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3 settembre 2019

Quando il papa Leone XII rispose in rima...


(1) Non è un caso raro che alcune carte d’archivio rimangano per secoli relegate nel buio degli scaffali dove sono conservate, sfuggendo spesso anche al più attento studioso. Così nell’archivio della Computisteria pontificia, conservata presso l’Archivio di Stato di Roma alcuni documenti aggiungono particolari relativi alla sfera privata di Leone XII, pontefice dal 1823 al 1829.


Annibale della Genga si trovò a fare il papa in un momento storico delicatissimo, quello della restaurazione postnapoleonica. Questo pontificato così centrale nella storia della Chiesa è già stato oggetto di importanti ricerche, che ne hanno evidenziato molteplici aspetti, a iniziare da quello economico, a quello più prettamente religioso, senza dimenticare quello artistico, e quello del governo dello Stato pontificio. 
Accanto a tanta grandezza, il tema qui affrontato racconta invece di povertà, di vecchiaia, di emarginazione, ma anche di generosità, e di devozione ad alcuni valori cristiani fondamentali.

SUPPLICHE AL PAPA. L’episodio di cui si vuole parlare accade nel 1828 e ha come protagonista Leone XII e un vecchio parroco del territorio marchigiano.
A Roma per qualsiasi affare per il quale non si volesse o potesse seguire il normale iter burocratico amministrativo si poteva rivolgere una supplica alla clemenza del Pontefice, chiamata “rescritto”, allo scopo di ottenere una risposta scritta di suo pugno, favorevole all’istanza presentata
Inoltre al Sovrano si poteva ricorrere contro provvedimenti emanati dall'autorità laica o religiosa che il ricorrente riteneva lesivi dei propri diritti o delle proprie aspettative.

Il Pontefice esaminava il caso e di suo pugno, o dando opportune istruzioni al Segretario dei Memoriali, definiva il ricorso e il più delle volte lo rinviava all'autorità competente per l'esecuzione.
In un mondo segnato dalla precarietà, dalla mancanza di garanzie assistenziali, specie in vecchiaia quando non si poteva più lavorare, in tanti si rivolgevano direttamente al Papa con lunghi elenchi di disgrazie, malattie, lutti per ottenere la sua benevolenza.
Nel 1828 a Papa Leone XII arriva, fra le tante, una supplica scritta in poesia. La firma è di un sacerdote nativo di Fabriano: Giuseppe Albacini, di anni 85.
Albacini era stato parroco di Pierosara, frazione di Genga in provincia di Ancona e nei registri parrocchiali, conservati nella chiesa di S. Sebastiano Martire, risulta che dal 1803 al 1820 tutti gli atti della parrocchia sono firmati da Lui.


Pierosara
Oppresso da problemi di salute e però capace ancora di comporre in rima, il parroco si rivolge al papa esponendo tutti i suoi guai: la vecchiaia, la cecità, la solitudine e l'estrema povertà. In passato per far del bene ai suoi fedeli, ha speso tutti i pochi averi e ormai vecchio e invalido osserva con rammarico di non poter contare sulla solidarietà di nessuno :
“L’uomo canuto oggi così si tratta / da questa ingrata sconoscente umana schiatta”.

IN SOGNO APPARE LA MADRE DEL PAPA. Dopo questa triste premessa, entriamo nella parte più importante della supplica: il sogno in cui gli appare Aloisia cioè Maria Luisa Periberti, discendente dal Paradiso, madre di Leone XII. Riconoscente al parroco per avere pregato per Lei nella messa celebrata subito dopo la sua morte, la nobildonna, anch’essa originaria di Fabriano, ha parole di orgoglio verso quel figlio diventato papa ( “…Gesù Cristo lo volle in sua terrena Sede / salda per sempre a mantener la fede…”) e verso la chiesa di Frasassi, ideata e fortemente voluta da Annibale Della Genga quando era ancora cardinale e finita di costruire nel 1827, dedicata proprio alla Madonna Madre di Dio, erroneamente attribuita all'architetto Giuseppe Valadier.
santuario Madonna di
Frasassi
RICHIESTA DI SUSSIDIO AL PAPA. Infine la Madre del Papa, consiglia il parroco di rivolgersi a suo nome alla grande misericordia di Leone XII per finire con dignità quel poco che gli resta da vivere.
Albacini segue il consiglio e scrive al Papa perché gli conceda un sussidio.
La reazione di Leone XII nel leggere una supplica così speciale, rispetto alle tante altre usuali che riceveva, non ci è dato conoscere. Ma il ricordo e l'intercessione della madre, di cui ne venerava la memoria, dovettero colpire il papa e produrre l'effetto sperato.
E così Leone XII di suo pugno scrive un rescritto, che nell’ultima frase è anch’esso in rima, e concede un sussidio al parroco: Si vera sunt esposita, / provveda il nostro tesoriere e all'oratore / faccia una assegnazione che gli conceda / modo di ben campare nell'ultime ore. / In breve, per cena pranzo e dejner/ gli passi ciascun giorno giuli tre. [...]
LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La documentazione citata è in ASR, Computisteria generale della RCA, 1477-1870, div.VII, b.481, fasc. 188.
Su Genga e sul ponticato di Leone XII è in atto un progetto pluriennale di ricerca che dal 2012 ha portato alla pubblicazione da parte dell’Assemblea
Legislativa della Regione Marche di ben sei volumi.
Citiamo fra gli altri: Il conclave del 1823 e l’elezione di Leone XII , a cura di Ilaria Fiumi Sermattei e Roberto Regoli (2016), e Antico, conservazione e restauro a Roma nell’età di Leone XII , a cura di Ilaria Fiumi Sermattei,
Roberto Regoli e Maria Piera Sette (2017).
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(1) Questo articolo è stato pubblicato nel settimanale "L'Azione" del 21/10/2017 pag, 22, clicca qui [...]

12 gennaio 2019

Astuti cardinali e abili banchieri. Giacomo Antonelli e l' Appannaggio Beauharnais (1810-45)

Card. Giacomo Antonelli
Circa duecento anni fa, il 26 maggio 1805, Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi, diventava re d’'Italia (1). 
A Milano durante la cerimonia di incoronazione, forse stanco perché il sacerdote celebrante non si sbrigava, l`imperatore dei francesi si pose da solo sul capo la corona ferrea dei re Longobardi, custodita nel Duomo di Monza, esclamando: "Dio me l`ha data e guai a chi me la tocca"
Frase passata alla storia!! 

NOMINA DEL VICERE' D'ITALIA.  Così, dal 1805 al 1814, viene nominato un Vicerè del regno d'Italia nella persona del principe Eugenio di Beauharnais.
Si trattava di un figlio di primo letto della futura moglie di Napoleone, Giuseppina Beauhrnais
Sembrava che il principe potesse guadagnarsi un pò di autonomia, però, anche se il regno era italiano di nome, rifletteva in realtà il comando a tutto tondo da parte dei francesi e di Napoleone in primis.
RICCA RENDITA PER IL PRINCIPE. Nel 1810 Napoleone emana una legge con la quale mette a disposizione del viceré d’Italia un Appannaggio. Si trattava di un insieme di beni destinati a mantenere la sua famiglia e la corte. 

Quello che passerà alla storia come Appannaggio Beauharnais consiste in beni da poco confiscati – in base a leggi mutuate dalla Francia – a conventi, monasteri, enti religiosi, ecc. 
Si tratta complessivamente di 2.300 terreni, 138 edifici urbani ed una ottantina di opifici e mulini. Sono tutti collocati nelle Marche, regione che dal 1808 era stata annessa al Regno d’Italia, in particolare nei Dipartimenti del Metauro e Musone (province di Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata).  
Eugenio di Beauharnais
Il Principe conserverà queste rendite  anche dopo la Restaurazione del 1814-15, malgrado la netta contrarietà dello Stato della Chiesa
Infatti, dopo l'abdicazione di Napoleone e la caduta del Regno Italico nel 1814, le potenze vincitrici al Congresso di Vienna stabiliscono - nonostante le rimostranze del cardinale Consalvi, che partecipa  in qualità di osservatore in rappresentanza dello Stato Pontificio - che Eugenio Beauharnais può continuare ad usufruire dei beni ricevuti nel 1810. 
GESTIONE DELL'APPANNAGGIO. Eugenio deve pagare alla Camera Apostolica 160.000 scudi romani, a titolo di laudemio e un canone annuo di 4.000 scudi. Per l'amministrazione dei beni ducali è istituito un ufficio centrale ad Ancona con sedi distaccate in altre città marchigiane; dalla Germania (ove Eugenio risiedeva) arrivano abili amministratori ed esperti dirigenti d'azienda, che introdussero nuovi metodi di coltivazione e di produzione.L'8 maggio 1816 viene stipulato un atto notarile tra il Governo Pontificio ed il Principe Eugenio, con il quale si stabilisce che i beni posseduti da quest'ultimo sono concessi in enfiteusi e la Camera Apostolica  avrebbe potuto riscattarli quando lo avesse ritenuto opportuno. Tale diritto però per lungo tempo non potette essere esercitato per il tragico dissesto delle finanze pontificie, risalente addirittura al 1831 (vedi dopo).
Il regno d'Italia
(1803 - 1814)
GIACOMO ANTONELLI. Nato nel 1806 a Sonnino, da famiglia di origine modestissima, arricchitasi poi in fortunate speculazioni immobiliarii, viene mandato a Roma dal padre Domenico, che desiderava avviarlo, nonostante la sua scarsa propensione per la vita ecclesiastica, ad una carriera nell'amministrazione pontificia. Così Antonelli compie gli studi umanistici al Collegio Romano e quelli di diritto alla Sapienza, ove conseguì nel 1827 la laurea in utroque, cioè in diritto civile e canonico. Nel 1830, avuti dal padre i fondi richiesti per l'ingresso nella Prelatura iustitiae, iniziò la carriera curiale prima nella congregazione del Buon Governo, e poi alla Corte superiore, organo di giustizia amministrativa, e nel 1834 passò al tribunale criminale di Roma.
L'acume, il senso pratico e i modi eleganti avevano presto attratto sul giovane Giacomo l'attenzione di prelati influenti, in particolare dei cardinali P. Zurla e L. Lambruschiní, che ne favorirono la rapida ascesa. 
La particolare competenza e abilità in materia di economia e fìnanza gli spianarono la strada verso una lunga carriera iniziata prima come Ministro delle finanze  sotto il pontificato di Gregorio XVI, e poi, diventato cardinale , proseguita con Pio IX, con sempre una maggiore influenza nei tentativi di riforma liberale del nuovo Papa, sui quali esercitò peraltro un grande influsso. 

RISCATTO DEI BENI NONOSTANTE LA MANCANZA DI DENARO. Nel 1845, il giovane Giacomo Antonelli (1806 – 1876) ), all'epoca Grande Tesoriere, ossia Ministro delle Finanze dello Stato Pontificio, durante il pontificato di Gregorio XVI riesce con molta abilità a risolvere l'annoso problema dei beni collocati nelle Marche, che però erano ancora in mano agli eredi di Eugenio di Beauharnais.
Antonelli  avvalendosi del banchiere romano Agostino Feoli, con un'abile operazione finanziaria, riesce a far tornare in possesso dello Stato della Chiesa i beni appartenenti all'Appannaggio, divenuto nel frattempo"Appannaggio Leuchtenberg"
Spinti anche dalle difficoltà di amministrare beni così lontani dalla loro residenza, gli eredi di Eugenio si mostrarono inclini a cambiare il contratto originario e a sottoscrivere una transazione con lo Stato pontificio
Antonelli  a nome della Chiesa ricompra i beni dell'Appannaggio per 3.740.000 scudi. 
Ma come fa il cardinale Antonelli a trovare i soldi necessari? L'Antonelli deve infatti fare i conti con la pesante situazione debitoria dell'Erario, originata principalmente dal disastroso prestito contratto con i Rothschild all'indomani dei moti del 1831.
 Decreto di Eugenio di Beauharnais
 11 giugno 1807 (ASBologna)
Sulla piazza romana era famoso per la sua abilità il banchiere Agostino Feoli e così scatta una delle operazioni più brillanti che questo abile cardinale condusse in porto nel nuovo incarico. 

IL RISCATTO DEI BENI. Il congegno finanziario studiato dai due fu il seguente. Il governo pontificio riscattava l'enfiteusi (contratto stipulato il 3 apr. 1845) pagando agli eredi di Eugenio, divenuti Leuchtenberg, la somma di 3.750.000 scudi.
Tale somma era ricavata affidando alla casa Rothschild l'incarico di collocare certificati di debito pubblico per pari importo all'interesse del 5%, garantiti con ipoteca su quelle terre. I Rothschild progettavano di concludere l'operazione di collocamento in due anni, ma nel giugno 1847 erano ancora in possesso di 3.600 obbligazioni da 1.000 franchi . 
Frattanto il 24 aprile il governo pontificio firmava un contratto di vendita dei beni dell'Appannaggio a una società privata costituita dal Feoli e da altri esponenti della finanza romana (i principi M. Borghese e G. C. Rospigliosi e l'avvocato E. De Dominicis) per un importo di 3.880.000 scudi pagabili in 12 anni all'interesse del 5%: la Società dell'appannaggio si impegnava a rivendere i beni in piccoli lotti a sudditi pontifici. 
Da notare che il cardinal Antonelli  escluse dal grande affare da lui condotto il banchiere Torlonia. Loperazione si concluse quindi senza che lo stato pontifico spendesse un solo scudo!!!

LE CARTE D'ARCHIVIO. La documentazione relativa alla complessa operazione è conservata nell'Archivio di Stato di Roma, fondo Camerale II, Appannaggio Beauharnais.
Si veda inoltre Archivi di famiglie e di persone, Antonelli in cui fra l'altro si conservano n. 329 buste e registri relativi a l’archivio dell’amministrazione dell’appannaggio Beauharnais.
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1) La presenza francese nei territori italiani, iniziata con l'’invasione nel 1796 e terminata nella primavera del 1814, coincide con uno dei periodi più ricchi e importanti nella storia d'’Italia, un’ passaggio epocale fra età moderna e contemporanea. E nonostante siano passati due secoli, l’'avventura italiana di Napoleone è oggetto ancora oggi di vivaci controversie tra chi vede in essa l’'occasione positiva di un prima emancipazione e modernizzazione dell’'Italia e chi la considera una brutale occupazione straniera