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30 ottobre 2020

Caravaggio a Roma (4). Inquilino moroso che danneggiava i soffitti.


Dalla fine del 1595 al 1605, nei circa dieci anni trascorsi intensamente nella Roma papale, Caravaggio visse avvenimenti straordinari e drammatici che hanno avuto per scenario la contrada "alla Scrofa" popolata di artisti italiani e stranieri. Come è noto, quella del grande pittore fu una vita vissuta pericolosamente. 
Michelangelo Merisi, più conosciuto come Caravaggio, nasce in Lombardia, da dove giovanissimo emigra alla ricerca di un lavoro. 
LA ROMA DI CARAVAGGIO. La città, che il grande pittore conobbe e nella quale lavorò fin dal suo arrivo, ruota tutt'intorno alle strade e le piazze del rione Campo Marzio e della contrada della Scrofa. Siamo nella centralissima zona tra piazza di S. Agostino e S. Luigi dei Francesi, palazzo Madama e palazzo Giustiniani, la Rotonda e piazza Navona, dove erano anche le botteghe e le osterie da lui frequentate.

CARDINAL DEL MONTE MECENATE DI CARAVAGGIO. Nella città eterna, dopo un periodo di povertà e stenti, e dopo l'esperienza vissuta dal pittore siciliano Lorenzo Carli , il Merisi riesce a conquistarsi la protezione del potente Cardinal del Monte e della sua raffinata cerchia intellettuale.
Con il suo sostegno, ottiene numerose committenze e la sua fama si diffonde. Il Cardinale non solo gli commissiona un gran numero di opere private per sè e per gli amici, ma gli fa anche ottenere le prime committenze pubbliche.

GUAI CON LA GIUSTIZIA. Mentre arrivano i suoi primi successi, a causa di un carattere rissoso e violento, non mancano anche le denunce, gli arresti, i processi, e le chiacchere sulla sua sessualità...
Lena

Abbiamo già parlato del clima di rivalità, invidia e querele fra pittori  che si respirava a Roma. Così nel 1603 per Caravaggio arriva l'accusa di aver diffusoinsieme ad altri compari, un libretto diffamatorio contro il pittore Giovanni Baglione [clicca qui] .
Caravaggio ormai è molto famoso, ciononostante si mette continuamente nei guai: o perchè gira con un'arma non consentita o perchè deve comparire in tribunale per aver gettato un piatto di carciofi in faccia a un cameriere.
Due episodi però fanno precipitare la situazione.
Il primo avviene nel 1605 quando il Pittore aggredisce il notaio Mariano Pasqualone a causa della cortigiana Lena, sua modella in diversi lavori. Per evitare l'arresto fugge a Genova. I suoi protettori negoziano un concordato con l'assalito che gli evita il processo.
Tornato a Roma, nel 1606 avviene un altro gravissimo fatto di sangue...
Il  28 maggio di quell'anno il Pittore pone fine a una lunga rivalità uccidendo a colpi di spada Ranuccio Tomassoni. Viene condannato a morte e deve fuggire definitivamente dalla città papale. 

G. Vasi, 
Palazzo Madama
nel '700
UNA CASA PER CARAVAGGIO. Dove abitava Caravaggio a Roma? È certo che almeno dal luglio 1597 fu ospite del potente cardinale Del Monte a palazzo Madama (attuale sede del Senato). 
Il cardinale, in virtù sia della sua origine toscana, e degli stretti rapporti con i Medici, proprietari di palazzo Madama, animava uno dei più importanti salotti intellettuali di Roma. Del Monte, noto collezionista d'arte e protettore delle arti e scienze, fu, come detto sopra, mecenate di Caravaggio. Consideriamo che alla morte del cardinale la sua collezione contava più di 600 dipinti! 
L'appoggio del cardinale al giovane Caravaggio risultò fondamentale nei primi anni della carriera dell'artista lombardo, anche per averlo introdotto nell'altro ricco salotto del vicino palazzo Giustiniani.
Nel palazzo di Del Monte, oggi prestigiosa sede del Senato, Caravaggio assapora finalmente un periodo di tranquillità dopo le difficoltà finanziarie dei primi anni romani descritte dai biografi secenteschi e ha modo di entrare in contatto con gli intellettuali e i mecenati più illustri e potenti dell'epoca.
Intorno al 1601, Caravaggio cambiò residenza e fu ospite in un altro bel palazzo alle Botteghe Oscure, di proprietà dei fratelli Mattei. 

Morte della Vergine
CARAVAGGIO AFFITTA UNA CASA-STUDIO. L'anno 1601 è importante anche per la nostra storia. Tutto parte infatti dalla commissione che fece il giurista Laerte Cherubini all'artista per l’esecuzione della tela raffigurante la Morte della Vergine da collocare nella chiesa di S. Maria della Scala in Trastevere dei carmelitani, opera alla quale certo cominciò a lavorare negli anni successivi poiché la pala fu sistemata sull’altare della chiesa parecchi anni dopo, nel 1607 (1) . 
Forse proprio in quegli anni Caravaggio desiderò una casa propria dove poter vivere e lavorare. 
Fu probabilmente il committente del dipinto, il giurista Laerte Cherubini, ad aiutarlo nella ricerca di un alloggio, forse per sollecitarlo a concludere la tela (1) commissionatagli nel 1601.
Così l’8 maggio 1604 Prudenzia Bruni, vedova del mercante di pelli Bonifacio Sinibaldi, conoscente del pittore, affittò al Merisi un’abitazione in vicolo di San Biagio in Campo Marzio (ora via del Divino Amore n. 19), di proprietà di Laerte Cherubini, ma di cui la donna godeva l’usufrutto, fin dal 1593. 
E così dopo aver vagato per circa 9 anni ospite di alcuni ricchi e potenti personaggi, il pittore può vivere e lavorare in una casa-studio situata nella stessa zona di Roma. La stradina costeggiava il palazzo dell'Ambasciatore di Firenze e era vicinissima alle altre piazze e vie che Caravaggio frequentava.
Vicolo del divino Amore 
(già vicolo di san Biagio)

GIU' IL SOLAIO COME DA CONTRATTO. Nel contratto di affitto inedito, a lungo cercato e ritrovato nei volumi notarili dell'Archivio di Stato di Roma solo grazie alle attuali approfondite ricerche, compare una sorprendente clausola imposta da Caravaggio alla padrona di casa: quella di scoprire la metà della sala.
L’artista si fece autorizzare a smontare il solaio della soffitta, così da disporre dello spazio necessario a contenere dipinti di dimensioni considerevoli. E la Bruni acconsentì tutelando però i suoi interessi garantendosi, al termine 
della locazione, il ripristino degli ambienti a spese del pittore.
Caravaggio allestì il laboratorio pittorico nella sala al primo piano, spaziosa e illuminata da almeno due fonti di luce naturale, dove probabilmente realizzò la Morte della Vergine (Parigi, Museo del Louvre) e la Madonna dei Pellegrini (Roma, chiesa di S. Agostino). 
In questa casa Caravaggio visse fino a luglio 1605, quando ferì, come detto
sopra, a piazza Navona il notaio Mariano Pasqualoni, «per causa di una donna chiamata Lena, che è donna di Michelangelo», e fu costretto a fuggire a Genova.
LO SFRATTO E L'INVENTARIO DEI BENI. Intanto la padrona di casa Prudenzia Bruni, che si ritrovò senza pigione da sei mesi e senza.. soffitto nel frattempo sfrattò Caravaggio, e si rivolse al tribunale ottenendone il sequestro dei beni lasciati dal pittore nella casa abbandonata dopo la fuga a Genova come risarcimento per gli affitti mancanti.
Il Tribunale affidò al notaio il compito di redigere un elenco, che si è rivelato importantissimo per conoscere a posteriori la descrizione degli oggetti appartenuti al pittore. 
Caravaggio rientrato a Roma il 26 agosto del 1605 per concludere la pace con Pasqualoni, trovandosi sfrattato, si vendicò della Bruni lanciando sassi contro le sue finestre.  
E la stessa Prudenzia che lo racconta al giudice:
..Questa notte circa le cinque hore è venuto detto Micchalangelo et ha tirato molti sassi alla mia gelosia della fenestra che me l’ha spezzata tutta da una banda; dopoi è repassato assieme con certi altri sonando una chitarra et si sono fermati nel cantone del vicolo...

Leggi i documenti [clicca qui]

Leggi i capitoli precedenti
1. Caravaggio a Roma (1). Nuovi documenti cambiano dettagli della sua vita. 
clicca qui >> 
2. Caravaggio a Roma (2). Rivalità, invidia e querele fra pittori nel 1603 
clicca qui>>
 3. Caravaggio a Roma (3). Inizia a lavorare nella bottega del pittore Lorenzo Carli, siciliano clicca qui >>

BIBLIOGRAFIA. Cfr. «So’ cascato per queste strade». La città del Caravaggio di Orietta Verdi sta in Caravaggio a Roma. Una vita dal vero, Roma, 2011, De Luca ed.
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1) Figuriamoci se Laerte Cherubini che voleva donare a quei "buoni padri" la tela per la sua cappella poteva immaginare quel che accadde...Caravaggio infatti per rappresentare la Vergine sul letto di morte si spinse a reclutare una «meretrice sozza degli ortacci» , o una «donna morta gonfia». I "buoni padri" carmelitani si sbarazzarono del bellissimo quadro nel 1607.

[Immagine all'inizio : Cardinal Francesco Maria del Monte (1549 – 1627) di Ottavio leoni]

10 gennaio 2020

Da Roma a Terracina. Pio VI in viaggio (1780-87) per la bonifica delle paludi pontine

Considerando la difficile situazione delle vie di comunicazione nello Stato pontificio e dei mezzi di trasporto, mettersi in viaggio nelle epoche passate era veramente un'impresa!
I pontefici però si sono sempre spostati da Roma per vari motivi.
SCOPO DEI VIAGGI. Che cosa li spingeva a intraprendere i viaggi, spesso lunghi e soprattutto disagiati, che mal si adattavano alla figura classica del papa, almeno come viene raffigurato in vari dipinti, e quasi sempre in età avanzata? Presupposto importante di alcuni di questi viaggi era il fatto che si trattava di  sostenere delle iniziative, cui alcuni papi tenevano molto, e in cui avevano investito molto denaro. Recandosi sul posto c'era modo di controllare lo stato dell'arte, dando lustro all'iniziativa stessa in modo da incoraggiare il suo proseguimento, con effetti benefici sul prestigio dello Stato. 

VISITA AI LAVORI DI BONIFICA. E’ questo il caso dei viaggi effettuati dal pontefice Pio VI (Braschi, 1775-1799) per visitare i lavori di bonifica da lui voluti per il prosciugamento delle paludi pontine, nel tentativo di recuperare alla coltivazione l'ampio territorio a sud della capitale. Si trattava di un' immensa landa paludosa che si estendeva da Cisterna fino a Terracina. Nei viaggi  il papa è accompagnato da suo nipote il monsignor Romualdo Braschi- Onesti, che diverrà successivamente cardinale.
ASR, particolare del Catasto Alessandrino
 Sviluppo della strada
fuori Porta S. Sebastiano e Latina fino a Nettuno..1660

LUIGI BRASCHI ONESTI. Il papa aveva anche un altro nipote: Luigi Braschi Onesti, personaggio di rilievo della società romana dalla vita fastosa e spregiudicata. 
In questo business delle paludi pontine Luigi Braschi-Onesti era direttamente coinvolto.  In pochi anni  era diventato padrone di un vasto patrimonio terriero. Come? Numerosi territori dell'Agro romano li aveva avuti per donazione, mentre altri gli erano stati  ceduti in enfiteusi. Si trattava proprio di una grossa parte dei terreni bonificati nel 1777 nell'area delle paludi pontine!!! 
I viaggi intrapresi da Pio VI avevano quindi dei dei motivi collegati ai suoi interessi privati  e a quelli dei suoi nipoti, in particolare del nipote Luigi.
STRATEGIA DI PIO VI. Durante il  suo lungo pontificato, intenso di avvenimenti politici, il pontefice Pio VI* prese a cuore anche il miglioramento delle  vie di comunicazioni, e promosse la bonifica dell'Agro romano. 
Pio VI
(1775-1799)
Questo progetto,  tentato anche da altri pontefici, a fronte di enormi spese ebbe risultati scadenti nel risanamento della zona paludosa e pesanti conseguenze per il bilancio statale, con un preoccupante  crescita del debito pubblico. Discutibile poi fu la gestione amministrativa e finanziaria, mirata all'arricchimento dell'entourage del pontefice e del nipote Luigi,  personaggio di rilievo della società romana.
LAVORI ALLE STRADE. Se difficile si presentava la situazione delle strade in generale, la via Appia ,  strada principale per raggiungere questi territori e continuare fino a Napoli, era molto malridotta: per gli alberi cresciuti disordinatamente, per il fondo dissestato, invasa  dalle  acque, dal fango che la rendevano inutilizzabile al transito di mezzi e persone. Pertanto Pio VI decise e trovò le risorse per la sua sistemazione, curando anche il suo aspetto estetico facendola ornare di una doppia fila di olmi, da Tor Tre Ponti fino alle porte di Terracina. 
Luigi Braschi Onesti
(1745 - 1816)
BONIFICA DELLE PALUDI PONTINE. I lavori per la bonifica ebbero inizio nell'autunno del 1777. Primo passo fu quello, come detto, di recuperare la possibilità di transito sulla antica e abbandonata via Appia; e, realizzando le cosìdette migliare, impiantare un sistema di strade e canali ortogonali all'Appia. Oltre a ciò, il nome di papa Pio VI è legato alla costruzione del canale, che fiancheggia la fettuccia, ideato per risolvere il problema dello scolo delle acque. Iniziato nell'estate del 1778 fu completato dopo oltre tre anni, per una lunghezza complessiva di 21.539 metri. Al canale fu dato il nome di Linea Pio. 
Queste opere di bonifica però non furono accompagnate dal consenso dei Comuni e dei privati, interessati a mantenere le peschiere costruite sui canali, che impedivano il regolare deflusso delle acque, provocando allagamenti nei campi.
Questi stessi motivi impedirono che l'opera del papa bonificatore avesse un seguito e una conclusione negli anni successivi.
   

Visita di Pio Vi
alle paludi
VIAGGI DEL PONTEFICE PIO VI. Proprio a cominciare dal mese di aprile 1780 fino al 1787, iniziano una serie di viaggi del pontefice per controllare i lavori intrapresi in questi territori. Dopo ogni viaggio veniva stesa una Relazione (anonima), che come in un diario riporta giorno per giorno  le giornate del papa fuori dai palazzi vaticani: tappe, incontri, luoghi di permanenza, luoghi di visita,  pranzi offerti, modi di ricevimento dell'importante comitiva ( etc.).  Particolare rilevanza viene data ai diversi incontri avuti con le autorità locali, tutte desiderosi di essere ammessi al suo cospetto.
Si parte quindi con l'uscita da Roma. Un solenne corteo deve arrivare a Terracina. Si trattava (nel primo viaggio) di due carrozze con tiri di posta a 6 cavalli montati da postiglioni con uniforme, e stemma del Generale delle Poste. Nella prima carrozza c’era il pontefice, accompagnato dal nipote, mons. Braschi- Onesti, e mons. Contesini elemosiniere (cioè un cameriere segreto del papa).
La seconda, era occupata da due cappellani, un aiutante di camera e da un’altra persona di servizio. Seguiva uno strascino, cioè un carro a 4 ruote con copertone di tela incerata, mezzo di trasporto diffuso in città. Al seguito era anche il facocchio, che si occupava della manutenzione  delle carrozze. Due palafrenieri erano invece sulle carrozze. Al seguito del  Papa erano sei carrozze, che però lo accompagnano soltanto fino all’uscita da Roma.
Uscito da porta S. Sebastiano, prima tappa è Albano, dove il pontefice è ricevuto con tutti gli onori del caso. Quindi si prosegue per Genzano dove è allestito un rinfresco.
Il terzo giorno arriva a Terracina dove, fra l’altro il papa si reca a piedi all’antico porto. Successivamente giunge nella zona di Porto Badino per visitare i lavori al canale denominato dal suo nome Linea Pio. Furono inoltre costruiti 39 canali di scolo,  denominati  migliare,  per  la  distanza  di un miglio romano (metri 1500 circa) che intercorreva tra l'una e l'altra.
Le visite del papa sono occasione per le autorità locali e religiose di farsi ricevere dal Santo padre.

LE CARTE D'ARCHIVIO. I resoconti di questi viaggi sono conservati nell'archivio di Stato di Roma nel fondo Camerale II, Paludi Pontine.  Mentre pregevoli piante  della zona bonificata si trovano invece nella Collezione Disegni e Mappe (continua).
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* Questo pontefice, nato a Cesena, vantava un bel curriculum prima dell'elezione: dal 1766 aveva rivestito l' importante carica di tesoriere della Camera apostolica, cioè Ministro delle finanze, cominciando così ad interessarsi al risanamento della disastrata situazione economica dello Stato pontificio.
[immagini: N.1, ASR, Carta delle paludi pontine, 1777; N.2 Ritratto di Pio VI; N.3 ASR, Catasto Alessandrino, Porta San Sebastiano, particolare del sec. XVII; N.4, Ducros, Abraham Louis Rodolphe,Visita di Pio VI alle Paludi Pontine,1786, Museo di Roma]

12 gennaio 2019

Astuti cardinali e abili banchieri. Giacomo Antonelli e l' Appannaggio Beauharnais (1810-45)

Card. Giacomo Antonelli
Circa duecento anni fa, il 26 maggio 1805, Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi, diventava re d’'Italia (1). 
A Milano durante la cerimonia di incoronazione, forse stanco perché il sacerdote celebrante non si sbrigava, l`imperatore dei francesi si pose da solo sul capo la corona ferrea dei re Longobardi, custodita nel Duomo di Monza, esclamando: "Dio me l`ha data e guai a chi me la tocca"
Frase passata alla storia!! 

NOMINA DEL VICERE' D'ITALIA.  Così, dal 1805 al 1814, viene nominato un Vicerè del regno d'Italia nella persona del principe Eugenio di Beauharnais.
Si trattava di un figlio di primo letto della futura moglie di Napoleone, Giuseppina Beauhrnais
Sembrava che il principe potesse guadagnarsi un pò di autonomia, però, anche se il regno era italiano di nome, rifletteva in realtà il comando a tutto tondo da parte dei francesi e di Napoleone in primis.
RICCA RENDITA PER IL PRINCIPE. Nel 1810 Napoleone emana una legge con la quale mette a disposizione del viceré d’Italia un Appannaggio. Si trattava di un insieme di beni destinati a mantenere la sua famiglia e la corte. 

Quello che passerà alla storia come Appannaggio Beauharnais consiste in beni da poco confiscati – in base a leggi mutuate dalla Francia – a conventi, monasteri, enti religiosi, ecc. 
Si tratta complessivamente di 2.300 terreni, 138 edifici urbani ed una ottantina di opifici e mulini. Sono tutti collocati nelle Marche, regione che dal 1808 era stata annessa al Regno d’Italia, in particolare nei Dipartimenti del Metauro e Musone (province di Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata).  
Eugenio di Beauharnais
Il Principe conserverà queste rendite  anche dopo la Restaurazione del 1814-15, malgrado la netta contrarietà dello Stato della Chiesa
Infatti, dopo l'abdicazione di Napoleone e la caduta del Regno Italico nel 1814, le potenze vincitrici al Congresso di Vienna stabiliscono - nonostante le rimostranze del cardinale Consalvi, che partecipa  in qualità di osservatore in rappresentanza dello Stato Pontificio - che Eugenio Beauharnais può continuare ad usufruire dei beni ricevuti nel 1810. 
GESTIONE DELL'APPANNAGGIO. Eugenio deve pagare alla Camera Apostolica 160.000 scudi romani, a titolo di laudemio e un canone annuo di 4.000 scudi. Per l'amministrazione dei beni ducali è istituito un ufficio centrale ad Ancona con sedi distaccate in altre città marchigiane; dalla Germania (ove Eugenio risiedeva) arrivano abili amministratori ed esperti dirigenti d'azienda, che introdussero nuovi metodi di coltivazione e di produzione.L'8 maggio 1816 viene stipulato un atto notarile tra il Governo Pontificio ed il Principe Eugenio, con il quale si stabilisce che i beni posseduti da quest'ultimo sono concessi in enfiteusi e la Camera Apostolica  avrebbe potuto riscattarli quando lo avesse ritenuto opportuno. Tale diritto però per lungo tempo non potette essere esercitato per il tragico dissesto delle finanze pontificie, risalente addirittura al 1831 (vedi dopo).
Il regno d'Italia
(1803 - 1814)
GIACOMO ANTONELLI. Nato nel 1806 a Sonnino, da famiglia di origine modestissima, arricchitasi poi in fortunate speculazioni immobiliarii, viene mandato a Roma dal padre Domenico, che desiderava avviarlo, nonostante la sua scarsa propensione per la vita ecclesiastica, ad una carriera nell'amministrazione pontificia. Così Antonelli compie gli studi umanistici al Collegio Romano e quelli di diritto alla Sapienza, ove conseguì nel 1827 la laurea in utroque, cioè in diritto civile e canonico. Nel 1830, avuti dal padre i fondi richiesti per l'ingresso nella Prelatura iustitiae, iniziò la carriera curiale prima nella congregazione del Buon Governo, e poi alla Corte superiore, organo di giustizia amministrativa, e nel 1834 passò al tribunale criminale di Roma.
L'acume, il senso pratico e i modi eleganti avevano presto attratto sul giovane Giacomo l'attenzione di prelati influenti, in particolare dei cardinali P. Zurla e L. Lambruschiní, che ne favorirono la rapida ascesa. 
La particolare competenza e abilità in materia di economia e fìnanza gli spianarono la strada verso una lunga carriera iniziata prima come Ministro delle finanze  sotto il pontificato di Gregorio XVI, e poi, diventato cardinale , proseguita con Pio IX, con sempre una maggiore influenza nei tentativi di riforma liberale del nuovo Papa, sui quali esercitò peraltro un grande influsso. 

RISCATTO DEI BENI NONOSTANTE LA MANCANZA DI DENARO. Nel 1845, il giovane Giacomo Antonelli (1806 – 1876) ), all'epoca Grande Tesoriere, ossia Ministro delle Finanze dello Stato Pontificio, durante il pontificato di Gregorio XVI riesce con molta abilità a risolvere l'annoso problema dei beni collocati nelle Marche, che però erano ancora in mano agli eredi di Eugenio di Beauharnais.
Antonelli  avvalendosi del banchiere romano Agostino Feoli, con un'abile operazione finanziaria, riesce a far tornare in possesso dello Stato della Chiesa i beni appartenenti all'Appannaggio, divenuto nel frattempo"Appannaggio Leuchtenberg"
Spinti anche dalle difficoltà di amministrare beni così lontani dalla loro residenza, gli eredi di Eugenio si mostrarono inclini a cambiare il contratto originario e a sottoscrivere una transazione con lo Stato pontificio
Antonelli  a nome della Chiesa ricompra i beni dell'Appannaggio per 3.740.000 scudi. 
Ma come fa il cardinale Antonelli a trovare i soldi necessari? L'Antonelli deve infatti fare i conti con la pesante situazione debitoria dell'Erario, originata principalmente dal disastroso prestito contratto con i Rothschild all'indomani dei moti del 1831.
 Decreto di Eugenio di Beauharnais
 11 giugno 1807 (ASBologna)
Sulla piazza romana era famoso per la sua abilità il banchiere Agostino Feoli e così scatta una delle operazioni più brillanti che questo abile cardinale condusse in porto nel nuovo incarico. 

IL RISCATTO DEI BENI. Il congegno finanziario studiato dai due fu il seguente. Il governo pontificio riscattava l'enfiteusi (contratto stipulato il 3 apr. 1845) pagando agli eredi di Eugenio, divenuti Leuchtenberg, la somma di 3.750.000 scudi.
Tale somma era ricavata affidando alla casa Rothschild l'incarico di collocare certificati di debito pubblico per pari importo all'interesse del 5%, garantiti con ipoteca su quelle terre. I Rothschild progettavano di concludere l'operazione di collocamento in due anni, ma nel giugno 1847 erano ancora in possesso di 3.600 obbligazioni da 1.000 franchi . 
Frattanto il 24 aprile il governo pontificio firmava un contratto di vendita dei beni dell'Appannaggio a una società privata costituita dal Feoli e da altri esponenti della finanza romana (i principi M. Borghese e G. C. Rospigliosi e l'avvocato E. De Dominicis) per un importo di 3.880.000 scudi pagabili in 12 anni all'interesse del 5%: la Società dell'appannaggio si impegnava a rivendere i beni in piccoli lotti a sudditi pontifici. 
Da notare che il cardinal Antonelli  escluse dal grande affare da lui condotto il banchiere Torlonia. Loperazione si concluse quindi senza che lo stato pontifico spendesse un solo scudo!!!

LE CARTE D'ARCHIVIO. La documentazione relativa alla complessa operazione è conservata nell'Archivio di Stato di Roma, fondo Camerale II, Appannaggio Beauharnais.
Si veda inoltre Archivi di famiglie e di persone, Antonelli in cui fra l'altro si conservano n. 329 buste e registri relativi a l’archivio dell’amministrazione dell’appannaggio Beauharnais.
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1) La presenza francese nei territori italiani, iniziata con l'’invasione nel 1796 e terminata nella primavera del 1814, coincide con uno dei periodi più ricchi e importanti nella storia d'’Italia, un’ passaggio epocale fra età moderna e contemporanea. E nonostante siano passati due secoli, l’'avventura italiana di Napoleone è oggetto ancora oggi di vivaci controversie tra chi vede in essa l’'occasione positiva di un prima emancipazione e modernizzazione dell’'Italia e chi la considera una brutale occupazione straniera

2 settembre 2017

Villa Montalto-Peretti. Come procurarsi gratis l'acqua per il giardino!


L'acquedotto Felice è stato realizzato dal papa Sisto V (Felice Peretti 1585-1590), che non a caso è conosciuto anche grazie al poeta G.G.Belli come "er papa tosto "*, durante gli anni del suo brevissimo ma intenso pontificato. Coadiuvato dall’architetto Domenico Fontana, Sisto V riprende il progetto di portare l’acqua nella  zona alta della città - i cosìdetti monti, sede di importanti edifici e dove gli abitanti : ...essendo costretti a bere ordinariamente l’acqua del Tevere..ne morivano per male di renella da essa cagionato...

VILLA MONTALTO. Ma facciamo un passo indietro. Quando era ancora cardinale, Felice Peretti si era fatto costruire una bellissima villa, per estensione la più vasta che Roma abbia mai conosciuto, dallo stesso architetto  Domenico Fontana.
La villa sovrastava le Terme di Diocleziano e sorgeva proprio nella zona di  S. Maria Maggiore sull'Esquilino
Nell'area, dove si trova attualmente anche la stazione Termini,  sorgeva quindi questa cinquecentesca villa rinascimentale, la più grande costruita dentro le mura aureliane e una delle più sontuose


Villa Peretti-Montalto di G.B.Falda
(al centro Il Casino)
La villa del cardinale Felice Peretti, poi diventato papa col nome di Sisto V, aveva una impressionante estensione ben documentata già dai cartografi  seicenteschi le cui planimetrie consentono di fissarne i confini tra le attuali  via Marsala, via del Viminale/via De Nicola, via Depretis/via Liberiana/via Carlo Alberto. 


La villa conteneva due residenze, il Palazzo Sistino o "di Termini" (delle Terme) e il casino, chiamato Palazzetto Montalto e Felice
Era un luogo incantevole, ammirato dai viaggiatori stranieri che venivano a fare in Grand Tour in Italia.

Prima della sua completa sparizione, la villa cambiò più volte proprietari: dopo l’estinzione del ramo principale dei Montalto Peretti essa passò ai Savelli (dal 1655 al 1685), quindi ai Negroni (dal 1685 al 1784), in seguito a Giuseppe Staderini (dal 1785 al 1796) e infine ai Massimo.
per volontà del padre gesuita Massimiliano Massimo fu costruita, proprio nell'area occupata dalla villa,il palazzo Massimo tra il 1883 e il 1887,  dall’ architetto Camillo Pistrucci. 

Sisto V
SISTO V HA BISOGNO DI TANTA ACQUA PER I GIARDINI. Per alimentare i suoi splendidi giardini, viali alberati, i giardini, i frutteti,  le fontane, le  peschiere , il tutto adornato con numerosissime statue, antiche e moderne,  la villa aveva bisogno di un enorme quantitativo d'acqua.
E Sisto V non esita a  procurarsela! Il grande pontefice, noto per una serie di iniziative veramente sorprendenti, per la progettazione di questo acquedotto non si ferma davanti alla difficoltà dell'impresa nè le enormi somme , che un tale progetto richiedeva.  Per la sola conduzione a Roma dell’acqua Felice si parla di anche di 300.000 scudi.

Così in data 28 maggio 1585 firma di suo pugno l'atto che dà inizio alla grandiosa opera di ripristino. Nel presentare il progetto l'abile Sisto V unisce motivazione sociali a quelle  personali : dichiara di volere migliorare l'ornato e il decoro di Roma e di aumentare la comodità e l'utilità che ne avrebbe tratta il popolo e così ...incrementa anche il sistema idrico della  sua vasta proprietà!!!


villa Montalto
 ingresso principale
Viene così stipulato l’istromento di acquisto dell’acqua del casale di Pantano dei Grifi di proprietà del nobile Marzio Colonna
L’acquedotto Felice forniva la parte alta della città i cosìdetti Monti, sboccava al Quirinale, al fontanone di piazza S.Bernardo, correva sull’Esquilino vicino S.Maria Maggiore e sul Pincio, per poi biforcarsi verso le Quattro fontane e il Quirinale, poi ancora verso piazza S.Marco e il Campidoglio.

LE CARTE D'ARCHIVIO. Documenti interessanti circa il ripristino dell'acquedotto felice  sono l'archivio della Presidenza degli acquedotti urbani e in quello dei Notai di acque e strade, e la serie Chirografi del camerale I,  conservati nell'Archivio di Stato di Roma. 
La ricerca contempla po la necessità di recarsi all'Archivio storico capitolino. 
Comunque sarà utile leggere gli altri post in questo blog con tags Presidenza degli acquedotti urbani.  
Vedi anche le planimetrie di Roma di Matteo Greuter, Antonio Tempesta, Giovanni Maggi, Giovanni Battista Falda.
Per la bibliografia sulla villa Montalto-Peretti  vedi l'articolo http://edoc.bbaw.de/volltexte/2010/1539/pdf/04_Rausa.pdf 
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*Cfr. Così lo definisce nel sonetto romanesco "Papa Sisto".

22 dicembre 2016

Da Stoccolma a Roma. La regina Cristina di Svezia/1


Roma, 19 aprile 1689 presso lo studio del notaio del Tribunale dell’Auditor Camerae  Laurentius Bellus, si apre un importante testamento : è quello della defunta regina Cristina di Svezia (1626 – 1689),  che nomina suo erede universale il cardinale Decio Azzolini, importante personaggio della Curia romana e suo amico e confidente.  

TESTAMENTO DI CRISTINA DI SVEZIA.
Oggi questo  importante documento, insieme al volume che contiene il corposo inventario dei beni delle regina, è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.
Ma andiamo con ordine. Cristina  è stata protagonista di una delle più inconsuete vicende della storia europea. Figlia del protestante re Gustavo Adolfo II di Svezia regna sulla fredda e lontana Svezia fino al 1654. 
Quando, improvvisamente, la sua inaspettata conversione al cattolicesimo, l’abdicazione al trono e il trasferimento a Roma sconvolgono il corso della storia.
 
L'ARRIVO A ROMA DOPO LA CONVERSIONE. Cristina di Svezia giunge a Roma il 20 dicembre 1655. E' accompagnata dalla fama di donna di straordinaria cultura e carattere deciso. Le cronache raccontano della sua insofferenza per le rigide regole del protestantesimo  e della sua segreta conversione cattolicesimo.
Conosce l’effetto destabilizzante del suo gesto, le gravi conseguenze cui va incontro e i pericoli a cui si espone.  Perciò prima di fare il gran passo, grazie ad alcuni fidati diplomatici,  sonda le possibilità di appoggio e di futura protezione: a Roma presso Innocenzo X (1644-1655), a Parigi  presso il re Sole Luigi XIV, e a Madrid dal re Filippo IV.  
La cavalcata
di Cristina
 di Svezia 
in Roma 
Le risposte sono piuttosto deludenti. Infine sceglie Roma. E il papa detta la condizione essenziale per l’ingresso della regina nel Cattolicesimo: deve far una pubblica e definitiva abiura della religione protestante
A quel punto Cristina decide di uscire allo scoperto e fa i primo passo per la realizzazione del suo disegno: l’abdicazione al trono.

IL VIAGGIO DI CRISTINA FINO A ROMA. Dalla lontana e gelida Svezia, attraversando l'Europa del nord arriva, dopo varie tappe, nei territori pontifici per recarsi a Roma dal neo eletto Alessandro VII (1655-1667).
Cristina, lo testimoniano le carte d'archivio, passa per Forlì, Cesena, Rimini, Cattolica, Ravenna, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona, Macerata, Tolentino e Camerino, Ferrara, Bologna, Terni , Spoleto, Foligno, Viterbo, Gallese, Caprarola, Bracciano, e infine Roma.



CRISTINA ENTRA DA PORTA DEL POPOLO. E’ un successo per Cristina, ma soprattutto per il pontefice e per il cattolicesimo. Perciò  l'ingresso in Roma da Porta del popolo della Regina convertita  deve esseretrionfale.  
Ed è Alessandro VII a decretare grandissimi festeggiamenti per l’arrivo di Cristina, nella sua nuova veste di regina cattolica, nella città papale. Infatti tre giorni dopo l’entrata in sordina, il 23 dicembre vi fu l’ingresso trionfale, con un grande corteo che attraversò tutta la città, con la Porta del Popolo per l’occasione, completata e decorata da GianLorenzo Bernini con i simboli araldici del papa e di Cristina..

E’ il  23 dicembre 1655: l'evento è ricordato nell'iscrizione "FELICI FAVSTOQ(ue) INGRESSVI ANNO DOM MDCLV", su Porta del popolo.   

Porta del popolo,
lato interno 
(G.Vasi)
PREPARATIVI PER OSPITARE LA REGINA CRISTINA. A Roma è lo stesso papa Alessandro VII che ospita Cristina prima nel palazzo Vaticano. Per ricevere un personaggio così importante e simbolico come la regina svedese si mette in moto tutto un microcosmo di facchini e carrettieri  per spostare matarazzi, sedie, letti, tavole, buffetti (buffet), bicchieri (etc) da un palazzo ad un altro per allestire le stanze della Regina. 
C'è poi il problema dell'organizzare dei pasti all'altezza della Regina. Così si deve predisporre la fornitura e trasporto di alimenti di ogni genere: carne, strutto, frutta e ortaggi, pizzicheria, polli, capretti, confetterie, uova...

Inoltre, come in occasione di altre visite, l’accoglienza di personaggi famosi comportava per l’amministrazione pontificia spesso un notevole costo sia per la predisposizione di apparati di accoglienza, ma anche per l’ abbellimento delle città.

CRISTINA A ROMA. Stabilitasi a Roma,  ormai divenuta cattolica, è accolta con tutti gli onori dal nuovo pontefice e dalla Curia e soggiorna appena arrivata in Vaticano e poi in Palazzo Farnese. 
Il Palazzo fu interamente addobbato con un apparato per la facciata che ne trasformò l’aspetto, con una ricca decorazione barocca disegnata da Carlo Rainaldi, architetto del duca Rainuccio.
festa per
Cristina di Svezia
(cortile di Palazzo Barberini)
Successivamente la Regina Acquista un palazzo alla Lungara palazzo Corsini attualmente sede dell’accademia del Lincei - per farne la sua dimora fissa. Qui raccoglie una  ricca e preziosa biblioteca, una galleria di quadri e statue e un archivio dei suoi documenti. Nella  residenza si circonda di un cenacolo di dotti e di artisti, di letterati e scienziati.

LE CARTE D'ARCHIVIO. I viaggi della Regina Cristina nello Stato pontificio trovano vari riscontri nei documenti dell’ Archivio di Stato di Roma.  Parecchie carte contabili infatti rendicontano le spese fatte dall'amministrazione pontificia per ricevere la regina e il suo seguito, negli spostamenti fatti  a Roma  e nello Stato pontificio negli anni 1655-56. Alcune di queste spese contabilizzate riguardano tutte le necessità che gli spostamenti  e l'ospitalità di un personaggio così importante richiedeva: vitto, , alloggio per la regina e la corte al seguito, mezzi di trasporto, mantenimento dei cavalli, cioè stallatico e biada.
ASR, Firma autografa della
 Regina Cristina
 in calce al testamento
Non solo! In questi "aridi" elenchi è riflesso tutto il fervore di attività legate all'accoglienza  dovuta alla Regina nei sue visite.
Molti aspetti della vita romana di Cristina sono già stati studiati, anche grazie  a quella ricchissima fonte di notizie che sono i protocolli dei notai che rogavano a Roma in quel periodo, a disposizione presso lo stesso archivio romano. 
Alla  morte della regina Cristina la sua biblioteca privata e i documenti del suo archivio sono andati in eredità all’Archivio segreto vaticano e la Biblioteca Apostolica vaticana. E inoltre fra i cosidetti Documenti della Storia l'Archivio vaticano conserva l'importante atto di abdicazione di Cristina al trono svedese.

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