12 aprile 2017

Astuti cardinali e abili banchieri. Giacomo Antonelli e l' Appannaggio Beauharnais (1810-45)

Card. Giacomo Antonelli
Circa duecento anni fa, il 26 maggio 1805, Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi, diventava re d’'Italia (1). 
A Milano durante la cerimonia di incoronazione, forse stanco perché il sacerdote celebrante non si sbrigava, l`imperatore dei francesi si pose da solo sul capo la corona ferrea dei re Longobardi, custodita nel Duomo di Monza, esclamando: "Dio me l`ha data e guai a chi me la tocca"
Frase passata alla storia!! 

NOMINA DEL VICERE' D'ITALIA.  Così, dal 1805 al 1814, viene nominato un Vicerè del regno d'Italia nella persona del principe Eugenio di Beauharnais.
Si trattava di un figlio di primo letto della futura moglie di Napoleone, Giuseppina Beauhrnais
Sembrava che il principe potesse guadagnarsi un pò di autonomia, però, anche se il regno era italiano di nome, rifletteva in realtà il comando a tutto tondo da parte dei francesi e di Napoleone in primis.
RICCA RENDITA PER IL PRINCIPE. Nel 1810 Napoleone emana una legge con la quale mette a disposizione del viceré d’Italia un Appannaggio. Si trattava di un insieme di beni destinati a mantenere la sua famiglia e la corte. 

Quello che passerà alla storia come Appannaggio Beauharnais consiste in beni da poco confiscati – in base a leggi mutuate dalla Francia – a conventi, monasteri, enti religiosi, ecc. 
Si tratta complessivamente di 2.300 terreni, 138 edifici urbani ed una ottantina di opifici e mulini. Sono tutti collocati nelle Marche, regione che dal 1808 era stata annessa al Regno d’Italia, in particolare nei Dipartimenti del Metauro e Musone (province di Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata).  
Eugenio di Beauharnais
Il Principe conserverà queste rendite  anche dopo la Restaurazione del 1814-15, malgrado la netta contrarietà dello Stato della Chiesa
Infatti, dopo l'abdicazione di Napoleone e la caduta del Regno Italico nel 1814, le potenze vincitrici al Congresso di Vienna stabiliscono - nonostante le rimostranze del cardinale Consalvi, che partecipa  in qualità di osservatore in rappresentanza dello Stato Pontificio - che Eugenio Beauharnais può continuare ad usufruire dei beni ricevuti nel 1810. 
GESTIONE DELL'APPANNAGGIO. 
Eugenio deve pagare
alla Camera Apostolica 160.000 scudi romani, a titolo di laudemio e un canone annuo di 4.000 scudi. Per l'amministrazione dei beni ducali è istituito un ufficio centrale ad Ancona con sedi distaccate in altre città marchigiane; dalla Germania (ove Eugenio risiedeva) arrivano abili amministratori ed esperti dirigenti d'azienda, che introdussero nuovi metodi di coltivazione e di produzione.
L'8 maggio 1816 viene stipulato un atto notarile tra il Governo Pontificio ed il Principe Eugenio, con il quale si stabilisce che i beni posseduti da quest'ultimo sono concessi in enfiteusi e la Camera Apostolica  avrebbe potuto riscattarli quando lo avesse ritenuto opportuno. 
Tale diritto però per lungo tempo non potette essere esercitato per il tragico dissesto delle finanze pontificie, risalente addirittura al 1831 (vedi dopo).
Il regno d'Italia
(1803 - 1814)
RISCATTO DEI BENI NONOSTANTE LA MANCANZA DI DENARO. Ci riesce nel 1845, Giacomo Antonelli (1806 – 1876) ), all'epoca Grande Tesoriere, ossia Ministro delle Finanze dello Stato Pontificio durante il pontificato di Papa Gregorio XVI. 
Antonelli  avvalendosi del banchiere romano Agostino Feoli, con un'abile operazione finanziaria, riesce a far tornare in possesso dello Stato della Chiesa i beni appartenenti all'Appannaggio, divenuto nel frattempo"Appannaggio Leuchtenberg"
Spinti anche dalle difficoltà di amministrare beni così lontani dalla loro residenza, gli eredi di Eugenio si mostrarono inclini a cambiare il contratto originario e a sottoscrivere una transazione con lo Stato pontificio
Antonelli  a nome della Chiesa ricompra i beni dell'Appannaggio per 3.740.000 scudi. 
Ma come fa il cardinale Antonelli a trovare i soldi necessari? L'Antonelli deve infatti fare i conti con la pesante situazione debitoria dell'Erario, originata principalmente dal disastroso prestito contratto con i Rothschild all'indomani dei moti del 1831.
 Decreto di Eugenio di Beauharnais
 11 giugno 1807 (ASBologna)
Sulla piazza romana era famoso per la sua abilità il banchiere Agostino Feoli e così scatta una delle operazioni più brillanti che questo abile cardinale condusse in porto nel nuovo incarico. 

IL RISCATTO DEI BENI. Il congegno finanziario studiato dai due fu il seguente. Il governo pontificio riscattava l'enfiteusi (contratto stipulato il 3 apr. 1845) pagando agli eredi di Eugenio, divenuti Leuchtenberg, la somma di 3.750.000 scudi.
Tale somma era ricavata affidando alla casa Rothschild l'incarico di collocare certificati di debito pubblico per pari importo all'interesse del 5%, garantiti con ipoteca su quelle terre. I Rothschild progettavano di concludere l'operazione di collocamento in due anni, ma nel giugno 1847 erano ancora in possesso di 3.600 obbligazioni da 1.000 franchi . 
Frattanto il 24 aprile il governo pontificio firmava un contratto di vendita dei beni dell'Appannaggio a una società privata costituita dal Feola e da altri esponenti della finanza romana (i principi M. Borghese e G. C. Rospigliosi e l'avvocato E. De Dominicis) per un importo di 3.880.000 scudi pagabili in 12 anni all'interesse del 5%: la Società dell'appannaggio si impegnava a rivendere i beni in piccoli lotti a sudditi pontifici. 
Da notare che il cardinal Antonelli  escluse dal grande affare da lui condotto il banchiere Torlonia. Loperazione si concluse quindi senza che lo stato pontifico spendesse un solo scudo!!!

LE CARTE D'ARCHIVIO. La documentazione relativa alla complessa operazione è conservata nell'Archivio di Stato di Roma, fondo Camerale II, Appannaggio Beauharnais.
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1) La presenza francese nei territori italiani, iniziata con l'’invasione nel 1796 e terminata nella primavera del 1814, coincide con uno dei periodi più ricchi e importanti nella storia d'’Italia, un’ passaggio epocale fra età moderna e contemporanea. E nonostante siano passati due secoli, l’'avventura italiana di Napoleone è oggetto ancora oggi di vivaci controversie tra chi vede in essa l’'occasione positiva di un prima emancipazione e modernizzazione dell’'Italia e chi la considera una brutale occupazione straniera

21 marzo 2017

Tasse su case e terreni a Roma nel 1810. Quanto pagavano e chi erano i più ricchi proprietari?

elemosine per i poveri
Robert Kemm
 (1837-1895):
Pochi ricchi e moltissimi poveri. Tale era la situazione nelle epoche passate nella Roma papalina.  

AMMINISTRAZIONE FRANCESE A ROMA. Grazie ai francesi , insediatesi ai vertici del governo di Roma, dopo che Napoleone aveva cacciato il pontefice Pio VII, alcuni documenti prodotti in questo periodo e conservati nell'Archivio di Stato di Roma, ci offrono spunti molto interessanti per indagare sul sistema di tassazione e sulla distribuzione dei patrimoni immobiliari a Roma, aspetto di grande attualità anche oggi.
Nei pochi anni, dal 1809 al 1813, in cui lo stato pontificio  fu annesso all' Impero francese ci pensarono gli amministratori francesi insediatesi nei bei palazzi romani a far redigere un elenco per conoscere  e tassare chi possedeva a Roma i maggiori patrimoni investiti in beni immobili.(1) 

Pio VII riceve l'ordine di lasciare Roma,
10 giugno 1809
PROPRIETARI DI TERRENI E CASE A ROMA. Frutto di questa operazione è un elenco intitolato "Liste dei 600 proprietari più tassati del Dipartimento di Roma del 1810". 
Il calcolo delle tasse era differente  a seconda che i beni fossero rurali o urbani, in sostanza terreni o case.
Per il bene rurale il contributo era calcolato a seconda del valore catastalementre per le case la tariffa era basata sulla stima di quanto percepito come pigione.
Così in questo elenco vengono registrati i nomi dei proprietari terrieri,  il domicilio, l'ammontare della tassa da pagare, e nelle osservazioni viene indicata la loro professione.
La lista riporta per ogni proprietario fondiario la sua quota in franchi. 
Ma come venivano calcolate questa tasse? 
Fortunatamente fra i vari documenti, c'è anche una Tariffa dei coefficienti in base al quale si calcolava il valore del patrimonio immobiliare posseduto da ogni singolo proprietario. 

1 marzo 2017

Le strade di Roma e il Catasto Alessandrino



Nell'accezione comune il catasto è un registro, nel quale si elencano e descrivono i beni immobili, cioè terreni o fabbricati. I dati registrati devono comprendere anche: l'indicazione del luogo e del confine, il nome dei loro possessori e le relative rendite, sulle quali poter calcolare  tasse e imposte. E si perchè lo scopo di ogni catasto è quello di conoscere per tassare.

CATASTO ALESSANDRINO. Se invece prendiamo in esame il catasto Alessandrino, gioiello del prestigioso   patrimonio documentario dell’Archivio di Stato di Roma, sembra piuttosto l’opera di qualche bravo pittore vedutista del 1600, anziché un documento redatto con scopi amministrativi. 
Ebbene la particolarità di questo importante catasto è costituita dalla fascino delle bellissime piante acquerellate che lo compongono, risalenti al 1660-1661, e che furono consegnate all’amministrazione pontificia, in seguito a quanto prescritto dal bando emanato il 31 gennaio 1660 per ordine di Alessandro VII Chigi Barberini e dal presidente e dai maestri delle strade.

In conseguenza  di questa disposizione tutti i proprietari dei terreni, casali, orti (etc) situati fuori dalle mura urbane di Roma dovevano consegnare documentazione attestante i loro possedimenti. 

Quattrocento bellissime piante acquerellate furono quindi consegnate all’amministrazione pontificia, indispensabili per far pagare le tasse da utilizzarsi per la riparazione e manutenzione delle strade consolari, adoperate dai possidenti per raggiungere le loro tenute. 
Via Ostiense 
ASR, Catasto Alessandrino

LE MAPPE. Le circa 400 mappe acquerellate a mano furono raccolte dalla Presidenza delle strade, nel 1660-1661, al fine di ripartire equamente le contribuzioni tra i proprietari delle tenute poste lungo il percorso delle strade consolari che partivano dalle Porte di Roma; e molte sono copie di originali più antichi. 
E dovevano servire proprio per la riparazione e manutenzione delle strade consolari.
Erano conservate rilegate in volumi suddivisi per strada, precedute da piante generali, che tracciano lo sviluppo delle singole strade consolari a partire dalle porte cittadine

STRADE CONSOLARI. Le piante generali riguardano le seg. strade:
-Pianta della strada fuori di porta Salaria e Pianciana, 
-Pianta della via "Lamentana" fuori Porta Pia verso Monte Libretti, Nerola, Poggio S. Lorenzo e Rieti, 
- Strada fuori Porta S. Lorenzo fino "al cavaliere confino di Regno"  
- Strada fuori Porta S. Giovanni verso Marino, Velletri, Sermoneta "sino alle      Case Nove"  
- Sviluppo della strada fuori Porta S. Giovanni verso Grottaferrata,  Valmontone, Montefortino, Segni, Anagni fino a Ferentino di Campagna  
- Sviluppo della strada che da Prima Porta va in Sabina e a Fiano  
- Sviluppo della strada Flaminia fuori porta del Popolo 
- Sviluppo della strada fuori di Porta del Popolo da Roma sino a Viterbo (per
caccia al cervo con cani e cacciatori
a piedi e a cavallo armati di fucili
ASR, Catasto Alessandrino
Sutri e per Ronciglione)
Sviluppo delle strade Prenestina e Casilina fuori Porta Maggiore e fuori Porta S. Giovanni  
- Sviluppo della strada che da Porta S. Pancrazio "passa per la Pisana e arriva a Maccarese" (incrocio con la strada di Porto a Ponte galera e con la strada di Civitavecchia al ponte de' Tre Denari) 
- Sviluppo della via Ostiense da Porta S. Paolo fino a Ostia e della via verso Ardea fino a S. Procula.
- Sviluppo della strada fuori Porta Angelica e Castello verso la Croce di Monte Mario fino all'incrocio con la strada proveniente da Porta del Popolo verso Viterbo, e delle strade verso Ponte Molle e altre strade "trasversali" dette Valle dell'Inferno e Balduina fino ai fossi della Sposata, Balduina e Capo a Prati  
- Sviluppo della strada fuori Porta S. Sebastiano e Latina fino a Nettuno (con diramazione verso tor di Mezzavia e Frattocchie).

CHE COSA DESCRIVONO LE MAPPE. Interessante è la ricchezza di particolari  inseriti in queste mappe, disegnati con somma maestria. 
ASR, Catasto Alessandrino- particolare
della trebbiatura
Questi dettagli riguardano prima di tutto gli edifici situati lungo il percorso delle strade consolari e nelle tenute (case, palazzi, torri, ruderi, borghi, osterie, chiese, castelli, capanni per agricoltori e per i pastori, ferriere,  fontanili, grotte e anticaglie, magazzini, capanne di pescatori, etc). 

Ci sono poi dettagli interessanti sulle attività collegate alla vita economica della Campagna romana: l' aratura, la trebbiatura, la mietitura, la sarchiatura, pascoli, la pesca, la caccia.
In alcuni  disegni conosciamo anche gli animali che popolano queste zone: capre, pecore, cinghiali, lepri, buoi, uccelli di vario tipo, pesci, cervi  e la vegetazione (boschi, arboreti, stagni, macchie, pagliai, vigne, canneto, pantano).

donna con covone
ASR, Catato Alessandrino
Altri particolari riguardano poi gli esseri umani e alcune loro attività: donne al lavoro, scene di pastorizia, viaggiatori con carrozza e portantine, caccia con fucile a volatili e a cervi,  viandanti incappucciati, pastori, cacciatoridiligenze al galoppo con passeggeri e scorta armata, contadini con fascine sul capo,  scene di agrimensori al lavoropascoli con pastori e capre, caccia con fucile e bastoni a lupi che assalgono un asino e un agnello, trasporto con asini da soma, pastori che bevono dalla borraccia.

Le 400 mappe del catasto Alessandrino, conservate presso l'Archivio di Stato di Roma sono state digitalizzate  e sono consultabili collegandosi all'indirizzo che segue...  
clicca qui >>

LE PORTE DI ROMA. Accanto alle piante delle vie consolari e delle "
vigne, canneti, horti, pediche, casali o terreni" situati fuori delle mura urbane - in quella parte del territorio dell'Agro Romano che corrisponde all'incirca all'area dell'attuale Comune di Roma - si possono trovare anche i disegni delle splendide porte di Roma.
Ecco l’elenco delle porte inserite nel catasto Alessandrino:

porta Cavalleggeri (prospetto interno e esterno)
ASR, Catasto Alessandrino
Porta del popolo
porta del Popolo (prospetto interno)
porta del Popolo (prospetto esterno)
porta Latina(interno)
porta Latina (esterno)
porta Maggiore
porta Pia verso Roma
porta Pia verso S. Agnese
porta Portese (prospetto interno e esterno)
porta Salaria e Pinciana ( prospetto interno e esterno)
porta San Giovanni di dentro e porta S.Giovanni di fuori
porta San Lorenzo (prospetto interno)
porta San Paolo ( prospetto interno e esterno)
porta San Sebastiano (prospetto esterno)
porta San Sebastiano (prospetto interno)
prospetto della Porta S.Pancrazio (esterno)
prospetto della Porta S.Pancrazio (interno)

20 febbraio 2017

Ori e argenti fusi per pagare il riscatto di Roma a Napoleone (1796/97) -1

L. Valadier, Cartegloria in argento
sec XVIII
Chi non giudicherebbe una pazzia portare a fondere un prezioso gioiello in oro o in argento? Eppure è accaduto. 
Roma era celebre per la grande diffusione di oggetti in argento e oro, sacri e profani, provenienti da famose botteghe. 
E il livello qualitativo raggiunto dall’arte orafa nel sei-settecento era altissimo.
Gli stessi orafi lavoravano per il Papa, per i ricchi cardinali, per le famiglie nobili, per  le chiese, i luoghi pii e per i grandi mecenati non solo italiani ma anche stranieri. 
collezionisti di questi preziosi oggetti sanno che il 19 febbraio 1797 è stato un giorno di lutto per i capolavori dell'arte orafa accumulati per secoli nello Stato pontificio. 
In questa data si impose una tragica requisizione di preziosi oggetti in oro e in argento alfine di pagare un tributo imposto da Napoleone Bonaparte.

IL TRATTATO DI TOLENTINO. La firma, in quella data fatale, del trattato di Tolentino fra Napoleone e il cardinale Mattei, rappresentante di Pio VI,   rappresenta un durissimo colpo inferto al patrimonio storico-artistico dello Stato pontificio, che vantava una grande tradizione (1). 
Si era arrivati a questo punto in quanto, il papa, dopo un primo accordo con i francesi, aveva chiesto aiuto all'Austria, facendo irritare Napoleone

Le cronache del tempo raccontano della fretta, di trattative molto tese, di stizze, di ripicche (etc..) che portarono Napoleone ad imporre un accordo penosissimo per l'enorme patrimonio storico-artistico italiano.
La Santa Sede dovette accettare le pesanti imposizioni di Bonaparte che riguardavano la consegna, quale bottino di guerra, di un numero straordinario di opere e oggetti d’arte. Ma non solo. In seguito a quanto stabilito con l’articolo 12, il papa doveva racimolare in un tempo brevissimo in denaro contante, in diamanti e altro valore, la vistosa somma di 15 milioni di lire tornesi di Francia. 
REQUISIZIONE DI TUTTI GLI OGGETTI PREZIOSI. A causa dell’aggravarsi della situazione economico-politica a Roma e nello Stato pontificio, in conseguenza del conflitto con le armate francesi condotte da Napoleone e dalle dure condizioni imposte dal trattato di Tolentino,  Pio VI (1775- 1799) prese la drammatica decisione di requisire tutti i preziosi in possesso dei romani e degli abitanti delle altre province dello Stato pontificio. La richiesta era rivolta sia ai privati che alle istituzioni religiose.
Firma del trattato
 di Tolentino
Il motivo di tale esproprio era dettato dalla necessità di avere metallo prezioso disponibile subito, pronto per essere fuso e quindi accrescere la coniazione di monete.

CONSEGNA ALLA ZECCA DI TUTTI GLI OGGETTI PER ESSERE FUSI. Tutti gli oggetti requisiti (in oro, argento e pietre preziose) dovevano essere consegnati alla Zecca di Roma per essere fusi. Immaginiamo il valore del prezioso patrimonio esposto nelle chiese o in mano alle famiglie nobili. 

Privati cittadini, chiese , luoghi  pii  di Roma e dello Stato dovevano presentare le assegne (2) che erano  dichiarazioni sottoscritte, che attestavano il possesso dei preziosi fatte all’amministrazione finanziaria. 
Queste dichiarazioni dovevano essere consegnate ad un notaio segretario e cancelliere della Camera apostolica, funzionario incaricati per l’appunto di attestarne il ricevimento e conservarle in archivioSi trattava  in sostanza di una autocertificazione.
Come imposto dal provvedimento  i cittadini onesti, i preposti alle chiese e comunità religiose...avrebbero dovuto denunciare ogni oggetto in loro possesso per poi essere fuso...
In alcuni casi si trattava di un unico cucchiaio d'argento, o del pomo di un bastone. Altre volte le dichiarazioni erano ovviamente più cospicue..
In un secondo momento, visto la scarsità di oggetti dichiarati, si aggiunse anche la requisizione di gioie (vedi articolo successivo).
Possiamo solo immaginare  il malcontento  di ricchi, meno ricchi e anche di religiosi (etc). Ma le dichiarazioni  corrispondevano a quanto effettivamente posseduto ? Non lo sapremo mai!!
Possiamo solo fare delle ipotesi..
Come conseguenza si scatenò, e ne parlemo in un altro articolo, un commercio clandestino, un mercato nero che  fa la fortuna di alcuni personaggi, commercianti e piccoli imprenditori già attivi a Roma e nello Stato.
MODALITA' DELLA REQUISIZIONE. I proprietari degli ori e argenti requisiti erano in piena libertà di esigerne il valore in cedole, o di formarne un investimento fruttifero con  la Camera apostolica in ragione del 5% ad anno o d’impiegarlo nell’acquisto di terreni a tenore della notificazione del 20 giugno 1796 . 
Avrebbero visto qualcosa come si dice  a Roma : a babbo morto!
La requisizione colpiva anche quelli del mestiere: orefici, argentieri, rigattieri per la merce in oro ed argento esistente presso di loro, con la clausola che la requisizione avrebbe interessato solo la metà del loro capitale in oggetti lavorati, e sarebbe stato aumentando il valore riconosciuto a questi ultimi aggiungendoci la manifattura, se nuovi.
Non sfuggivano inoltre alla requisizione le gioie impegnate nel Monte di pietà, e veniva anche rivolto un invito ai particolari possessori di gioie a portarle volontariamente al Monte di pietà, dove queste sarebbero state pagate il prezzo a stima.
Vedi anche altro articolo [...]

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. Grazie ai documenti conservati presso l'Archivio di Stato di Roma si possono seguire, attraverso il susseguirsi delle norme emanate, la procedura di esecuzione e di regolamentazione delle varie fasi, con cui si sarebbe concretizzata prima l'operazione di denuncia, e poi la consegna e stima  degli oggetti preziosi. Tutti gli aspetti della requisizione di oro, argento e gioie è nel fondo Collezione delle Assegne.
Inoltre utilissimi per ricostruire le vari fase dell'operazione è la collezione Bandi ed editti, sempre in ASR.
Vedi anche M. Morena, La requisizione di oggetti preziosi nello Stato pontificio in seguito al trattato di Tolentino (1797), in Ideologie e patrimonio storico-culturale nell’età rivoluzionaria e napoleonica. A proposito del trattato di Tolentino. Atti del convegno, Tolentino, 18-21 settembre 1997, Roma 2000, pp. XII, 648 (Saggi, 55)

Immagini: Firma del Trattato di Tolentino.A sinistra, il cardinale Alessandro Mattei, affiancato da Lorenzo Caleppi  (Tolentino, Palazzo Bezzi-Parisan) .
__________

1) In quel periodo è tutto un susseguirsi di avvenimenti. Il card. Mattei, plenipotenziario del papa Pio VI  scrive al Segretario di Stato: «Roma è salva, e salva la religione, ad onta di grandissimi sacrifici che si sono fatti».
2) Il sistema delle assegne era molto utilizzato e si poteva riferire all'accertamento di un qualsivoglia bene - in questo caso si trattava di oggetti preziosi-  ma potevano essere richieste anche per altre tipologie di beni posseduti (es. dalle proprietà immobiliari alle once d’acqua).
Per saperne di più> ASR, Collezione delle assegne e la collezione Bandi







  

10 febbraio 2017

Botteghe, spacci e fabbriche di carte da gioco a Roma (1814-17)


 Parte posteriore di una
 carta da gioco 
ottocentesca
La presenza nei rioni romani di un cospicuo numero di spacci e fabbriche di carte può sorprendere, ma è solo la conseguenza della passione per giochi di carte. Nel mondo dell’artigianato romano un posto a parte era quello costituito proprio dalla manifattura di carte da gioco (1). Non solo, a Roma artigiani e commercianti vivevano grazie alla produzione e vendita di beni di consumo o oggetti artistici, e questo tipo di attività era da collegarsi ai consumi caratteristici  della città capitale dello Stato e sede del vicario di Cristo. 

AUMENTO DEI CONSUMI E DELLA POPOLAZIONE ROMANA. In quanto centro della cristianità, la città andava soggetta in occasione dei giubilei, delle frequenti feste religiose, nonchè di altri eventi (ad es. le visite al papa di personaggi famosi, di sovrani, ambasciatori di altre corti etc.) ad un aumento consistente della sua popolazione, che aveva come ripercussione un incremento dei consumi in genere. Consumi che a loro volta variavano nel tempo anche in conseguenza di carestie e pestilenze che avevano come conseguenza la riduzione o aumento della popolazione.

GIOCARE A CARTE. Giocare a carte quindi per i ceti nobili e i benestanti era un passatempo frequente e di moda, poichè si aveva l’abitudine di impiegare parte del tempo libero giocando a carte nelle lussuose dimore, in occasione di feste e balli, di scampagnate oppure nei caffè, e nei bigliardi .
Massima diffusione dei giochi di carte si ritrova anche  fra i ceti popolari. Altri e altrettanto numerosi erano i luoghi utilizzati per giocare: le piazze, i mercati, in prossimità di chiese e fontane, oppure nelle osterie, nelle locande, nei giochi lisci (2).

1 febbraio 2017

Viaggi in terre lontane: la Cina nel secolo XVI e l'Atlante di Michele Ruggieri


Oggi una delle occupazioni che più attraggono l'umanità è viaggiare, anche a causa della facilità con ci si può spostare in tutte le direzioni possibili. Però, anche nelle epoche passate nonostante i molteplici ostacoli e le difficoltà che si dovevano affrontare per intraprendere qualsiasi tipo di viaggio, il desiderio di conoscere luoghi e culture diverse ha sempre spinto l’uomo a tentare di raggiungere terre lontane.
Uno di questi pionieri dei viaggi-avventura, è stato sicuramente il gesuita Michele Ruggieri (Spinazzola, 1543 – Salerno, 11 maggio 1607), che nel secolo XVI raggiunse e visse in Cina per quasi dieci.

MICHELE RUGGIERI MISSIONARIO IN CINA. Ruggieri è stato missionario e primo cultore europeo della lingua e della geografia della Cina.
Originario di Spinazzola in Puglia, studiò diritto civile ed ecclesiastico a Napoli. Per breve tempo al servizio di Filippo li di Spagna, nel 1572 si fece gesuita.
 
E nel contatto fra europei e cinesi, sviluppatosi proprio in quel secolo, un ruolo di particolare rilievo fu svolto proprio dai gesuiti. 
Partito come missionario nel 1578 da Roma, dopo un imbarco su una nave portoghese giunse prima a Lisbona e dopo 7 lunghi mesi arrivò a Goa, dove si fermò per nove mesi. La richiesta di un missionario per la Cina cambiò i suoi programmi e così nel 1581 giunse a Macao. 
Qui affrontò per primo lo studio della lingua dei mandarini e con l'aiuto di un catecumeno imparò un gran numero di ideogrammi. Autore di un Catechismo che presentava i fondamenti del cristianesimo ai cinesi, attraverso i viaggi nei territori dell’impero cinese,  cercò di creare un atlante completo – che ancora oggi fornisce interessanti spunti di riflessione e di informazioni inedite per l’epoca - per illustrare questo nuovo mondo, i costumi, la lingua e la religione del popolo e del Regno di Wanli.
ASR, Atlante della Cina di Michele Ruggeri
Mentre Ruggieri progettava di partire e raggiungere Pechino,  nel 1588, a causa della difficile situazione della missione, gli fu ordinato di ritornare a Roma per portare una supplica al papa. 
Non potendo più tornare in Oriente, padre Michele trascorse gli ultimi anni della sua vita nel compilare l'Atlante della Cina. I suoi studi  testimoniano uno dei suoi primi incontri tra le due più importanti civiltà del mondo, quelle dell’Oriente e dell’Occidente.