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11 febbraio 2023

Viaggiare nello Stato pontificio. Quanta povertà e disoccupazione...

Archivio di Stato
di Roma
Siamo nel 1775.  Il pontefice  e i suoi ministri sono in riunione... si parla e si discute sui temi all'ordine del giorno. E' urgente esaminare le notizie della nuova situazione creata dalle riforme avviate nel resto d’Europa e anche in alcuni Stati italiani. 
Nello Stato pontificio c'era infatti stato solo qualche modesto tentativo per i molti ostacoli che qui minavano il difficile cammino delle riforme.
E così alla fine dell'udienza la decisione è presa da Pio VI (1775-1799) - il papa nativo di Cesena  - appena eletto. 
Egli decreta un viaggio-ispezione che avrebbe portato mons. Guglielmo Pallotta, Tesoriere generale della Reverenda Camera apostolica, e il suo seguito da Roma in su, fino alle province settentrionali.
Papa Braschi  era un conoscitore delle finanze pontificie, in quanto precedentemente, nel 1766, (durante il pontificato di Clemente XIII, 1758-1769),), aveva rivestito la importante carica di Tesoriere della Reverenda Camera apostolica, cioè il Ministro delle finanze.


SCOPI DEL VIAGGIO. Scopo di questo viaggio-ispezione è dunque quello di avere informazioni precise sui  possedimenti statali (tenute, fortezze, magazzini etc.), sulla situazione delle attività manifatturiere e commerciali nelle province.
Il papa  è interessato anche a conoscere le modalità di esazione dei dazi e delle gabelle di transito interne.
Pio VI voleva che persone di sua fiducia, con precise direttive, verificassero e completassero le informazioni, già in parte in suo possesso. Queste ultime provenivano da alcuni amministratori locali, o da precedente relazioni,: da persone di cui il papa forse poco si fidava.  Di qui la necessità di un nuovo viaggio -ispezione. 
E così i risultati di queste osservazioni sono tutte in una Relazione del viaggio...per lo stato ecclesiastico conservata nell’Archivio di Stato di Roma nella fondo Camerale II.

4 marzo 2022

Viaggi in terre lontane: la Cina nel secolo XVI e l'Atlante di Michele Ruggieri


Oggi una delle occupazioni che più attraggono l'umanità è viaggiare, anche a causa della facilità con ci si può spostare in tutte le direzioni possibili. Però, anche nelle epoche passate nonostante i molteplici ostacoli e le difficoltà che si dovevano affrontare per intraprendere qualsiasi tipo di viaggio, il desiderio di conoscere luoghi e culture diverse ha sempre spinto l’uomo a tentare di raggiungere terre lontane.
Uno di questi pionieri dei viaggi-avventura, è stato sicuramente il gesuita Michele Ruggieri (Spinazzola, 1543 – Salerno, 11 maggio 1607), che nel secolo XVI raggiunse e visse in Cina per quasi dieci anni.

MICHELE RUGGIERI MISSIONARIO IN CINA. Ruggieri è stato missionario e primo cultore europeo della lingua e della geografia della Cina.
Originario di Spinazzola in Puglia, studiò diritto civile ed ecclesiastico a Napoli. Per breve tempo al servizio di Filippo li di Spagna, nel 1572 si fece gesuita.
 
E nel contatto fra europei e cinesi, sviluppatosi proprio in quel secolo, un ruolo di particolare rilievo fu svolto proprio dai gesuiti
Partito come missionario nel 1578 da Roma, dopo un imbarco su una nave portoghese giunse prima a Lisbona e dopo 7 lunghi mesi arrivò a Goa in India, dove si fermò per nove mesi. La richiesta di un missionario per la Cina cambiò i suoi programmi e così nel 1581 giunse a Macao. 
Qui affrontò per primo lo studio della lingua dei mandarini e con l'aiuto di un catecumeno imparò un gran numero di ideogrammi
Autore di un Catechismo che presentava i fondamenti del cristianesimo ai cinesi, attraverso i viaggi nei territori dell’impero cinese,  cercò di creare un atlante completo – che ancora oggi fornisce interessanti spunti di riflessione e di informazioni inedite per l’epoca - per illustrare questo nuovo mondo, i costumi, la lingua e la religione del popolo e del Regno di Wanli.
ASR, Atlante della Cina di Michele Ruggeri
Mentre Ruggieri progettava di partire e raggiungere Pechino,  nel 1588, a causa della difficile situazione della missione, gli fu ordinato di ritornare a Roma per portare una supplica al papa
Non potendo più tornare in Oriente, padre Michele trascorse gli ultimi anni della sua vita nel compilare l'Atlante della Cina. I suoi studi  testimoniano uno dei suoi primi incontri tra le due più importanti civiltà del mondo, quelle dell’Oriente e dell’Occidente.

12 novembre 2021

Un viaggio a Madrid nel 1736-38. Fra spese pazze e debiti condonati...



cardinale Ludovico di Borbone 
(da bambino) 

Nel concistoro del 19 dicembre 1735 il pontefice Clemente XII (1730-40) nomina cardinale un bambino di soli 8 anniLudovico di Borbone, Infante di Spagna.
Già l'anno prima, nel 1734. per insistenza della madre Elisabetta Farnese, seconda moglie del potentissimo re Filippo V di Spagna, il bambino era stato proposto come arcivescovo di Toledo dal re suo padre.
Si sa come andavano le cose quando c'erano di mezzo personaggi potenti e arroganti...

IL RE DI SPAGNA FA PRESSIONI. 
E' probabile però che a causa delle forti pressioni subite, e al desiderio di mostrare benevolenza al potente Re spagnolo, il pontefice trovasse un escamotage facendo assegnare comunque al fanciullo le ricche rendite provenienti dall'arcivescovato, e nominando un tutore spirituale. Diventato adulto, Ludovico sarebbe potuto subentrare come arcivescovo. 
Un altro colpo di scena riguarda invece il cardinalato. Alla pressante richiesta di nominare il bambino Ludovico cardinale sembrerebbe che Papa Clemente XII cercasse di opporsi, adducendo come valido motivo la troppo giovane età. 
Ricordiamo che Papa Sisto V aveva stabilito in 30 anni l'eta per diventare cardinali. 
Nel  1735 Clemente XII, andando contro le regole,
nominò Ludovico di Borbone cardinale.

IL CAPPELLO CARDINALIZIO. La prassi dell'epoca stabiliva che dovesse essere il Sommo Pontefice a nominare i Cardinali durante una cerimonia chiamata «Concistoro»
card. Ludovico 
di Borbone
(in età adulta)
Di conseguenza il cappello cardinalizio di colore rosso -il galero- doveva essere imposto per mano del Papa, che contestualmente pronunciava queste parole "ricevi questo cappello rosso; esso significa che fino alla effusione del sangue ti devi mostrare intrepido per l'esaltazione della fede, la pace e la prosperità del popolo cristiano, la conservazione e l'accrescimento della S. Chiesa". Il galero è  stato reso facoltativo dopo la riforma liturgica di papa Paolo VI (1963-1978)

LA CARRIERA DI MONSIGNOR ALTOVITI. Dato che il fanciullo era straniero e viveva a Madrid, il papa avrebbe dovuto incaricare un suo sostituto per consegnare il cappelloLa prestigiosa nomina del bambino-cardinale comportava  la necessità  per consegnare il cappello simbolo del cardinalato.
Per svolgere l'incarico venne designato monsignor Luigi Innocenzio Altoviti (16 ottobre 1691-2 ottobre 1744.). 
Entrato in prelatura quando lo zio di suo cognato era stato eletto pontefice, il già citato fiorentino Papa Clemente XII, Luigi Innocenzio Altoviti fu destinato prima ne 1731 a portare la berretta cardinalizia al cardinal Guadagni in Arezzo. Poi fu eletto canonico di San Pietro nel 1732 e cameriere segreto del papa nell'anno appresso. 
Cardinale
 con il galero
Nel 1734 fu promosso economo e segretario della fabbrica di San Pietro, e dopo due anni fu ammesso come soprannumerario fra i protonotari apostolici partecipanti.
Nell'anno stesso fu mandato in missione diplomatica a Madrid con l'incarico di  portare il cappello cardinalizio all' infante Ludovico di Borbone eletto cardinale, e infine nel 1742 fu nominato chierico di camera.
Tutto faceva presagire una ulteriore luminosa carriera quando la morte troncò le sue e le speranze della famiglia il dì 2 ottobre 1744.

LE SPESE PER IL VIAGGIO A MADRID. Per andare in Spagna a svolgere la sua "missione", Monsignor Altoviti aveva necessità di denaro!
Perciò il papa con un suo ordine scritto, il cosìdetto chirografo, si rivolse al tesoriere generale per accreditargli la cospicua somma di 4000 scudi, in previsione delle considerevoli spese da sostenere per il viaggio, per dimorare in Madrid e per svolgere con la dovuta solennità e sfarzo tale incarico.
Tale somma doveva servire anche alle spese della numerosa comitiva al seguito del monsignore
Ma non basta: la missione doveva  essere svolta - lo dicono i documenti - con  pompa magna.  
Non va dimenticato che Mons. Altoviti era da considerare il rappresentante del pontefice presso la corte spagnola!
L'intera, ingente somma doveva però essere rendicontata. Ciò voleva dire che il monsignore doveva  presentare delle fatture a testimonianza delle spese effettivamente sostenute. 
Corte spagnola
(tra sec. XVII-XVIII)

NUOVA RICHIESTA DI DENARO, UN ANNO DOPO. Ma il denaro  che il monsignore si trova a gestire ben presto finisce. Le fonti tacciono i particolari  del caso: forse si trattò di cattiva amministrazione, di voraci cortigiani (e cortigiane?), di poca accortezza nello spendere. Inoltre il soggiorno si prolungò notevolmente.....
Resta il fatto che per mantenere l'alto tenore di vita e la costosa comitiva, nel novembre del 1737, mons. Altoviti dovette bussare di cassa e chiedere un ulteriore accreditamentoNon gli fu concesso, tuttavia.
Si può solo immaginare il borbottare tra il pontefice e i suoi amministratori di fronte ad una simile richiesta. 

CONCESSIONE DI UN PRESTITO E SUCCESSIVO CONDONO. Però Monsignore Altoviti ottenne altri 6000 scudi,  ma questa volta si trattava di un prestito. 
Tale somma era da restituire al suo ritorno a Roma
Nelle carte d'archivio si fa solo un cenno alle cospicue spese d’ingresso sostenute per accreditarsi nella Corte di Madrid, a causa anche dello sfarzo che la caratterizzava.
Ovviamente per il prelato italiano non sarebbe stato facile restituire una somma così cospicua.
Madrid, Escorial
Si fece perciò ricorso ad un condono. Sempre grazie ad un chirografo, il pontefice concesse un condono di scudi 6000 dalla somma totale di 10.000 scudi, che Altoviti aveva ricevuto. 
Restavano comunque da restituire e rendicontare soltanto i 4000 scudi iniziali. Non è tutto! Il pontefice abbuonò a mons. Altoviti l’obbligo di esibire in Camera i conti delle spese effettuate con i primi 4000 scudi.
Così alla fine si misero d'accordo e il monsignore versò soltanto la  somma iniziale di 4000 scudi nelle casse dello Stato, in data 13 agosto 1738.

LE CARTE D'ARCHIVIO. Cfr. alcune carte conservate nell'archivio Camerale II - Computisteria (in particolare questo era  l’ufficio che registrava i conti, in entrata e in uscita della Camera Apostolica e revisionava i libri di contabilità. - come dire, una specie di Ragioneria generale dello stato-) conservato presso l'Archivio di Stato di Roma è possibile seguire la vicenda.

8 dicembre 2020

Le ferrovie, “manifestazioni del demonio” per Gregorio XVI, poi però regna Pio IX.

Grazie a varie tipologie di documenti è possibile conoscere i  viaggi che i pontefici (e ovviamente non solo loro) fecero nelle epoche passate (clicca qui).
Questi viaggi avvenivano nonostante la scomodità che li caratterizzava.  Ogni spostamento nel migliore dei casi si faceva utilizzando carrozzeMa in quelle epoche le strade erano poche,  sterrate e in alcuni tratti assai difficili; il viaggio era poi soggetto a frequenti stop per cambiare i cavalli; per non parlare dei pericoli costituiti dai briganti, che aspettavano al varco gli incauti viaggiatori.
Insomma tuttociò rendeva ogni viaggio un'avventura.
Figuriamoci quindi, quando a partire dai primi dell'Ottocento, si cominciò a sentir parlare di una invenzione che avrebbe rivoluzionato il modo di viaggiare di tutti, e non solo: il treno.

GREGORIO XVI CONTRARIO ALLE INNOVAZIONI. E' nota la leggendaria avversità di Gregorio XVI (1831-1846) per le strade ferrate, i treni e le locomotive a vapore, sbuffanti mostri metallici che egli considerava “manifestazioni del demonio”. 
Si racconta infatti che nel sonnolento ambiente culturale della curia pontificia, durante questo pontificato,  le novità erano malviste, e quindi il papa non  appoggiò le pressanti richieste avanzate dalle province settentrionali, Bologna e la Romagna in particolare, di introdurre alcune vie ferroviarie, anche ad imitazione di quanto avveniva negli stati limitrofi.
Ma accanto a queste ragioni, altre contribuirono ad allontanare il papa dalla nuova invenzioni.
IL NO DEL PAPA ALLE FERROVIE. Gregorio XVI probabilmente, soprattutto agli inizi del suo pontificato, non autorizzò la loro costruzione, perchè si rese ben presto conto, insieme ai suoi consiglieri, che era una scoperta troppo recente e e non priva di criticità

  1.  I costi erano enormi, rispetto alle magre risorse finanziarie su cui il papa poteva contare (1).
  2.  Lo stato pontificio  era privo di carbone  e di ferro e molto arretrato in quanto a tecnologia, e quindi tuttociò sarebbe dovuto venire dall'estero. 
  3.  Le conseguenze dei moti rivoluzionari del 1831 era stati disastrosi per le finanze pontificie[clicca qui...]
  4. si erano diffuse idee conservatrici rispetto ai nuovi ritrovati della tecnica;si diceva che, in mancanza di attività commerciali, le strade ferrate finivano per rovinare gli interessi del paese e delle sue manifatture, diminuendo il costo dei prodotti importati e gettando sul lastrico vetturini, carrettieri, maniscalchi.
Quindi figuriamoci Gregorio XVI, indebitate come erano le finanze pontificie in quei tempi  con i banchieri francesi Rothschield [clicca qui..], se poteva impegnarsi in una nuova avventura!!!
Va considerato poi che accanto a questi timori, ce n'erano altri di tipo politico, in quanto le ferrovie favorivano gli spostamenti con gli altri stati e quindi anche l'arrivo di rivoluzionari nel territori pontifici. 

Comunque diverse proposte per la costruzione di strade ferrate furono portate davanti al Pontefice Gregorio XVI, che però si dimostrò sostanzialmente ostile verso queste iniziative modernizzatrici, confermando l’atteggiamento di chiusura e di isolamento dello Stato ecclesiastico.
Proprio negli ultimi anni del suo regno però cominciò un acceso dibattito e un fervore di idee, di progetti, di richieste su questo argomento: dal 1845 fino almeno al 1849, si sviluppò infatti una vera e propria questione ferroviaria , che vide impegnati i ceti borghesi, fautori di maggiori libertà nell’economia e nell’impresa.

LE FERROVIE NEGLI ALTRI STATI. Intanto negli altri Stati preunitari si iniziavano a inaugurare le prime ferrovie.
Considerate nuovo simbolo del progresso della moderna società borghese, avevano fatto la loro apparizione nel vicino Regno di Napoli nel 1839, quando Ferdinando II aveva inaugurato la linea ferroviaria Napoli – Portici, con la locomotiva francese Bayard.  
Il collegamento con il vicino regno borbonico, principale partner commerciale dell’arretrato Stato Pontificio – da Napoli si importavano derrate alimentari, prodotti industriali e manifatturieri, destinati soprattutto al consumo della capitale papalina - avrebbe rappresentato il perno della nuova politica di sviluppo dei trasporti e  comunicazioni pontifici.


Pio IX
CAMNIO DI ROTTA CON PIO IX . Salito al soglio pontificio il 16 giugno 1846 col nome di Pio IX (1846-1870),  il progressista Giovanni Maria Mastai Ferretti fra i primi atti di governo pensò ad avviare i cantieri per la costruzione delle ferrovie.
Il nuovo pontefice con entusiasmo si trovò subito a fronteggiare un fiorire di richieste di autorizzazione per effettuare studi tecnici rivolti a progettare linee ferroviarie, frutto talvolta di volontà esterne. 
Come quella degli Austriaci, che erano interessati a congiungere il Lombardo-Veneto con la Toscana passando per Bologna e poi quella dei Francesi, favorevoli a una ferrovia tra Roma e il porto di Civitavecchia, dove potevano arrivare i rinforzi per il contingente militare che, dopo la repressione dei moti del '48, sorvegliava l'integrità dello Stato pontificio. 
Ma gli esiti drammatici delle vicende romane durante il 1848-49 registrarono un altro cambio di rotta e diedero un colpo anche alle speranze dei modernizzatori più moderati che vedevano nella strada ferrata un mezzo indolore per aprire la vita economica e commerciale delle provincie pontificie. Così la successiva storia delle realizzazioni ferroviarie  risentirà di un clima politico e amministrativo più ostile all’introduzione di mutamenti nella vita economica e produttiva dello Stato.

PRIMI PROVVEDIMENTI DI PIO IX. Intanto però con notificazione del 7 novembre 1846Pio IX aveva disposto la costruzione di 4 linee ferrate in concessione. 
La prima, con tratta da Roma a  Ceprano al confine con il Regno di Napoli, avrebbe congiunto la capitale papalina  con  il  confinante stato borbonico.
Le altre tre linee avrebbero rispettivamente collegato Roma con Bologna (principale centro dello stato pontificio dopo Roma), Civitavecchia (maggiore  approdo marittimo) con Porto d’Anzio
Come detto, ci fu però uno stop in conseguenza dei moti del 1848-49,  e per la costruzione della prima linea ferroviaria dovette costituirsi nel novembre 1848 prima la “Società Pio – Latina”.
Bisognerà attendere il 7 luglio 1856 per vedere il primo convoglio percorre una strada ferrata (di modesta lunghezza) tra Roma e Frascati, dove la stazione era temporaneamente posta a porta Maggiore. Una linea che, per altro, nasceva senza alcuna particolare motivazione di carattere economico e che fu aperta all’insegna della “scampagnata” con l’accompagnamento di velenose pasquinate e di ironici commenti della stampa piemontese.
La prima fermata era a Ciampino, dove la linea ferrata si biforcava: un binario raggiungeva Frascati, l’altro attraverso Albano e Velletri raggiungeva Ceprano, dove si incontrava con la linea ferroviaria napoletana.   


MODESTI RISULTATI. 
Alla fine, nello Stato pontificio si conteranno due soli collegamenti ferroviari in esercizio: uno con il porto di Civitavecchia (con un percorso che si snodava in un territorio sostanzialmente deserto e malarico e che aveva l’unico scopo di servire gli acquartieramenti francesi) e l’altro, verso il sud, limitato alla cittadina ciociara di Ceprano. 
Un risultato tutt’altro che entusiasmante se si pensa a quanto, nel frattempo, avevano realizzato gli altri Stati italiani.

Nel 1870 Termini, dove si stava ultimando la stazione, era capolinea delle ferrovie provenienti dai confini dello Stato Pontificio: Orbetello (per Civitavecchia); Ceccano (per Velletri) Cortona (per Orte, snodo anche della linea proveniente da Ancona). 
Ad esse si aggiungeva  la tratta locale per Frascati. Qui la stazione originaria fu dapprima attestata a tre chilometri dal centro cittadino: solo nel 1884 fu prolungata fino ai margini dell’abitato della cittadina dei Castelli.

IL TRENO DI PIO IX. Certo il “Papa Re” non viaggiò sui treni pubblici. Per papa Mastai Ferretti si costruì un treno personaletre carrozze da far invidia a una testa coronata, dono di aziende pontificie commissionate a officine francesi. Addirittura una carrozza era allestita a loggia per le benedizioni, una seconda aveva un salotto e trono, infine la terza ospitava una sontuosa cappella.

RAPPORTI FRA GLI INTRAPRENDENTI E MINISTERO LAVORI PUBBLICI. Fu una travagliata vicenda quella fra le  «compagnie di intraprendenti» interessate alla costruzione delle strade ferrate, e  i responsabili degli uffici incaricati di questo importante settore. I primi cercarono di farsi affidare il maggior numero di concessioni, per il maggior numero di anni , con sistemi che garantissero il massimo degli utili.  Invece gli organi pontifici, in primis il Ministero dei lavori pubblici,  cercavano di capire qual fosse il sistema più sicuro per assicurasi guadagni ed evitare perdite.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA.  Cfr. il volume dedicato a L'Archivio del Commissariato generale per le ferrovie pontificie, a cura di Pietro NEGRI. Roma, Ministero per i beni culturali, 1976. Più recentemente è stato pubblicato il volume: La meravigliosa invenzione. Strade ferrate nel Lazio 1846-1930, MBCA - ASRoma, 2003, a cura di D. Sinisi e M.G. Branchetti.
Interessante per seguire l'evoluzione  delle ferrovie nello Stato pontificio sono lr carte  conservate in  Archivio di Stato di Roma nel fondo: Prefetttura di RomaMinistero dei lavori pubblici, commercio, belle arti, industria e agricoltura. Indispensabile poi la lettura dei "Bandi" emessi per regolamentare tale settore. 



10 gennaio 2020

Da Roma a Terracina. Pio VI in viaggio (1780-87) per la bonifica delle paludi pontine

Considerando la difficile situazione delle vie di comunicazione nello Stato pontificio e dei mezzi di trasporto, mettersi in viaggio nelle epoche passate era veramente un'impresa!
I pontefici però si sono sempre spostati da Roma per vari motivi.
SCOPO DEI VIAGGI. Che cosa li spingeva a intraprendere i viaggi, spesso lunghi e soprattutto disagiati, che mal si adattavano alla figura classica del papa, almeno come viene raffigurato in vari dipinti, e quasi sempre in età avanzata? Presupposto importante di alcuni di questi viaggi era il fatto che si trattava di  sostenere delle iniziative, cui alcuni papi tenevano molto, e in cui avevano investito molto denaro. Recandosi sul posto c'era modo di controllare lo stato dell'arte, dando lustro all'iniziativa stessa in modo da incoraggiare il suo proseguimento, con effetti benefici sul prestigio dello Stato. 

VISITA AI LAVORI DI BONIFICA. E’ questo il caso dei viaggi effettuati dal pontefice Pio VI (Braschi, 1775-1799) per visitare i lavori di bonifica da lui voluti per il prosciugamento delle paludi pontine, nel tentativo di recuperare alla coltivazione l'ampio territorio a sud della capitale. Si trattava di un' immensa landa paludosa che si estendeva da Cisterna fino a Terracina. Nei viaggi  il papa è accompagnato da suo nipote il monsignor Romualdo Braschi- Onesti, che diverrà successivamente cardinale.
ASR, particolare del Catasto Alessandrino
 Sviluppo della strada
fuori Porta S. Sebastiano e Latina fino a Nettuno..1660

LUIGI BRASCHI ONESTI. Il papa aveva anche un altro nipote: Luigi Braschi Onesti, personaggio di rilievo della società romana dalla vita fastosa e spregiudicata. 
In questo business delle paludi pontine Luigi Braschi-Onesti era direttamente coinvolto.  In pochi anni  era diventato padrone di un vasto patrimonio terriero. Come? Numerosi territori dell'Agro romano li aveva avuti per donazione, mentre altri gli erano stati  ceduti in enfiteusi. Si trattava proprio di una grossa parte dei terreni bonificati nel 1777 nell'area delle paludi pontine!!! 
I viaggi intrapresi da Pio VI avevano quindi dei dei motivi collegati ai suoi interessi privati  e a quelli dei suoi nipoti, in particolare del nipote Luigi.
STRATEGIA DI PIO VI. Durante il  suo lungo pontificato, intenso di avvenimenti politici, il pontefice Pio VI* prese a cuore anche il miglioramento delle  vie di comunicazioni, e promosse la bonifica dell'Agro romano. 
Pio VI
(1775-1799)
Questo progetto,  tentato anche da altri pontefici, a fronte di enormi spese ebbe risultati scadenti nel risanamento della zona paludosa e pesanti conseguenze per il bilancio statale, con un preoccupante  crescita del debito pubblico. Discutibile poi fu la gestione amministrativa e finanziaria, mirata all'arricchimento dell'entourage del pontefice e del nipote Luigi,  personaggio di rilievo della società romana.
LAVORI ALLE STRADE. Se difficile si presentava la situazione delle strade in generale, la via Appia ,  strada principale per raggiungere questi territori e continuare fino a Napoli, era molto malridotta: per gli alberi cresciuti disordinatamente, per il fondo dissestato, invasa  dalle  acque, dal fango che la rendevano inutilizzabile al transito di mezzi e persone. Pertanto Pio VI decise e trovò le risorse per la sua sistemazione, curando anche il suo aspetto estetico facendola ornare di una doppia fila di olmi, da Tor Tre Ponti fino alle porte di Terracina. 
Luigi Braschi Onesti
(1745 - 1816)
BONIFICA DELLE PALUDI PONTINE. I lavori per la bonifica ebbero inizio nell'autunno del 1777. Primo passo fu quello, come detto, di recuperare la possibilità di transito sulla antica e abbandonata via Appia; e, realizzando le cosìdette migliare, impiantare un sistema di strade e canali ortogonali all'Appia. Oltre a ciò, il nome di papa Pio VI è legato alla costruzione del canale, che fiancheggia la fettuccia, ideato per risolvere il problema dello scolo delle acque. Iniziato nell'estate del 1778 fu completato dopo oltre tre anni, per una lunghezza complessiva di 21.539 metri. Al canale fu dato il nome di Linea Pio. 
Queste opere di bonifica però non furono accompagnate dal consenso dei Comuni e dei privati, interessati a mantenere le peschiere costruite sui canali, che impedivano il regolare deflusso delle acque, provocando allagamenti nei campi.
Questi stessi motivi impedirono che l'opera del papa bonificatore avesse un seguito e una conclusione negli anni successivi.
   

Visita di Pio Vi
alle paludi
VIAGGI DEL PONTEFICE PIO VI. Proprio a cominciare dal mese di aprile 1780 fino al 1787, iniziano una serie di viaggi del pontefice per controllare i lavori intrapresi in questi territori. Dopo ogni viaggio veniva stesa una Relazione (anonima), che come in un diario riporta giorno per giorno  le giornate del papa fuori dai palazzi vaticani: tappe, incontri, luoghi di permanenza, luoghi di visita,  pranzi offerti, modi di ricevimento dell'importante comitiva ( etc.).  Particolare rilevanza viene data ai diversi incontri avuti con le autorità locali, tutte desiderosi di essere ammessi al suo cospetto.
Si parte quindi con l'uscita da Roma. Un solenne corteo deve arrivare a Terracina. Si trattava (nel primo viaggio) di due carrozze con tiri di posta a 6 cavalli montati da postiglioni con uniforme, e stemma del Generale delle Poste. Nella prima carrozza c’era il pontefice, accompagnato dal nipote, mons. Braschi- Onesti, e mons. Contesini elemosiniere (cioè un cameriere segreto del papa).
La seconda, era occupata da due cappellani, un aiutante di camera e da un’altra persona di servizio. Seguiva uno strascino, cioè un carro a 4 ruote con copertone di tela incerata, mezzo di trasporto diffuso in città. Al seguito era anche il facocchio, che si occupava della manutenzione  delle carrozze. Due palafrenieri erano invece sulle carrozze. Al seguito del  Papa erano sei carrozze, che però lo accompagnano soltanto fino all’uscita da Roma.
Uscito da porta S. Sebastiano, prima tappa è Albano, dove il pontefice è ricevuto con tutti gli onori del caso. Quindi si prosegue per Genzano dove è allestito un rinfresco.
Il terzo giorno arriva a Terracina dove, fra l’altro il papa si reca a piedi all’antico porto. Successivamente giunge nella zona di Porto Badino per visitare i lavori al canale denominato dal suo nome Linea Pio. Furono inoltre costruiti 39 canali di scolo,  denominati  migliare,  per  la  distanza  di un miglio romano (metri 1500 circa) che intercorreva tra l'una e l'altra.
Le visite del papa sono occasione per le autorità locali e religiose di farsi ricevere dal Santo padre.

LE CARTE D'ARCHIVIO. I resoconti di questi viaggi sono conservati nell'archivio di Stato di Roma nel fondo Camerale II, Paludi Pontine.  Mentre pregevoli piante  della zona bonificata si trovano invece nella Collezione Disegni e Mappe (continua).
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* Questo pontefice, nato a Cesena, vantava un bel curriculum prima dell'elezione: dal 1766 aveva rivestito l' importante carica di tesoriere della Camera apostolica, cioè Ministro delle finanze, cominciando così ad interessarsi al risanamento della disastrata situazione economica dello Stato pontificio.
[immagini: N.1, ASR, Carta delle paludi pontine, 1777; N.2 Ritratto di Pio VI; N.3 ASR, Catasto Alessandrino, Porta San Sebastiano, particolare del sec. XVII; N.4, Ducros, Abraham Louis Rodolphe,Visita di Pio VI alle Paludi Pontine,1786, Museo di Roma]

27 novembre 2019

Ancora altre tasse per abbellire Roma: arriva Carlo V nel 1536

 
Ritratto di Carlo V
Siamo nel gennaio 1536. Roma si prepara a ricevere la visita del potentissimo Carlo V d’Asburgo,  imperatore del sacro Romano impero.
Egli in effetti arriva a Roma nell'aprile del 1536, con lo scopo ben preciso di conoscere e cercare di farsi alleato il nuovo pontefice Paolo III (Alessandro Farnese, 1534 - 1549). 
La città deve essere resa più bella per accogliere con tutti gli onori questo grande personaggio.


TENSIONI FRA IMPERATORE E RE DI FRANCIA. Non va dimenticato che quelli erano anni di forti tensioni fra l'imperatore Carlo V e Francesco I di Francia, e di forti contrasti religiosi fra protestanti e cattolici. Questi conflitti avevano investito in pieno il pontificato di Clemente VII (1523-34), della famiglia de’Medici, che muore nel 1534. 
Alleato con i francesi contro  Carlo V, in lotta a Roma con la potente famiglia dei Colonna, Clemente VII però aveva dovuto subire il rafforzamento del potere imperiale su tutta la penisola italiana.
E, dulcis in fundo,  nel 1527, proprio durante il suo pontificato era avvenuto un fatto gravissimo per la città: il  sacco di Roma.

2 aprile 2019

I pontefici in viaggio fra '500 e '600...

ASR, Catasto Alessandrino, particolare
della strada Flaminia, fuori porta del Popolo
I viaggi del Santo Padre per visitare comunità cattoliche lontane da Roma e così incontrare rappresentanti della gerarchia cattolica, sovrani, capi di stato, nobili e devoti popolani hanno una lunga tradizione nella storia della Chiesa, e rappresentano ieri, come oggi, un momento centrale dell'esercizio del suo ministero universale.

MOTIVI DEI VIAGGI. In particolare tra il '500 e il '600, i viaggi fatti dai pontefici avevano come meta le province settentrionali dello Stato pontificio: Bologna, Ferrara, il ducato di Parma  e Piacenza (in mano ai Farnese), Perugia,  Ancona (etc)...E non era un caso!
Perchè i pontefici. con un numeroso seguito,  si recavano in questi luoghi, nonostante le difficoltà che i viaggi in quelle epoche comportavano?  
Non certo per motivi religiosi o caritatevoli!! 

Questi autorevoli personaggi, eletti non per meriti religiosi, ma in quanto rappresentanti di potenti famiglie, come Della Rovere, Medici, Farnese, Borghese, Ludovisi, Aldobrandini  Barberini,  Chigi, Pamphili etc...( e la lista potrebbe continuare) avevano fra i loro scopi il controllo delle ricche province settentrionali dello Stato, sottomesse proprio a partire dal secolo XVI in un  gioco di poteri e allenze con stati esteri.

Bologna nel 1500
SCOPO DEI VIAGGI. Questi viaggi, documentati dalle carte d'archivio, erano occasione anche  per incontrare famigliari (nipoti o addirittura figli), insediati da questi papi nepotisti in punti chiave  del quadro politico dell'epoca. 
Figli  e nipoti nominati cardinali, o sistemati in posizioni politicamente strategiche come il caso di Ottavio Farnese, duca di Parma e Piacenza, nipote del papa Paolo III. 

II pontefici, inoltre, con questi viaggi avevano l'opportunità di controllare l'operato dei loro delegati.

Alcuni di questi viaggi  riguardano Paolo III (1534- 1549) della pontente stirpe dei Farnese, Clemente VIII (1592-1605) degli  Aldobrandini e Innocenzo X (1644 al 1655), della famiglia Pamphili.

A parte quindi l'importanza politica di queste carte d'archivio, che ci introducono nelle situazione dell'epoca intrisa di alleanze e nepotismo, le stesse si prestano, anche ad altre letture e ci danno altro tipo di informazioni.

Conoscere ad esempio le modalità del viaggio in quelle lontane epoche, i mezzi di trasporto utilizzati per portarsi dietro i viveri (etc), per la cucina e la bottiglieria, per il forno e tutto il resto caricato sui muli.
S.Anna (G.Hamerani 1679-1709)
Medaglia devozionale (Zecca di Roma )
Ma non basta! A ciò si aggiungono elenchi di spese fatte per mantenere i componenti del seguito  del pontefice (ufficiali, tesoriere, datario, scrittori di brevi, cantori della cappella. suonatori etc). Ogni ben di Dio!!!

REGALI PREZIOSI. Va detto che ogni papa si portava dietro e dispensava durante i suoi viaggi preziosi oggetti, che  grazie alle liste contenute in questi documenti è possibile conoscere. 
Dal diverso valore di questi oggetti, quasi sempre a carattere religioso, si possono ricostruire le gerarchie dei rapporti  del papa con i vari sovrani, i nobili, le nobildonne e i personaggi importanti incontrati durante solenni cerimonie.
Viene citato anche Loreto, come santuario toccato in questi viaggio, a cui eran destinato una preziosa statua della madonna in oro.
L'elenco di questi oggetti può continuare: croci con reliquie, libri miniati, quadri d'ebano e argento, preziosi agnus dei,  corone, catene, ma anche  medaglie d’oro e d’argento e gioielli (etc) per le dame...In alcuni casi viene riportato anche il nome degli artisti orafi e argentieri, che li avevano fatti.
Se ci fermiamo a riflettere, questa usanza è viva anche oggi: quando il Papa riceve  o si reca in altri stati o incontra qualche personaggio importante c’è sempre uno scambio di doni.

medaglia di Clemente  XII
(Zecca di Roma )
RACCONTI DI VIAGGIO. Sempre a proposito degli scritti sui viaggi del passato,  esiste invece un’ altra tipologia di documenti che nasce però fin dall’inizio e nell'intenzione di chi li pone in essere per trasmettere delle conoscenze: sono ad esempio i vari resoconti dall'esperienza di viaggiatori, che venivano a Roma o che si recavano il altri luoghi e  poi diffondevano le loro esperienze tramite racconti e dalle descrizioni presenti negli scritti di viaggio. Ma questa è un’altra storia....

LE CARTE D'ARCHIVIO. Alcuni documenti dell' Archivio di Stato di Roma riferiscono di numerosi viaggi, fatti in epoche lontane, che spingevano il papa a muoversi da Roma per molteplici ragioni. Un' eco fortissima di importanti eventi, collegati a queste visite,  si ritrova in alcuni registri (vedi ASR, Camerale I, Viaggi dei pontefici e sovrani. Per l'inventario di questa serie, vedi A. Corbo, in  Rassegna degli archivi di Stato, 1965, n.3) scritti però senza lo scopo esplicito di trasmettere conoscenze su questi avvenimenti, ma principalmente per fini contabili: l'intenzione era quella di  rendicontare le consistenti spese, che questi avvenimenti eccezionali comportavano per l'amministrazione finanziaria dello Stato pontificio, sempre in difficoltà economica.