13 giugno 2012

Botteghe, spacci e fabbriche di carte da gioco a Roma (1814-17)


Parte posteriore di una
 carta da gioco 
ottocentesca
La presenza nei rioni romani di un cospicuo numero di spacci e fabbriche di carte può sorprendere, ma è solo la conseguenza della passione per giochi di carte. Nel mondo dell’artigianato romano un posto a parte era quello costituito proprio dalla manifattura di carte da gioco (1). Non solo, a Roma artigiani e commercianti vivevano grazie alla produzione e vendita di beni di consumo o oggetti artistici, e questo tipo di attività era da collegarsi ai consumi caratteristici  della città capitale dello Stato e sede del vicario di Cristo. 

AUMENTO DEI CONSUMI E DELLA POPOLAZIONE ROMANA. In quanto centro della cristianità, la città andava soggetta in occasione dei giubilei, delle frequenti feste religiose, nonchè di altri eventi (ad es. le visite al papa di personaggi famosi, di sovrani, ambasciatori di altre corti etc.) ad un aumento consistente della sua popolazione, che aveva come ripercussione un incremento dei consumi in genere. Consumi che a loro volta variavano nel tempo anche in conseguenza di carestie e pestilenze che avevano come conseguenza la riduzione o aumento della popolazione.

GIOCARE A CARTE. Giocare a carte quindi per i ceti nobili e i benestanti era un passatempo frequente e di moda, poichè si aveva l’abitudine di impiegare parte del tempo libero giocando a carte nelle lussuose dimore, in occasione di feste e balli, di scampagnate oppure nei caffè, e nei bigliardi .
Massima diffusione dei giochi di carte si ritrova anche  fra i ceti popolari. Altri e altrettanto numerosi erano i luoghi utilizzati per giocare: le piazze, i mercati, in prossimità di chiese e fontane, oppure nelle osterie, nelle locande, nei giochi lisci (2).


Esistevano due tipi di bolli per le carte da gioco: quello per i mazzi che si usavano in casa e quello per i mazzi che si usavano in luoghi pubblici (le famose osterie romane).
Come già accennato a Roma e in altre aree geografiche si è già studiata l’organizzazione pubblica del gioco che garantiva alle autorità dei proventi [3].

VENDITA E FABBRICAZIONE DI CARTE DA GIOCO. Ma dove venivano vendute le carte da gioco? A Roma nei primi anni dell'Ottocento, la vendita di carte da gioco, quasi sempre distinta dalla fabbricazione,  era affidata genericamente alla categoria di negoziante.
Infatti, a partire dal 1814, per fabbricare e vendere carte da gioco era necessario avere la licenza.  
E' una innovazione introdotta dalla nuova riorganizzazione voluta dall’amministrazione pontificia per controllare l'intero settore, all'indomani della restaurazione del governo dei papi dopo la parentesi della dominazione francese.
A Roma sono così censite, nel biennio 1814-15 otto fabbricatori/fabbricatrici , mentre  nel 1816-17 il numero aumenta a 17, tutti dotati di licenza per la vendita di carte da gioco .
Non era però richiesta alcuna specializzazione particolare per ottenere la licenza per vendere carte da gioco. 
E considerando l’organizzazione delle attività commerciali a Roma nei primi anni dell’800  non poteva essere altrimenti.
B.Pinelli, Castigo inflitto a
d un bestemmiatore
Il commercio in generale era di frequente esercitato nelle vie secondarie di Roma, poiché i proprietari dei palazzi importanti non consentivano che sul fronte delle loro case ci fossero botteghe, che ne svalutavano la signorilità. Spesso i negozianti, a causa dei modesti locali in cui erano situate le loro botteghe, utilizzavano interni angusti e privi d’illuminazione spesso sistemati all’interno di cortili, dove tenevano anche i loro fondachi. Dove era consentito, gli affari erano trattati direttamente sulla strada, in modo anche da attirare l’attenzione della gente che passava. Un sistema di farsi pubblicità ante-litteram. 
Vecchia foto di un vicolo romano, 
tratta da Roma sparita
Da notare che a Roma ancora oggi è possibile in molti casi dal nome della strada rintracciare gli antichi mestieri.
La tabaccheria era un negozio in genere di piccole dimensioni, nato per controllare la vendita di prodotti che erano monopolio dello Stato, in seguito si confermerà come il tipo di negozio destinato alla vendita di questi articoli. In pochi sporadici casi, le carte da gioco erano vendute anche in altri generi di botteghe: come spacci di maioliche, da fornai - chiamati arte bianca-, e anche da categorie di professioni non specificamente adibite a vendita di merci quanto piuttosto collegate ai servizi come gli stagnari, e caso unico anche da un possidente. Compaiono anche i caffettieri, attività comparsa a Roma nel ‘700.

LE DONNE. Un dato importante è quello riferito alle donne. Infatti, la fabbricazione e la vendita di carte da gioco a Roma vedeva impiegate parecchie rappresentanti del gentil sesso. 

MANIFATTURA DELLE CARTE DA GIOCO. A Roma le carte da gioco erano fatte a mano, usando ancora esclusivamente - almeno fino alla prima metà dell’’800 - il metodo xilografico. Si partiva cioè dall’incisione d’immagini e a volte di brevi testi su tavolette di legno, le cosidette matrici, che potevano essere riutilizzate in seguito per la realizzazione di più esemplari dello stesso soggetto. Queste matrici venivano inchiostrate, utilizzando un torchio, e poi stampate su carta. Infine erano colorate a mano.  
Cezanne, I giocatori di carte
Le carte da gioco  erano composte da tre parti: il dritto, il rovescio e l’anima. 

IL CONTRABBANDO. A causa della modesta qualità degli articoli prodotti nelle botteghe romane era da sempre molto diffuso il contrabbando di carte provenienti principalmente da Bologna. Tuttavia solo nel 1826 per arginare il forte contrabbando causato dalla bassa qualità delle carte che si producevano, l’amministrazione pontificia decise di accettare un nuovo metodo di fabbricazione presentato da Luigi Mandolini di Cesena, impiegato presso la direzione del censo, per produrre carte «ad uso di Francia».
S’introduce così un altro metodo: quello della calcografia, che in particolare utilizza lastre di rame che vengono incise(6). 

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. Le notizie sulla fabbricazione e vendita di carte da gioco a roma e nello Stato pontificio sono in un registro compilato dall'amministrazione del bollo pontifica un "Rollo dei fabricatori e spacciatori patentati. Dal primo agosto 1814» a tutto maggio 1817..", conservato nell'Archivio di Stato di Roma. I dati contenuti sono stati rielaborati e pubblicati nell'articolo : M.Morena, Botteghe, spacci e fabbriche di carte da gioco a Roma (1814-1817), nel numero monografico della rivista Archivi e cultura "il gioco nello Stato pontificio(secc.XV-XIX)", Roma, Centro di ricerca, 2008.
In generale vedi anche i post precedenti, sullo stesso argomento.



(1) Le carte tradizionali italiane sono generalmente composte in mazzi da quaranta carte. Le carte si dividono in quattro semi, cioè denari, bastoni, spade e coppe. Per ogni seme ci sono dieci carte: l'asso, due, tre, quattro, cinque, sei, sette più le figure fante, cavallo e re. Uno degli aspetti più particolari delle carte italiane sono i disegni. I disegni hanno particolari storie e leggende in base alla provenienza; in antichità famosi pittori le disegnavano e ricordano molto i "tarocchi" usati da maghi e streghe. Le origini sembra che siano antichissime. Tutto iniziò in Cina nel decimo secolo d. c.; in seguito si diffusero nel mondo arabo e attraverso scambi commerciali con l'oriente sono giunte alle zone Mediterranee forse intorno al 1400. Il primo stato in cui si diffusero fu la Spagna e solo dopo mezzo secolo in Italia. Inizialmente le carte da gioco furono un lusso che si potevano permettere in pochi, nelle corti principesche, poichè un pittore disegnava le carte a mano, secondo composizioni diffuse localmente. Dopo molte combinazioni nacquero mazzi standard, usati ancora oggi.
(2) Era detto di terreno battuto, livellato e chiuso da sponde utilizzato per il gioco delle bocce.
(3) Frequenti furono nei secoli le proibizioni del gioco d’azzardo, malgrado ciò i giochi di carte erano diffusissimi, e in tal  modo l’amministrazione pontificia ne traeva notevoli vantaggi economici. Cfr. Marina Morena, Passatempi popolari fra i sudditi pontifici. Le carte da gioco ( secc. XV-XVIII), sta in:«Il tempo libero economia e società. (Loisirs, Leisure, Tiempo Libre, Freizeit)» a cura di S. Cavaciocchi, Istituto internazionale di storia economica “F. Datini” Prato.
(5) A Roma la prima fabbrica pontificia di tabacco fu costruita da Benedetto XIV a metà del diciottesimo secolo al Gianicolo, per sfruttare come forza motrice il copioso getto d'acqua proveniente dalla sovrastante fontana dell'Acqua Paola. Fu sempre Benedetto XIV, fanatico sostenitore del fumo, ad abolire il 21 dicembre 1757 la tassazione sul tabacco eliminando, di fatto, la privativa stessa. Da quel momento a Roma fu resa libera la semina, la raccolta e la commercializzazione del tabacco sia greggio sia lavorato e fu permesso a chiunque di importare tabacchi esteri nel territorio dello Stato Pontificio senza pagare alcun tipo di dazio o gabella. Questo portò a un crollo del prezzo di vendita al pubblico del tabacco. Nell’epoca da noi presa in esame, Pio VII mantenne l’organizzazione data dal governo
francese con 
(6)La differenza sostanziale della calcografia dalle tecniche precedenti stava nel fatto che la stampa si otteneva dall'inchiostro che si depositava sui segni incisi ad incavo e non , come avveniva invece nella xilografia, dalle zone restanti in rilievo. Il foglio di stampa, precedentemente inumidito, veniva posato sulla lastra e pressato contro di essa con l'aiuto di un torchio calcografico ( descritto nelle'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert,), la carta compressa dentro i segni incavati ne raccoglieva l'inchiostro.