le carte conservate nell'Archivio di Stato di Roma.

LE SUPPLICHE. Per qualsiasi affare per il quale non si volesse o potesse seguire il normale iter burocratico amministrativo ci si poteva rivolgere alla clemenza del Pontefice, allo scopo di ottenere un rescritto favorevole.
Inoltre al Sovrano si poteva altresì ricorrere contro provvedimenti emanati dall'autorità laica o religiosa che il ricorrente riteneva lesivi dei propri diritti o delle proprie aspettative. 

Il Pontefice esaminava il caso e di suo pugno, o dando opportune istruzioni al Segretario dei Memoriali, definiva il ricorso e il più delle volte lo rinviava all'autorità competente per l'esecuzione.

SUPPLICA SCRITTA IN RIMA. Nel 1828 a Papa Leone XII arriva, fra le tante, una supplica veramente speciale.  
Questo scritto non ha la solita forma discorsiva di uso comune: un concentrato di disgrazie, dolori, lutti, narrati al fine di muovere la benevolenza del papa, ma si tratta di un poemetto in sestine
Se singolare è la forma, il fine è invece comune: ottenere dal papa un sussidio, un aiuto economico. 
In un mondo segnato dalla precarietà, dalla mancanza di garanzie assistenziali, specie in vecchiaia quando non si poteva più lavorare, in tanti si rivolgevano direttamente al Papa. 

DON GIUSEPPE ALBACINI. Chi scrive è il sacerdote Giuseppe Albacini di Fabriano di anni 85. 
Leone XII
Albacini dichiara di essere stato già parroco di Pietrosara, frazione di Genga
Dai registri parrocchiali in effetti risulta che dal 1803 al 1820 tutti gli atti della parrocchia sono effettivamente firmati da Albacini. 
Perchè questo anziano  parroco gravato da problemi di salute e che è bravo a comporre in rima, si rivolge al pontefice Leone XII?   
Il parroco nella prima parte del poemetto denuncia tutti i suoi guai: la vecchiaia, la cecità entrambi accompagnate dall'estrema povertà. 
Per far del bene ai suoi parrocchiani, in passato ha speso tutti i suoi beni per aiutarli, ciononostante oggi, vecchio e invalido, non riceve alcuna solidarietà da parte dei più giovani...L’uomo canuto oggi così si tratta da questa ingrata sconoscente umana schiatta....Questa è solo un'amara riflessione tratta dalla supplica!
Insomma da vecchio è diventato noioso a tutti, anche a sè stesso, e viene scansato da tutti, che non mostrano nei suoi confronti alcuna riconoscenza.
(Archivio di stato di Roma, particolare
del rescritto di Leone XII))

LA MADRE DEL PAPA APPARE IN SOGNO. Dopo questa triste premessa, Albacini racconta, sempre nella supplica, di un sogno in cui gli appare Aloisia (cioè Maria Luisa), la madre del pontefice Leone XII. 
E' ipotizzabile che i due si conoscessero, in quanto il parroco riferisce, sempre nel sogno, che la nobildonna Maria Luisa gli era riconoscente per avere pregato per Lei nella messa celebrata appena dopo la sua morte.
 La madre di Leone XII ha parole di orgoglio verso quello che il papa, Vice-Dio e suo figlio, rappresenta sulla terra. 
Nel sogno del parroco Albacini, la madre del Papa ricorda anche la chiesa di Frasassi, ideata e fortemente voluta da Annibale Della Genga quando era ancora cardinale e finita di costruire nel 1827. 
La chiesa era dedicata proprio alla Madonna Madre di Dio, la cui statua era posta sull'altare della chiesa per essere venerata, e come recenti studi hanno chiarito è stata erroneamente attribuita all'architetto Giuseppe Valadier.  

Infine la nobildonna invita il povero Albacini a rivolgersi a nome suo alla grande misericordia di Leone XII per finire in dignità quel poco che gli resta
Frasassi,
chiesa di Santa Maria
da vivere.
Così il consiglio viene accolto e Albacini invia la supplica in versi al potente Papa Leone XII, denunziando la sua difficile condizione, affinchè gli conceda un sussidio per finire dignitosamente la sua esistenza, che mai avrebbe immaginato così lunga. 

LA REAZIONE DI LEONE XII. Non possiamo ovviamente conoscere la reazione di Leone XII nel leggere una supplica così speciale rispetto alle tante altre che riceveva.
Possiamo solo ipotizzare che l'intercessione della madre dovette colpirlo e produrre l'effetto sperato.
Così Leone XII scrive un rescritto di suo pugno e concede un sussidio al povero Albacini: Si vera sunt esposita, provveda il nostro tesoriere e all'oratore faccia una assegnazione che gli conceda modo di ben campare nell'ultime ore. In breve, per cena pranzo e dejner gli passi ciascun  giorno giuli tre. 

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. I documenti di cui si è parlato sopra sono conservati in ASR, Computisteria generale della RCA (1477-1870). 
Per le suppliche vedi ASRSegreteria dei memoriali e Dataria apostolica,1753 - 1856.
Per conoscere il progetto pluriennale che riguarda Genga e il pontificato di Leone XII, il gengarino Annibale della Genga papa dal 1823 al 1829, è possibile consultare il sito : www.sullapietradigenga.com , dove si possono scaricare i volumi già pubblicati.
In particolare per conoscere il pontificato e la figura di Leone XII vai qui [...]
Per le notizie circa il conclave del 1823 e la costruzione della Chiesa di Frasassi vai qui [...]   


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1)Ricordiamo che entrambi erano di Fabriano. 

11 settembre 2018

Caravaggio a Roma (2). Rivalità, invidia e querele fra pittori nel 1603

Caravaggio è stato un genio assoluto della pittura che ha messo in ombra tutti gli artisti della sua epoca. 
Un importante testimonianza del clima di forte conflittualità esistente fra gli artisti contemporanei a Caravaggio, che si diputavano le importanti committenze e la protezione di potenti mecenati è ancora una volta nelle carte d'archivio.

LA QUERELA DI BAGLIONE. Nell’agosto del 1603 il pittore Giovanni Baglione (Roma 1573 circa – Roma, 30 dicembre 1643) querelò i pittori CaravaggioOrazio Gentileschi e Onorio Longhi per dei versi offensivi che circolavano da mesi nella città. 

Davanti al giudice del Tribunale criminale del Governatore di Roma, il 28 agosto 1603, è registrata la querela, che vede Baglione contro l'architetto Onorio Longhi, amico personale del Caravaggio, lo stesso Caravaggio, Orazio Gentileschi e Filippo Triregni, tutti pittori. 
Baglione li accusava di aver diffuso un libello diffamatorio per rovinarlo come artista. Alcune rime erano chiaramente offensive e i componimenti poetici erano stati diffusi in molte copie in tutta Roma. 

ACCUSE INFAMANTI AI PITTORI BAGLIONE E SALINI. Con un linguaggio volgare, i poemetti satirici rivolgevano accuse pesanti a Giovanni Baglione e anche al fedele amico Tommaso Salini e alla di lui moglie: il primo veniva tacciato di incompetenza e di essere addirittura il vituperio della pittura, mentre Salini - soprannominato "l'angelo custode" di Baglione - era accusato di essere una malalingua, di parlare male di tutti gli artisti eccetto Baglione e, in buona sostanza, di essere il suo tirapiedi. 
A detta dei due pittori l'invidia – cinque volte compare la parola nelle dichiarazioni dei due – ne era il motore, le committenze lo scopo.

Da notare che nel processo tutti i pittori si dichiararono incapaci di scrivere, e preferirono passare da ignoranti per sostenere di non aver scritto il libello.  

Orazio Gentileschi
IL PROCESSO E IL GIUDIZIO DI CARAVAGGIO SUI PITTORI. Nelle carte del processo, conservato nell'Archivio di Stato di Roma e mostrato in occasione della Mostra "Caravaggio a Roma. Una vita dal vero" per la seconda volta (la prima fu a Milano nel 1951), sono conservati i documenti sequestrati, la querela, le testimonianze, gli interrogatori di Gentileschi e Caravaggio.

Caravaggio fu arrestato e scarcerato a condizione che non si allontanasse dalla abitazione senza permesso (fino al 25 ottobre). 

Chiamato  per l'interrogatorio dal giudice Tomassino, a Caravaggio viene  subito chiesto un generico giudizio sui pittori attivi a Roma. 
Il giudice, in modo subdolo, vorrebbe avere un giudizio su Baglione: il carcere e il rischio di una pena pecuniaria avrebbero potuto addomesticare, condizionare Caravaggio e portarlo a moderazione. 
All’inizio Caravaggio sembra mettere Baglione tra i valentuomini:   

Io credo cognoscere quasi tutti li pittori di Roma et cominciando dalli valent’huomini io cognosco Gioseffe, il Caraccio, il Zucchero, il Pomarancio, il Gentileschi, Prospero, Giovanni Andrea, Giovanni Baglione, Gismondo et Giorgio Todesco, il Tempesta et altri.  

Ma non tutti gli amici di Caravaggio sono valentuomini cioè bravi pittori !
E così su precisa domanda del giudice sia Baglione che Gentileschi repentinamente scompaiono dall’elenco.
Caravaggio consegna alla storia un giudizio  sulla pittura da lui  apprezzata:

...Quella parola, valent’huomo, appresso di me vuol dire che sappi far bene, cioè sappi far bene dell’arte sua, così un pittore valent’huomo, che sappi depinger bene et imitar bene le cose naturali...

E altrettanto incisivo è il giudizio di Caravaggio sui buoni e sui cattivi pittori:

Li valent’huomini sono quelli che si intendono della pittura et giudicaranno buoni pittori quelli che ho giudicato io buoni et cattivi; ma quelli che sono cattivi pittori et ignoranti giudicaranno per buoni pittori gl’ignoranti come sono loro
Delli pictori che ho nominati per buoni pittori Gioseffe, il Zuccaro, il Pomarancio, et Annibale Caraccio, et gl’altri non li tengo per valent’huomini. M’è ben scordato de dirvi che Antonio Tempesta ancora quello è valent’huomo...


Particolarmente duro è il giudizio di Merisi sul pittore Tommaso Salini:
 ...Può essere che se diletti et che impiastri lui ancora, ma io non ho mai visto opera nessuna d’esso Mao..

LE POESIE CONTRO BAGLIONI. Fra le carte del processo sono agli atti le due poesie offensive scritte contro Giovanni Baglione, pittore, come già detto, disprezzato da Caravaggio.
La prima poesia recita così:

Gioan Bagaglia tu non sai un ah
le tue pitture sono pituresse
volo vedere con esse
che non guadagnarai
mai una patacca
che di cotanto panno
da farti un paro di bragesse
che ad ognun mostrarai
quel che fa la cacca
porta là adunque
i tuoi desegni e cartoni
che tu ai fatto a Andrea pizicarolo
veramente forbetene il culo
alla moglie di Mao turegli la potta
che [...] con quel suo cazzon
da mulo più non la fotte
perdonami dipintore se io non ti adulo
che della collana che tu porti indegno sei
et della pittura vituperio.

Segue la seconda poesia:
Gian Coglion senza dubio dir si puole
quel che biasimar si mette altrui
che può cento anni esser mastro di lui.
Nella pittura intendo la mia prole
poi che pittor si vol chiamar colui
che non può star per macinar con lui.
I color non ha mastro nel numero
si sfaciatamente nominar si vole
si sa pur il proverbio che si dice
che chi lodar si vole si maledice.
Io non son uso lavarmi la bocca
né meno di inalzar quel che non merta
come fa l’idol suo che è cosa certa.
Se io mettermi volesse a ragionar
delle scaure fatte da questui
non bastarian interi un mese o dui.
Vieni un po’ qua tu ch’e vò’ biasimare
l’altrui pitture et sai pur che le tue
si stano in casa tua a’ chiodi ancora
vergognandoti tu mostrarle fuora.
Infatti i’ vo’ l’impresa abandonare
che sento che mi abonda tal materia
massime s’intrassi ne la catena
d’oro che al collo indegnamente porta
che credo certo meglio se io non erro
a piè gle ne staria una di ferro.
Di tutto quel che ha detto con passione
per certo gli è perché credo beuto
avesse certo come è suo doùto
altrimente ei saria un becco fotuto.

Leggi i documenti [...] 
Per saperne di più sulla vicenda del processo [...]

Leggi altri capitoli 
1. Caravaggio a Roma (1). Nuovi documenti cambiano dettagli della sua vita. 
clicca qui>> 

4.>>Caravaggio a Roma (4). Inquilino difficile che non pagava affitto e rompeva i soffitti. clicca qui>>


13 giugno 2018

I francesi a Roma (1798-99). La mancanza del pane si fa sentire...

Sembra strano ma Napoleone non riuscì mai a venire a Roma, ad entrare nei bei palazzi romani. 
Così la città che aveva desiderato tanto e che vedeva seconda solo a Parigi, e dove lascerà tracce importanti, rimase sconosciuta al grande condottiero.
Eppure già nel 10 febbraio 1798 Roma veniva invasa dalle truppe francesi comandate dal generale Alexandre Berthier. In poche ore i soldati occuparono Castel S. Angelo, innalzandovi la bandiera tricolore francese.
Subito dopo, con un proclama, furono rese note le dure condizioni della Capitolazione del governo pontificioconsegna di alcuni cardinali in qualità di ostaggi, arresto di una serie di persone ritenute nemiche della Francia e pagamento della somma di 4 milioni di piastre oltre ad altre clausole. E infine il giorno successivo, il grosso della fanteria francese, oltrepassate le mura, prese possesso delle piazze e delle aree più importanti della città.  
I15 febbraio 1798 la Repubblica Romana fu proclamata, abolendo di fatto il potere temporale, sebbene il papa Pio VI si rifiutasse di abdicare. Il papa fatto prigioniero, e morirà in Francia nel 1799.
La repubblica però durò poco, in quanto già nel 1800 lo Stato Pontificio fu ripristinato.

DIFFIDENZA VERSO I FRANCESI. Il nuovo regime fu accolto freddamente dalla popolazione  pontificia per i saccheggi e le requisizioni subiti dai francesi, che accompagnano la presa della città e per le pesanti imposte richieste alle comunità locali dai dirigenti francesi.

RIORGANIZZAZIONE POLITICO-AMMINISTRATIVA. Il biennio 1797-99 porta a Roma e alle comunità locali dello Stato pontificio gravi problemi. E il popolo romano aveva bisogno di altri problemi!!
Appena istituita la Repubblica, si diede inizio a una riorganizzazione totale: un nuovo sistema politico e amministrativo, finanziario ed economico, ma anche una ridefinizione dei modi di vita sociale e religiosa. Tutto il territorio è diviso in dipartimenti e questi in cantoni, che riunivano più municipalità, cancellando le precedenti articolazioni amministrative.
Il territorio dell'ex Stato pontificio fu così diviso in 8 dipartimentiCiminoTevereClitunnoCirceoMetauro, TrasimenoTrontoMusone, e quindi in cantoni e questi in municipalità. 

ATTENZIONE ALLE RIVOLTE PER MANCANZA DI PANE E ALTRI GENERI. Un aiuto per conoscere la politica dei francesi arrivati a Roma viene dalle carte d'archivio, che gettano luce  sulle misure urgenti varate dal nuovo governo per scongiurare rivolte e sommosse fra i romani,  scatenate dalla mancanza di pane e altri generi alimentari.
Troppo pericolosa per i nuovi governanti sarebbe stata una rivolta a Roma, città da sempre abituata dal paternalistico sistema annonario imposto dal governo pontificio a trovare il pane a basso prezzo nei forni «baioccanti», che insieme a quelli «decinanti» erano gli esercizi deputati alla vendita dei due tipi di pane: economico, e di qualità.
Quando il popolo giornalmente andava a rifornirsi di pane, alimento che costituiva la base dell'alimentazione quotidiana elle epoche passate,  misurava immediatamente la capacità dei governanti. 
Perciò, al contrario di altre settori, la politica annonaria presentava un alto e immediato grado di visibilità da parte dei ceti popolari.
Pompei, distribuzione del pane
(affresco)
L' esperienza della Repubblica Romana fu breve, ma così densa di problemi che anche gli archivi sembrano voler sottolineare i settori in cui fu più urgente l'impegno degli amministratori francesi.
La scarsezza dei raccolti, la fame e la carestia alle porte, i disordini continui in Roma e nei 8 dipartimenti dello Stato pontificio, costituiscono lo sfondo cupo su cui emergono almeno due  obiettivi  categorici: rifornire Roma  di grano  per consentire la panificazione e assicurare alla truppe francesi e romane le sussistenze

REQUISIZIONI.  Mentre imperversano la carestia e le diserzioni interessano anche i soldati francesi,  si assiste alla scomparsa della moneta metallica, conseguenza della grave crisi finanziaria, e all' esodo verso le regioni limitrofe dei mietitori affamati. Il  governo francese messo di fronte a questa situazione cupa, comincia a gravare le comunità locali con pesanti requisizioni e contribuzioni. Ogni paese è vessato da requisizioni e da contribuzioni di ogni genere, e spesso riceve la visita di un gran numero di commissari e di agenti repubblicani, inviati per ottenere il massimo per l’approvvigionamento dell’esercito. La situazione che ne scaturisce è drammatica, e in  molti casi  da luogo al diffuso fenomeno delle insorgenze contro i francesi.
Papa Pio VI lascia Roma (20-2-1798)


LE CARTE D'ARCHIVIO. Le carte conservate nell'Archivio di Stato di Roma nella Presidenza dell'Annona e grascia e nella Repubblica romana (1798-1799),
nella Congregazione del buon Governo (serie III) rappresentano un'importante fonte per studiare questi fenomeni .
In questo carteggio si trovano riferimenti precisi a : assegne presentate dai produttori agricoli; esemplari di leggi appena emanate e trasmesse direttamente alle  comunità locali, spesso con note e osservazioni; esemplari di petizioni popolari;  esposti contro le requisizioni e contribuzioni ; richieste di pagamenti per i generi somministrati alle compagnie dei fornitori; apertura di nuovi forni, migrazione dei mietitori controversie fra comuni e affittuari di forni, problemi circa il trasporto del grano nella capitale, erezione di Monti frumentari, esposti per ruberie di grano, richieste dei fornai per  portare armi, esposti contro le requisizioni di grano prodotto (etc). Il carteggio conservato è scambiato fra i ministri degli uffici centrali (cioè Interno, guerra e affari esteri , Giustizia e polizia) con le varie autorità municipali (prefetti consolari dei vari cantoni, commissari per le sussistenze, edili, pretori etc). In particolare al Ministro dell'interno è inviata documentazione che si riferisce  alle materie annonarie, al ministro della guerra quella strettamente relativa alla fornitura di sussistenze alle armate; al ministro della giustizia i casi di reati commessi su queste materie.
 
Non tutta la documentazione proviene però dalle comunità locali, anche se  su tutto emerge la voce  delle istituzioni centrali, insediatesi nei bei palazzi romani.   
Relazioni e rapporti  hanno però un comun denominatore: il tentativo di garantire l’ approvvigionamento di Roma  e  dell’armata francese e romana, requisendo grano e altri generi di prima necessità. Per questo scopo  ci si deve occupare anche del loro pagamento, del trasporto a Roma, denunciando inoltre le molte irregolarità rilevate. (Si aggiungono quindi dei particolari interessanti: ad esempio il caso di un battello corsaro che in località Porto Ercole depreda un bastimento romano carico di grano e formaggio, quindi si parla delle misure da adottarsi per garantire la navigazione sicura da Civitavecchia a Fiumicino). 
Qualche suggerimento poi merita una segnalazione: il progetto per fare un mercato del grano correlato al libero commercio; il problema delle liquidazioni di prestiti fatti da privati per le sussistenze alle armate; le liquidazioni da parte della Commissione di liquidazione di lavori fatti per le truppe alla caserma di Trinità di Monti, al quartiere di cavalleria nel cortile della Minerva, a Palazzo S. Giovanni in Laterano, nel convento di S. Agostino, S. Silvestro a Monte Cavallo per la costruzione di stalloni per la cavalleria e i restauri ai granai alle Terme; l’andamento dei forni a Roma e in atri località, la qualità del pane e sua scarsezza, la proibizione dell'esportazione del grano e altri generi, la mancanza di legna e fascina indispensabile per i forni di Roma. Infine  si segnalano vari rapporti degli Agenti generali per le sussistenze : alcuni fascicoli interessano invece la posizione di Guglielmo Terziani, commissario generale delle sussistenze, altri la  compagnia Cavagnari.
Infine, la frase del titolo è riferita alle proteste organizzate dalla popolazione romana.
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*Ricordiamo che il trattato di Tolentino imponeva la Papa il pagamento di 30 milioni di lire tornesi, il controllo militare di Ancona, la cessione di centinaia di opere d’arte e di preziosi codici.Non mancarono episodi di resistenza, anche popolare, alla spoliazione legale dei tesori vaticani.